Le guerre per l’energia del XXI secolo – Michael T. Klare

I conflitti globali sono sempre più alimentati dal desiderio di ottenere Petrolio e Gas naturale (e i profitti che questi ultimi generano)

L’Iraq, la Siria, la Nigeria, il Sud del Sudan, l’Ucraina, l’Est e il Sud del Mar della Cina: ovunque si guardi, il mondo è in fiamme, con nuovi conflitti o vecchi conflitti in via di intensificazione. A prima vista, questi sconvolgimenti sembrano essere eventi indipendenti, guidati da proprie circostanze, uniche e peculiari. Ma se guardiamo più da vicino notiamo come essi condividano alcune caratteristiche fondamentali – in particolare, un infuso stregato di antagonismi etnici, religiosi e nazionali, portato al punto di ebollizione dall’ossessione dell’Energia.

In ciascuno di questi conflitti, la lotta è guidata in gran parte dall’irrompere di antagonismi di lunga data tra clan vicini (spesso liberamente mischiati tra loro), sette e popoli veri e propri.

In Iraq e in Siria, si tratta di uno scontro tra sunniti, sciiti, curdi, turcomanni e altri; in Nigeria tra musulmani, cristiani e gruppi tribali variamente assortiti; nel Sud del Sudan tra i Dinka e i Nuer; in Ucraina, tra lealisti ucraini e russofoni allineati con Mosca; nel Mar della Cina orientale e meridionale, tra cinesi, giapponesi, vietnamiti, filippini e altri. Sarebbe facile attribuire tutto ciò a odi secolari, come suggerito da molti analisti; ma mentre tali ostilità aiutano senz’altro a indirizzare questi conflitti, essi sono altresì alimentati da un impulso più moderno: il desiderio di controllare le risorse petrolifere e di gas naturale di pregio. Non bisogna ingannarsi su ciò, queste sono guerre del XXI secolo per l’Energia.

Non dovrebbe sorprendere il fatto che l’Energia giochi un ruolo significativo in questi conflitti. Petrolio e gas sono, dopo tutto, le più importanti e preziose materie prime del mondo e costituiscono una fonte rilevante di reddito per i governi e le società che ne controllano produzione e distribuzione. Infatti, i governi di Iraq, Nigeria, Russia, Sudan del Sud e Siria derivano la gran parte dei loro ricavi da vendite di petrolio, mentre le grandi imprese energetiche (molte delle quali di proprietà dello Stato) esrcitano un potere immenso in questi e in altri paesi coinvolti. Chiunque controlli questi stati, o le zone di produzione di gas e petrolio all’interno degli stessi, è in grado di controllare anche la raccolta e la ripartizione di ricavi cruciali [per l’economia degli stati stessi]. Nonostante l’apparente patina di inimicizie storiche, molti di questi conflitti, quindi, sono in realtà lotte per il controllo della principale fonte di reddito nazionale.

Viviamo inoltre in un mondo al cui centro c’è l’Energia in cui il controllo delle risorse fossili (e dei loro vettori) si traduce in peso geopolitico per alcuni stati e vulnerabilità economica per altri. Dal momento che così tanti paesi dipendono dalle importazioni di Energia, le nazioni proviste di surplus da esportarne – tra cui l’Iraq, la Nigeria, la Russia e il Sudan del Sud – spesso esercitano un’influenza sproporzionata [al loro reale peso specifico politico] sulla scena mondiale. Ciò che accade in questi paesi, a volte, conta per noi almeno tanto quanto per chi effettivamente ci viva e, pertanto, il rischio di coinvolgimento esterno nel loro conflitti – sotto forma di interventi diretti, trasferimenti di armi, invio di consiglieri militari o assistenza economica – è superiore rispetto a quanto si fa nei confronti di quasi tutte le altre nazioni [povere di risorse fossili].

La lotta per le risorse energetiche è stato un fattore evidente in diversi conflitti recenti, tra cui la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, la Guerra del Golfo del 1990-1991, e la guerra civile sudanese del 1983-2005. A prima vista, il fattore legato ai combustibili fossili nei più recenti focolai di tensione e di guerra può sembrare meno evidente. Ma se si guarda più da vicino si vede che ognuno di questi conflitti è, in effetti, una guerra per l’Energia.

L’Iraq, la Siria e l’ISIS

Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS), il gruppo estremista sunnita che controlla vaste porzioni della Siria occidentale e dell’Iraq settentrionale  è un milizia ben armata votata alla creazione di un Califfato Islamico nelle zone sotto il suo controllo. Per certi versi, si tratta di un’organizzazione religiosa fanatica e settaria, che cerca di riprodurre la pura, incorrotta religiosità dei primissimi tempi dell’Islam. Allo stesso tempo, l’ISIS è impegnato in un progetto convenzionale di costruzione di una nuova nazione, volto alla creazione di uno stato pienamente funzionante e con tutti i suoi attributi.

Come gli Stati Uniti hanno imparato con sgomento in Iraq e in Afghanistan, le iniziative di nation-building [progetti di costruzione da zero di una nazione distrutta, nelle fondamenta, da una guerra N.d.T] sono costose: le istituzioni vanno create e finanziate, gli eserciti reclutati e pagati, le armi e il carburante procurati e le infrastrutture mantenute. Senza petrolio (o qualche altra redditizia fonte di guadagno), l’ISIS non potrebbe mai sperare di raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi. Tuttavia, dal momento che esso occupa adesso le aree chiave per la produzione del petrolio in Siria e gli impianti di raffinazione del petrolio in Iraq, si trova in una posizione unica per ottenerli. Il petrolio, quindi, è assolutamente essenziale per la grande strategia dell’organizzazione.

La Siria non è mai stata una grande nazione produttrice di petrolio, ma la sua produzione anteguerra, di circa 400.000 barili al giorno, ha fornito al regime di Bashar al-Assad un’importante fonte di reddito. Al momento, la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Paese sono sotto il controllo di gruppi ribelli, tra cui l’ISIS, il Fronte di Nusra legato ad al-Qaeda e le milizie curde locali. Sebbene la produzione dai giacimenti sia calata notevolmente, ne viene estratto e venduto (attraverso vari canali clandestini) a sufficienza da fornire ai ribelli una fonte di reddito e un capitale di esercizio. “La Siria è un paese petrolifero e dispone di risorse, ma in passato sono state tutte rubate dal regime”, ha detto Abu Nizar, un attivista anti-governativo. “Ora sono rubate da coloro che traggono profitto dalla rivoluzione.”

In un primo momento, molti gruppi di ribelli sono stati coinvolti in queste attività estrattive, ma da gennaio, quando assunse il controllo di Raqqa, capoluogo della provincia omonimai, l’ISIS è stato il giocatore dominante nei campi petroliferi. Si è inoltre impadronito dei campi nella vicina Deir al-Zour, provincia lungo il confine con l’Iraq. Infatti, molte delle armi (fornite dagli USA all’esercito regolare) sottratte all’esercito iracheno in fuga a seguito dell’avanzata a Mosul e in altre città del nord Iraq sono stati trasferite a Deir al-Zour per aiutare la campagna dell’ISIS volta a prendere il pieno controllo della regione. In Iraq, l’organizzazione sta lottando per ottenere il controllo della più grande raffineria dell’Iraq sita a Baiji, nella parte centrale del paese.

Pare che l’ISIS venda petrolio proveniente dai giacimenti sotto il suo controllo a oscuri intermediari che a loro volta organizzano il trasporto – per lo più tramite autobotti – alla volta di acquirenti che si trovano in Iraq, Siria e Turchia. Si dice che queste vendite forniscano all’organizzazione i fondi necessari per pagare le sue truppe e acquisire le sue vaste scorte di armi e munizioni. Molti osservatori sostengono anche che l’ISIS stia vendendo petrolio al regime di Assad in cambio di immunità dagli attacchi aerei governativi lanciati contro  restanti gruppi ribelli. “Molti locali a Raqqa accusano l’ISIS di collaborazionismo con il regime siriano”, ha riferito un giornalista curdo, Sirwan Kajjo, ai primi di giugno. “Gli abitanti del posto dicono che mentre gli altri gruppi ribelli a Raqqa sono stati abitudinariamente sottoposti agli attacchi aerei del regime, il quartier generale del’ISIS non è stato attaccato neanche una volta.”

In qualsiasi modo gli attuali combattimenti nel nord dell’Iraq si sviluppino, è ovvio che anche lì il petrolio sia fattore chiave. L’ISIS mira sia a negare le forniture di petrolio e le entrate ad esso legate al governo di Baghdad sia a sostenere le proprie casse, migliorando la sua capacità di costruire una vera e propria nazione e facilitando ulteriori progressi militari. Allo stesso tempo, i curdi e varie tribù sunnite – alcune di queste alleate con l’ISIS – vogliono il controllo sui campi petroliferi situati nelle zone direttamente controllate e una quota maggiore della ricchezza petrolifera della nazione.

L’Ucraina, la Crimea e la Russia

L’attuale crisi in Ucraina è iniziata nel novembre del 2013, quando il presidente Viktor Yanukovich ha ripudiato un accordo teso a rendere più stretti i legami economici e politici con l’Unione europea (UE), optando invece per legami più stretti con la Russia. Tale atto ha scatenato feroci proteste anti-governative a Kiev e, alla fine, ha portato alla fuga di Yanukovych stesso dalla capitale. Con il principale alleato di Mosca messo fuori gioco e le forze pro-UE che avevano asunto il controllo della capitale, il presidente russo Vladimir Putin si mosse per prendere il controllo della Crimea e per fomentare le spinte separatiste nell’Ucraina orientale. Per entrambe le parti, la lotta che ne è scaturita ha riguardato la legittimità politica e l’identità nazionale – ma come in altri conflitti recenti, sullo sfondo c’era anche la questione dell’Energia.

L’Ucraina non è di per sé un importante produttore di Energia. Rimane, tuttavia, una via di transito importante per la fornitura di gas naturale russo verso l’Europa. Secondo la statunitense Agenzia per le Informazioni sull’Energia [Energy Information Administration o EIA, il principale consigliere presidenziale per l’Energia, NdT], nel 2013 l’Europa ha preso il 30% del suo gas dalla Russia – la maggior parte di esso da Gazprom, gigante a controllo statale – con circa la metà di questo gas che è stato trasportato in gasdotti stesi in Ucraina. Ne consegue che il paese svolge un ruolo critico nelle relazioni energetiche tra Europa e Russia, un ruolo che si è dimostrato sia incredibilmente redditizio per le élite ombra e gli oligarchi che controllano tale flusso sia, allo stesso tempo, fonte di intense polemiche. Le controversie sul prezzo pagato dall’Ucraina per le proprie importazioni di gas russo ha provocato per due volte tagli nelle forniture di Gazprom, portando in quelle occasioni alla diminuzione delle forniture verso l’Europa.

Dato per assodato questo contesto, non deve sorprendere il fatto che un obiettivo fondamentale dell’”accordo di associazione” tra l’Unione Europea e l’Ucraina, ripudiato da Yanukovich (e ora firmato dal nuovo governo ucraino) preveda l’estensione delle norme energetiche dell’UE al sistema energetico ucraino – eliminando di fatto i benevoli accordi intercorsi tra le élite ucraine e Gazprom. Con la stipula del contratto, sostengono i funzionari dell’UE, l’Ucraina inizierà “un processo di ravvicinamento della propria legislazione sull’Energia alle norme e agli standard dell’UE, facilitando così le riforme del mercato interno.”

I leader russi hanno molte ragioni per disprezzare l’accordo di associazione. Per prima cosa, esso consegnerà l’Ucraina, un paese posto sui propri confini, a un’integrazione più stretta, sia politica sia economica, con l’Occidente. Di particolare interesse, tuttavia, sono le disposizioni riguardanti l’Energia, data la dipendenza economica della Russia dalle vendite di gas in Europa – per non parlare della minaccia che rappresentano per le fortune personali di élite russe particolarmente ammanicate. Verso la fine del 2013 Yanukovich ha subito un’immensa pressione da parte di Vladimir Putin affinché voltasse le spalle all’UE e accettasse invece un’unione economica con la Russia e la Bielorussia, un accordo che avrebbe protetto la status di privilegio delle élite in entrambi i paesi. Tuttavia, muovendosi in questa direzione, Yanukovich ha palesemente messo sotto i riflettori la politica clientelare che aveva a lungo afflitto il sistema energetico dell’Ucraina, innescando così le proteste in piazza dell’Indipendenza di Kiev (il Maidan) che hanno portato alla sua caduta.

Una volta iniziate le proteste, una sequenza di eventi ha portato all’attuale situazione di stallo, con la Crimea in mani russe, gran parte dell’Est sotto il controllo dei separatisti filo-russi e le aree occidentali [definite come rump, groppa nel testo originale, probabilmente a causa della forma geografica NdT] sempre più vicine all’UE. In questa lotta tuttora in corso, l’identità politica ha giocato un ruolo di primo piano, con i leader di tutte le fazioni a fare appello alle lealtà nazionali ed etniche. L’Energia, nondimeno, rimane un fattore importante nell’equazione. Gazprom ha ripetutamente alzato il prezzo chiesto all’Ucraina per le importazioni di gas e il 16 giugno ha interrotto del tutto l’approvvigionamento, sostenendo il mancato pagamento delle passate consegne. Il giorno dopo, un’esplosione ha danneggiato uno dei principali gasdotti che trasportano il gas russo verso l’Ucraina – un evento ancora in fase di investigazione. Gli accordi sul prezzo del gas rimangono una questione importante nei negoziati in corso tra il neoeletto presidente ucraino, Petro Poroshenko, e Vladimir Putin.

L’Energia ha persino giocato un ruolo chiave nella determinazione della Russia di annettere la Crimea manu militari. Annettendo quella regione, la Russia ha praticamente raddoppiato la regione off-shore [col termine si indica la regione di proprietà esclusiva in cui poter effettuare prospezioni e trivellazioni in mare, NdT] sotto il suo controllo nel Mar Nero, che si pensa possa ospitare miliardi di barili di petrolio e vaste riserve di gas naturale. Prima della crisi, diverse aziende petrolifere occidentali, tra cui ExxonMobil, negoziavano con l’Ucraina per l’accesso a tali riserve. Ora, negozieranno con Mosca. “È un grosso problema”, ha detto Carol Saivetz, un esperto di problematiche euroasiatiche presso il MIT. “in quanto priva l’Ucraina della possibilità di sviluppare queste risorse e le consegna in mano russa.”

La Nigeria e il Sudan del Sud

I conflitti in Sudan del Sud e Nigeria sono differenti per molti aspetti, ma entrambi condividono un fattore chiave: la rabbia diffusa e la sfiducia nei confronti dei funzionari governativi che sono diventati ricchi, corrotti e dispotici grazie all’accesso alle abbondanti entrate petrolifere.

In Nigeria, il gruppo di ribelli Boko Haram sta lottando per rovesciare il sistema politico esistente e stabilire uno stato di stampo puritano e governato da leggi Islamiche. Sebbene la maggior parte dei Nigeriani denigrino i metodi violenti del gruppo (tra cui il sequestro di centinaia di ragazze adolescenti avvenuto in una scuola statale), Boko Haram ha tratto forza dal disgusto, proprio della parte settentrionale e povera del paese, per il governo centrale sito nella lontana Abuja, la capitale, considerato corrotto fino al midollo.

La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, grazie a un’estrazione giornaliera di circa 2,5 milioni di barili. Con il prezzo del petrolio che veleggia intorno ai 100 dollari al barile, questo rappresenta una fonte potenzialmente impressionante di ricchezza per la nazione, persino al netto della parte presa dalle imprese private coinvolte nelle routinarie operazioni estrattive. Se questi profitti – stimati in decine di miliardi di dollari all’anno – venissero usati per stimolare lo sviluppo e migliorare la sorte della popolazione, la Nigeria potrebbe essere un grandioso faro di speranza per tutta l’Africa. Invece, gran parte del denaro scompare nelle tasche (e relativi conti bancari esteri) di élite nigeriane ben ammanicate.

Nel mese di febbraio, il governatore della Banca centrale della Nigeria, Lamido Sanusi, ha detto a una commissione parlamentare d’inchiesta che la Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC), di proprietà statale, non era riuscita a trasferire circa 20 miliardi di dollari ricavati dalla vendita di petrolio alla tesoreria nazionale, come richiesto dalla legge. I soldi erano evidentemente stati deviati verso conti privati. “Una notevole quantità di denaro è andato perduto”, ha detto al New York Times . “Non stavo parlando solo di numeri. Ho dimostrato che era una frode. ”

Per molti nigeriani – la maggior parte dei quali vive con meno di 2 dollari al giorno – la corruzione in Abuja, combinata con la brutalità indiscriminata delle forze di sicurezza del governo è una fonte costante di rabbia e risentimento, genera reclute per gruppi di insorti come Boko Haram e vince l’ammirazione riluttante della popolazione. “Sanno bene che la frustrazione è in grado di portare qualcuno a prendere le armi contro lo stato”, ha detto al National Geographic il giornalista James Verini riguardo le persone che ha intervistato nelle aree settentrionali della Nigeria, sfregiate dalla guerra. In questa fase, il governo ha mostrato una capacità pari a zero di sopraffare l’insurrezione, mentre la sua inettitudine e le tattiche militari dell’uso della mano pesante gli hanno solo ulteriormente alienato le simpatie dei Nigeriani comuni.

Il conflitto nel Sudan del Sud ha radici diverse da quello nigeriano, ma condivide con quest’ultimo un collegamento legato all’Energia. Nei fatti, la stessa formazione del paese è un prodotto della politica del petrolio. La guerra civile in Sudan che durò dal 1955 al 1972 si è conclusa solo quando il governo di matrice Islamica del nord ha accettato di concedere più autonomia ai popoli del Sud del paese, in gran parte praticanti le religioni tradizionali africane e il Cristianesimo. Tuttavia, quando fu scoperto il petrolio nel Sud, i governanti del Sudan del Nord ripudiarono molte delle loro precedenti promesse e cercarono di ottenere il controllo dei giacimenti petroliferi, scatenando una seconda guerra civile, che durò dal 1983 al 2005. Si stima che circa due milioni di persone abbiano perso la loro vita solo in questi combattimenti. Alla fine, al Sud fu concessa piena autonomia e il diritto di esprimersi mediante voto sulla secessione dal governo centrale. A seguito di un referendum del gennaio 2011, in cui il 98,8% degli abitanti della parte meridionale della nazione ha votato a favore della secessione, il Paese divenne indipendente il 9 luglio.

Tuttavia, avevano appena fondato il nuovo stato che il conflitto con il Nord per lo sfruttamento del suo petrolio riprese. Mentre il Sudan del Sud ha petrolio in abbondanza, l’unico oleodotto che consente al paese di esportarlo si distende nel Sudan del Nord verso il Mar Rosso. Ciò ha garantito che la parte Sud sarebbe dipesa da quella Nord per la principale fonte di entrate del governo. Furiosi per la perdita dei giacimenti, il Sudan del Nord aumentò eccessivamente i prezzi di trasporto del petrolio, causando un taglio nelle consegne di petrolio dal Sud e sporadici atti di violenza lungo il confine ancora conteso tra i due paesi. Infine, nel mese di agosto 2012, le due parti hanno concordato una formula per condividere la ricchezza e il flusso di petrolio è ripreso. I disordini sono comunque continuati in alcune zone di confine controllate dal Sudan del Nord, ma popolato da gruppi legati allo stato del Sud.

Essendosi assicurato il flusso di redditi da petrolio, il leader del Sudan del Sud, il presidente Salva Kiir , ha cercato di consolidare il suo controllo sul paese e tutti i proventi del petrolio. Sostenendo l’imminenza di un tentativo di colpo di stato da parte dei suoi rivali, guidato dal Vice Presidente Riek Machar, ha sciolto il suo governo multietnico il 24 luglio del 2013 e ha iniziato ad arrestare gli alleati di Machar. La lotta di potere che ne è risultata si è trasformata rapidamente in una guerra civile su base etnica, con i parenti del presidente Kiir, un Dinka, che combattono i membri del gruppo Nuer, di cui Machar è membro. Nonostante i vari tentativi di negoziare un cessate il fuoco, gli scontri sono in corso da dicembre, con migliaia di persone uccise e centinaia di migliaia costrette ad abbandonare le proprie case.

Come in Siria e in Iraq, gran parte dei combattimenti nel Sudan del Sud si è concentrata intorno ai campi petroliferi, ritenuti vitali, con entrambe le parti determinate a controllare e incamerare i profitti generati. Intorno al marzo di quell’anno, mentre era ancora sotto il controllo del governo, il campo Paloch nello stato del Nilo Superiore produceva circa 150.000 barili al giorno, per un valore di circa 15 milioni di dollari per il governo e le compagnie petrolifere che vi operavano. Le forze ribelli, guidati dall’ex Vice Presidente Machar, stanno cercando di conquistare quei giacimenti al fine di negare tali entrate al governo. “La presenza di forze fedeli a Salva Kiir in Paloch, che è finalizzata all’acquisto di più armi per uccidere la nostra gente … non è accettabile per noi”, ha detto Machar in aprile. “Vogliamo prendere il controllo del campo petrolifero. È il nostro petrolio”. Attualmente, il giacimento resta nelle mani del governo, con le forze ribelli che, secondo alcune testimonianze, guadagnano terreno nelle vicinanze.

Il Mar Cinese Meridionale

Sia nel Mar Cinese Meridionale sia in quello Orientale, la Cina e i suoi vicini rivendicano la proprietà di vari atolli e isole che si trovano a cavallo di vaste riserve sottomarine di petrolio e di gas. Le acque di entrambi i mari hanno visto ricorrenti scontri navali nel corso degli ultimi anni, con il Mar Cinese Meridionale recentemente sotto i riflettori.

Quel mare, una propaggine ricca di Energia del Pacifico occidentale, da tempo oggetto di contesa, è circondato dalla Cina, dal Vietnam, dall’isola del Borneo e dalle Filippine. Le tensioni hanno raggiunto il picco in maggio, quando i cinesi schierarono il loro più grande impianto di perforazione per acque profonde, l’HD-981, nelle acque rivendicate dal Vietnam. Una volta nella zona di perforazione, circa 120 miglia nautiche al largo della costa del Vietnam, i cinesi hanno circondato l’HD-981 con una grande flotta di navi della marina e della guardia costiera. Quando le navi della guardia costiera vietnamita hanno tentato di penetrare all’interno di questo anello difensivo, nel tentativo di scacciare  l’impianto di perforazione, sono state speronate dalle navi cinesi e colpite con cannoni ad acqua. Non ci sono state ancora delle vitttime in questi scontri, ma la rivolta anti-cinese vietnamita, in risposta allo sconfinamento navale, ha lasciato parecchi morti e gli scontri in mare sono destinati a continuare per diversi mesi fino a quando i cinesi non sposteranno l’impianto in un’altra posizione (forse altrettanto controversa).

I disordini e gli scontri innescati dal dispiegamento dell’HD-981 sono stati guidati in gran parte dal nazionalismo e dal risentimento per le umiliazioni del passato. I cinesi, insistendo sul fatto che diverse piccole isole nel Mar Cinese Meridionale una volta erano governate dal loro paese, cercano ancora di superare le perdite e le umiliazioni territoriali che hanno sofferto per mano delle potenze occidentali e del Giappone imperiale. I vietnamiti, da tempo abituati alle invasioni cinesi, cercano di proteggere ciò che considerano il loro territorio sovrano. Per i cittadini comuni in entrambi i paesi, dimostrare determinazione nella controversia è una questione di orgoglio nazionale.

Ma vedere la spinta cinese nel Mar Cinese Meridionale come una semplice questione di impulsi nazionalistici sarebbe un errore. Il proprietario dell’HD-981, la China National Offshore Oil Company (CNOOC), ha condotto numerosi test sismici nella zona contesa e ritiene evidentemente che lì ci sia un grande serbatoio di Energia. “Si stima che nel Mar Cinese Meridionale ci siano dai 23 ai 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 trilioni di metri cubi di gas naturale, pari a un terzo del totale delle risorse petrolifere e di gas della Cina “, ha notato l’agenzia di stampa cinese Xinhua. Inoltre, la Cina ha annunciato in giugno che è in via di dislocazione un secondo impianto di perforazione nelle controverse [in quanto reclamate da diverse nazioni] acque del Mar Cinese Meridionale, questa volta alla foce del Golfo del Tonchino.

Essendo il più grande consumatore mondiale di Energia, la Cina sta cercando disperatamente di acquisire nuove forniture di combustibili fossili ovunque sia possibile. Sebbene i suoi leader siano pronti ad acquistare sempre maggiori quantità di petrolio e gas africano, russo e mediorientale al fine di soddisfare le crescenti esigenze energetiche della nazione, non deve sorprendere che essi preferiscano sviluppare e sfruttare le forniture interne. Per loro, il Mar Cinese Meridionale non è una fonte “straniera” di Energia, ma una cinese, e sembrano determinati a usare qualsiasi mezzo necessario per assicurarselo. Dal momento che anche altri paesi, tra cui il Vietnam e le Filippine, cercano di sfruttare queste riserve di petrolio e gas, ulteriori scontri, in un escalation dei livelli di violenza, sembrano quasi inevitabili.

Nessuna fine in vista per le lotte

Come questi conflitti e altri simili suggeriscono, la lotta per il controllo degli asset strategici di tipo energetico o per la distribuzione dei proventi del petrolio è un fattore critico nella maggior parte del panorama bellico contemporaneo. Mentre le divisioni etniche e religiose possono fornire il carburante politico e ideologico di queste battaglie, è il potenziale di fare profitti mastodontici a mantenere in vita le lotte. Senza la promessa di tali risorse, molti di questi conflitti sarebbero alla fine cessati per mancanza dei fondi necessari a comprare le armi e pagare le truppe. Finché il petrolio continua a scorrere, però, i belligeranti hanno sia i mezzi e sia l’incentivo per continuare a combattere.
In un mondo legato a doppio filo ai combustibili fossili, il controllo delle riserve di petrolio e gas è una componente essenziale del potere nazionale. “Il petrolio è potenzialmente più importante delle automobili e degli aeroplani,” ha detto Robert Ebel del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali durante un audizione del Dipartimento di Stato nel 2002. “Il petrolio sostiene la forza militare, il Tesoro nazionale [inteso come economia e livello di spesa di uno stato] e la politica internazionale.” È molto più del normale commercio di una materia prima, “è un fattore determinante del benessere, della sicurezza nazionale e della potenza in campo internazionale per coloro che possiedono questa risorsa vitale e il contrario per coloro che non ne hanno.”

Semmai ciò è ancora più vero oggi, e mentre le guerre per l’Energia si estendono, la verità di questa asserzione diventerà ancora più evidente. Un giorno, forse, lo sviluppo delle fonti rinnovabili di Energia può far decadere questa affermazione. Ma nel nostro mondo attuale, se si vede sorgere un conflitto, si cerchi una ragione legata all’Energia. Sarà lì da qualche parte in questo nostro pianeta che va a combustibili fossili.

Michael T. Klare collabora regolarmente con TomDispatch.com, ed è professore di studi sulla sicurezza e la pace mondiali presso l’Hampshire College.

Link: http://www.countercurrents.org/klare090714.htm 9.07.20134

Traduzione per www.comedonchisciotte.or a cura di PG

(Revisione a cura del Centro Studi Sereno Regis)

TomDispatch.com

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=13648

Una replica a “Le guerre per l’energia del XXI secolo – Michael T. Klare”

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