Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi – Marco Patruno

Il 28 luglio 2014 saranno passati dieci anni esatti dalla scomparsa di Tiziano Terzani. Ma anche di fronte a questo innegabile fatto che è la morte, Terzani se potesse replicare forse ci risponderebbe: «Io scomparso? Non è affatto vero! Mi puoi trovare ovunque dove nasce un fiore, dove vive un albero e sorge una montagna». E in questa ipotetica e immaginaria replica possiamo cogliere la rivoluzione esistenziale che portò Terzani da essere giornalista a diventare uno straordinario testimone di pace.

Terzani fu un rivoluzionario perché ebbe la capacità di cambiare se stesso e di credere nella potenzialità insita in ogni individuo di cambiare la propria esistenza in direzione di una vita più autentica, nel rispetto degli altri individui e di qualsiasi forma di vita, in equilibrio con l’ambiente che ci ospita. La filosofa Gloria Germani descrive molto bene questa trasformazione dell’uomo nel libro Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi (Longanesi 2008).

Terzani per oltre trent’anni, dal 1972 al 1996, come corrispondente per il settimanale tedesco «Der Spiegel» ha respirato fianco a fianco con i principali eventi storici che hanno segnato il continente asiatico. La guerra in Vietnam, il colpo di stato in Cambogia, la rivoluzione culturale in Cina, la modernizzazione capitalistica perseguita dal Giappone. L’obiettivo del giornalista Terzani era inseguire e correre dietro ai fatti. Nel corso degli anni una serie di dilemmi trovarono posto nel cuore dell’uomo Terzani che decise di «spogliarsi» gradualmente del vestito troppo stretto del giornalista. Terzani si domandava: «i fatti ci raccontano sempre la verità?» No, i fatti spesso nascondono la verità, e non esiste mai una verità obiettiva ma tante verità. I fatti sono come il nostro «corpo» e noi individui non siamo solo corpi ma abbiamo anche una coscienza, dei sentimenti e delle passioni che né il giornalismo, né alcuna scienza – dalla medicina all’economia – è in grado di cogliere.

Questo percorso che portò Terzani dal «guardare fuori» al «guardarsi dentro» fu una strada tortuosa, perché significava allo stesso tempo farsi domande e riflettere sulle tante contraddizioni del nostro tempo, significava rapportarsi agli eventi non più soltanto con la ragione e l’intelletto, ma anche con il proprio cuore. Terzani dovette affrontare in più circostanze la belva oscura della depressione, come documentano gli scritti privati recentemente pubblicati in Un’idea di destino: diari di una vita straordinaria (Longanesi 2014). Dopo gli attentati dell’11 settembre, decise di uscire da un periodo di isolamento e partire per l’Afghanistan, dove maturò la sua opera Lettere contro la guerra (Longanesi 2002) per dire no a tutte le guerre e a qualsiasi forma di violenza. In queste lettere, che si rivolgevano a suo nipote e alle generazioni future, Terzani denunciava la violenza della guerra, ma anche la follia dell’economia capitalistica dominata da un solo criterio: quello del profitto. Un’economia che corre, corre distruggendo uomini, animali, foreste e dove l’unico obiettivo dell’individuo è quello di consumare per rimanere eternamente insoddisfatto. Un’economia che diventa la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Terzani visse questa tragedia in maniera acuta durante i suoi anni giapponesi dal 1985 al 1990 e dopo il 1997, quando si trasferì a New York per un certo periodo per cercare di curare il cancro che lo aveva colpito.

Negli ultimi anni della sua vita, Terzani si rivolse soprattutto ai giovani, perché pensava che se loro trovano la consapevolezza di essere parte integrante di una comunità e credono nella possibilità del cambiamento umano, la nostra economia ha una chance di diventare più umana e di mettere al proprio centro gli individui, la moralità e l’etica, perché tutti vanno aiutati e nessuno merita di essere lasciato dietro. Terzani cita in Lettere contro la guerra le parole di un venditore di tessuti che incontrò nei pressi di Lahore: «Quando io alla fine di una giornata ho già venduto abbastanza per il mio fabbisogno, il prossimo cliente che viene da me lo mando a comprare dal mio vicino che ho visto non ha venduto nulla.» Ecco una delle tante rivoluzioni che devono iniziare e partire da noi stessi.

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