Centomila giornate di preghiera – Recensione di Sebastiano Velio Picchioni

centomila-coverMichaël Sterckeman – Loo Hui Phang, Centomila giornate di preghiera, Coconino Press, Bologna 2013, pp. 232, € 19,50, interamente illustrato in b/n

Graphic novel è maschile, nonostante ciò che pensiamo (novel=novella), e il libro che presentiamo questa settimana è di questo tipo. C’è un disegnatore nato nel 1976, c’è l’autrice (nata in Laos nel 1974), e ci sono 200 pagine con un titolo che ricorda il più noto Centomila gavette di ghiaccio. Ma in questo caso le centomila sono le giornate di preghiera che non basterebbero al protagonista. Il libro è diviso in capitoli «intitolati» da un disegno che «illustra» l’episodio clou del capitolo stesso (non c’è un vero e proprio titolo con parole).

La vicenda si svolge in Francia dove il protagonista vive un’amicizia con un ragazzo francese; vive solo con la madre che, vedendolo un po’ disagiato gli regala un uccellino, credendo che si senta solo e pensando che gli faccia un po’ di compagnia. Ma anche l’uccellino muore, continuando a vivere nei sogni del ragazzo, che lo elegge a suo «animale totem». Quando lo sogna, l’uccellino gli spiega alcune cose: di suo padre (medico), della vita che ha fatto, di dove sia ora. Il libro insomma tratta del viaggio di un ragazzo senza padre, che intende sapere qualcosa di lui (e di sé). La madre gli ha raccontato che suo padre è andato via, ma lui nel corso del tempo si è fatto l’idea che suo padre sia un assassino perché è proibito parlare di lui. La mamma piange sempre, senza dare spiegazioni e lui non capisce. In realtà, scorrendo il fumetto, si scopre che il ragazzo e sua madre erano scappati dalla Cambogia rifugiandosi in Francia, mentre il padre era rimasto a fare il medico perché c’era un’emergenza; si scopre anche che il padre aveva un’altra famiglia – altre due figlie – e un’altra moglie, ecco perché non si poteva parlarne. Lui di fatto è un figlio illegittimo. La vera moglie di suo padre ha ucciso le sue «sorelle» buttandole in un fiume. Il padre era successivamente finito in un campo di lavoro, dove era sopravvissuto, riuscendo a non vivere troppo male, benché in prigionia, e perfino a organizzare una fuga.

A un certo punto del racconto il ragazzo e la madre tornano in Cambogia per vedere i luoghi del loro passato, ma tutto è cambiato e nessuno si trova a suo agio; visitano anche un mausoleo e fra le foto dei caduti la madre del ragazzo non riconosce nemmeno il viso del padre, è passato troppo tempo.

Il libro è un po’ triste, ma anche se alla fine l’uccellino «vola via», il protagonista capisce che suo padre non era un assassino.

Alla fine del racconto c’è una specie di «riassunto» molto chiaro che spiega anche il contesto in cui si svolge la vicenda, firmato da Ariane Mathieu (specialista di storia cambogiana e studiosa del genocidio dei Khmer rossi. La «postfazione» si apre con questa frase: «I brutti sogni non spariscono. Si acquattano dentro di noi e aspettano».

 

 

 

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