Diario incompleto di tre mesi in Palestina – Jean Emile Bagnod

AGOSTO 4, 2014

Oggi tra le sue montagne in Valle d’Aosta, è mancata una persona che ha dedicato vita, tempo, energie e pensieri al villaggio di At Tuwani. Jean Emile aveva deciso di fare il lungo periodo con Operazione Colomba, ossia di donarsi per due anni alle persone che soffrono l’ingiustizia quotidiana dell’occupazione israeliana, stando con loro, condividendo la gioia e il buio delle ingiustizie subite.
Non si è mai risparmiato Jean e come ci chiamano qua, è stato uno “human right defender”, un difensore dei diritti umani, una persona capace di rendersi disponibile sempre e in qualunque circostanza.
Noi volontari sul campo gli abbiamo voluto bene e abbiamo imparato un sacco da lui e speriamo di fare tesoro, per il futuro che ci aspetta in terra di Palestina, delle sue qualità più belle: la sua sete di giustizia che l’ha portato sino qua, la sua umanità che l’ha accompagnato in ogni suo passo, la sua semplicità disarmante che ci ha aiutato nei momenti più difficili.
Lasciamo a voi queste righe del nostro caro compagno Jean Emile

jean_emile_bagnod

“DIARIO INCOMPLETO DI 3 MESI IN PALESTINA

Prima di affrontare la vita in Palestina non avevo mai riflettuto così a lungo sul significato della parola “Resistenza”:
Resistenza è camminare
Resistenza è restare concentrati quattro ore di fila per scrutare un boschetto con un cannocchiale malfunzionante
Resistenza è stare concentrato sul video della telecamera quando sei circondato da una decina di soldati che imbracciano il mitra con evidente nervosismo
Resistenza è concentrarsi, dopo una giornata di lavoro, per scrivere un articolo sulla follia. Se va bene hai ancora un’ora e mezza
Resistenza è mangiare colazione alle 6.30 del mattino e pranzo alle 4 del pomeriggio
Resistenza è usare olio di semi per il soffritto perché l’olio d’oliva costa troppo
Resistenza è essere in due a fare le cose che andrebbero fatte in sei
Resistenza è uscire di casa alle 9.15, correre per chilometri in salita e discesa dalle 10 alle 13.30, rientrare a casa, mangiare e cadere finalmente in un sonno profondo… “svegliati dai, ci hanno chiamati, giù alla strada c’è un’emergenza”
Resistenza è correre veloce, più veloce dei tuoi muscoli e polmoni
Resistenza è sopportare un attacco d’asma giocando a palle di neve ai confini del deserto
Resistenza è dormire per terra, insieme a tuoi compagni
Resistenza è “finalmente stanotte dovrebbe arrivare un’altra compagna” – “No, è stata respinta all’aeroporto”
Resistenza è andare a letto alle 20.30 dopo aver bevuto dodici bicchieri di tè e due di caffè arabo, sapendo benissimo che non ti addormenterai prima dell’una di notte
Resistenza è svegliarsi alle tre di notte per andare in bagno e scoprire che alcuni militari dentro una camionetta ti stanno tenendo d’occhio… dall’alto
Resistenza è non dormire affatto, perché la paura di un’incursione notturna dell’esercito israeliano non dà pace alla mente
Resistenza è accompagnare due palestinesi disarmati nel bel mezzo di esercitazioni militari a cui partecipano centinaia di soldati
Resistenza è andare a visitare il villaggio circondato da centinaia di soldati israeliani per incontrare gli occhi dei suoi abitanti
Resistenza è stare insieme intorno a un fuoco scrutando, nella notte, i soldati con un cannocchiale
Resistenza è accettare di mangiare popcorn mentre le truppe israeliane si stanno esercitando nel buio, a pochi metri di distanza… e due commilitoni stanno visibilmente dirigendosi nella tua direzione
Resistenza è visitare una famiglia che sta costruendo una nuova casa. In questa terra l’unico modo per farlo è farlo illegalmente e spesso sotto una tenda
Resistenza è stare in piedi tra un pastore palestinese e un colono israeliano, sapendo benissimo che se quest’ultimo decide di attaccare non avrai neanche il tempo di pensare
Resistenza è sentirsi dire da un ebreo “You like Nazi?”
Resistenza è assistere al parto di una pecora a qualche centinaio di metri da un avamposto di coloni nazional-religiosi
Resistenza è accompagnare un pastore nello stesso posto in cui era stato picchiato neanche 24 ore prima
Resistenza è apprendere che su quel pozzo c’era scritto, in ebraico: “Morte agli arabi. Rabbino Kahane aveva ragione”
Resistenza è continuare a sentire l’umanità dell’altro, nonostante il conflitto
Resistenza è impiegare due ore per accendere la stufa, perché piove da giorni e la legna è tutta bagnata
Resistenza è utilizzare un sacco di plastica e una maglia per accendere la stufa
Resistenza è rischiare di rimanere intossicati dal fumo che esce dalla parte sbagliata della stufa
Resistenza è cucinare la polenta sul fuoco della stufa
Resistenza è puzzare di fumo e di sudore: sempre e comunque
Resistenza è assistere, di notte, al bendaggio e all’arresto di un palestinese sconosciuto senza poter far molto, se non chiedere spiegazioni e riprendere con la videocamera
Resistenza è ricevere minacce perché stai riprendendo un palestinese sconosciuto, bendato e ammanettato sul ciglio della strada
Resistenza è ascoltare canzoni di donne che inneggiano alla libertà, di fronte a decine di soldati
Resistenza è convincere i soldati a farti riprendere mappe geografiche riportanti confini illegali
Resistenza è assistere allo scivolone maldestro di un soldato mentre sta cercando di raggiungerti per parlare… il fango ha otturato la canna del suo M-16
Resistenza è parlare per decine di minuti con soldati che si esprimono attraverso stereotipi e cliché
Resistenza è spiegare ad un soldato, per l’ennesima volta, che sta violando la sentenza della Corte Suprema Israeliana
Resistenza è scoprire che una soldatessa di leva la pensa come te
Resistenza è ascoltare la sofferenza umana, da qualsiasi parte arrivi
Resistenza è litigare con il tuo compagno per non aver fatto abbastanza
Resistenza è arrabbiarsi con sé stessi per non aver dato abbastanza
Resistenza è guardare in faccia all’ingiustizia, giorno per giorno
Resistenza è essere presi in giro da chi “proteggi”
Resistenza è non riuscire più a capire chi protegge chi
Resistenza è cercare di esprimersi in arabo senza averlo mai studiato
Resistenza è sentirsi giudicati per non aver imparato abbastanza in fretta quella lingua altrimenti sconosciuta
Resistenza è non dare ascolto a quella vocina interiore che dice “se c’era qualcun’altro, sicuramente, avrebbe fatto meglio”
Resistenza è sapere che ci sono palestinesi rinchiusi in carcere da mesi, da anni senza processo e senza motivazioni d’accusa
Resistenza è scoprire che molti di questi palestinesi sono in sciopero della fame da settimane o mesi… e in Europa sono veramente in pochi a saperlo
Resistenza è tornare insieme ai palestinesi sui campi che gli hanno proibito di coltivare… tutte le settimane
Resistenza è assistere all’arresto degli attivisti israeliani che si interpongono fisicamente per difendere i diritti di quei contadini
Resistenza è cooperare con israeliani, palestinesi, italiani, inglesi, statunitensi, svedesi, cechi, polacchi… insieme per raggiungere un unico fine senza confini: la giustizia
Resistenza è fare tutto questo per amore,
E tanto altro ancora…”
Jean Emile

 

Jean Emile: Un “apostolo della nonviolenza”
Andrea Asiatici

Jean Emile è uno dei nostri figli.
Come Francesca, Mikhail e Cecilia, Silvia e Pietro, Corinna… e le decine di ragazzi e ragazze 20enni o 14enni che ci hanno aiutato, in questi ultimi 2 anni, a diffondere nelle scuole il nostro piccolo mensile “Articolo 11: l’Italia ripudia la guerra” – riportante solo “Buone Notizie per la Pace”, quindi anche quello che faceva Jean Emile in Palestina con l’Operazione Colomba – o che ci hanno aiutato ad assistere bimbi piccoli mentre facevamo le riunioni con le loro mamme o i loro papà in difficoltà.
Sono figli di chi, come noi, crede ancora che la Nonviolenza – come diceva Gandhi – sia l’unico mezzo degno dell’essere umano per raggiungere la Pace, che – come diceva sempre Gandhi – è sinonimo di Giustizia… di Verità… … e di Amore.
Jean Emile, più che un “discepolo” della Nonviolenza ne è stato un “apostolo”: cioè non si è accontentato di “seguire l’insegnamento di qualcuno riconosciuto come Maestro”(Gandhi, M.L.King e Capitini) – come lui stesso ha scritto sul nostro mensile nel maggio 2013 – ma … “si è dedicato con ardore all’affermazione e alla diffusione di un’idea e di una causa”: la Nonviolenza. Dopo il Liceo si è laureato a Firenze in “Mediazione e Trasformazione dei conflitti” e, dopo una formazione specifica in Italia e in India, dal dicembre 2012 ha cominciato a lavorare con l’Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, in Palestina prima e in Albania poi. Questo vuol dire, per noi, che è stato un “apostolo della Nonviolenza”. E per questo verrà dedicata la nostra “Casa per la Pace” di Aosta a lui:
si chiamerà “Casa per la Pace – Jean Emile Bagnod”.

Con immensa gratitudine, anche verso Giancarlo, Mary e Francesca che, in quanto suoi genitori e sua sorella, ce l’hanno fatto conoscere così.
Da ora in poi volantinerò ancora più volentieri… come ho fatto altre volte…
…con lui.

Andrea Asiatici  (Direttore della “Scuola di Pace della Valle d’Aosta”)
Charvensod, 5 agosto 2014

Una replica a “Diario incompleto di tre mesi in Palestina – Jean Emile Bagnod”

  1. mi sono venuti i brividi a leggere i pensieri di una persona con cui sono cresciuto e ho passato gli anni migliori della mia vita…….da quando avevamo solo 13 14 anni ne abbiamo passate tante è lui è sempre stato un ragazzo d’oro di compagnia divertente e io lui è gianni eravamo un trio sempre unito……..

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