Intervista a me stessa – Paola Camisani

Dal 5 al 10 giugno sono stata a Sarajevo.

Mi hanno chiesto di scrivere un articolo sull’esperienza.

“Su cosa in particolare?” ho chiesto.

“Quello che vuoi” mi è stato risposto.

“Non è così facile” mi sono detta. Innanzitutto perché scrivere non è mai stato il mio forte. In secondo luogo perché in così pochi giorni, ho vissuto così tante emozioni e sperimentato così tanto che mi viene davvero difficile restituire questa complessità a me stessa, figuriamoci agli altri.

Allora ho pensato di farmi un’intervista, per schiarire le idee a me e agli altri.

Perché sei andata a Sarajevo?

Con una delegazione di giovani del Centro Studi Sereno Regis, ci siamo recati a Sarajevo per partecipare al Peace Event 2014. L’evento promuoveva una serie di conferenze e di workshop su tematiche a me molto care: pace e nonviolenza, giustizia sociale, riconciliazione militarismo e possibili alternative.

Personalmente, ciò che mi ha spinto a percorrere quasi 3000 km, per un totale di 30 ore di viaggi (di cui buona parte su strade di montagna), non è stata solo la voglia di partecipare ad un evento irripetibile, ma anche la necessità, che spero non mi abbandoni mai, di scoprire luoghi nuovi, conoscere nuove genti, culture e punti di vista. E così è stato. Sarajevo, con la sua storia centenaria, trasuda cultura ed esperienze di vita umana. La partecipazione al Peace Event mi ha permesso di conoscere persone, associazioni e realtà provenienti da tutto il mondo che si impegnano per la costruzione della pace.

dsc_7935 copiaChe cosa hai fatto a Sarajevo?

Tantissime cose! Non posso certo dire di avere dormito… La mattina e il pomeriggio partecipavo ai workshop del Peace Event. La sera cercavo di vivere la città e di scoprire le sue genti, la loro cultura e di approfondire i rapporti informali con i partecipanti del Peace Event. I workshop che più mi hanno colpito:

Aborigenal struggle in Canada

Il workshop si concentrava sulle lotte di alcune comunità di nativi americani contro la devastazione del proprio territorio a causa delle pratiche di freaking. Avendo lavorato sulle stesse tematiche in India, il workshop è stato utile per comprendere la diffusione dello sfruttamento delle risorse naturali da parte di governi e imprese a scapito di piccole comunità. In chiave positiva però ho potuto comprendere come questi processi attivino percorsi di consapevolezza e socializzazione all’interno di comunità spesso frammentarie. Per maggiori informazioni si veda http://www.idlenomore.ca/, il sito dei movimenti indigeni che si oppongono allo sfruttamento delle risorse locali per un rapporto più sostenibile con la terra.

Debt, crisis and ways people’s organizing

Monika Karbowska, ricercatrice del CADTM (Comité pour l’annulation de la Dette du Tiers Monde) ha ripercorso la storia del debito mostrando come abbia influenzato la crisi economica e la nascita di conflitti. Un focus particolare è stato posto sulle dinamiche politico-economiche sovranazionali e sul ruolo della Comunità Europea. Anche qui l’approccio era propositivo: sono state presentate alternative proposte da movimenti di cittadini auto-organizzati che si impegnano a sorvegliare e documentare l’andamento del debito della Comunità Europea, nell’ottica di una maggior trasparenza negli investimenti dei singoli Stati e della Comunità Europea

European integration or disintegration? Welfare and prosperity or social insecurity?

Esperti di politiche europee hanno discusso rischi e opportunità dell’entrata in Europa della Bosnia Erzegovina. Interessante soprattutto la discussione sulla libera circolazione delle persone tra le frontiere, processi democratici e globalizzazione. I cittadini devono tornare ad avere influenza sulle decisioni che hanno un impatto sulle nostre vite, tuttavia, con la globalizzazione i processi decisionali sono sempre più lontani e decentrati, rendendo più difficile l’influenza dei movimenti e dei singoli cittadini.

Cosa ti è piaciuto di più?

Domanda difficile! E’ banale dire che mi sia piaciuto tutto: la città, le persone che ho incontrato e le idee che ho scambiato, ma è proprio così.

Se devo dare una risposta precisa, forse la cosa che ho apprezzato di più è stata la ‘non comprensione’. Mi spiego. Recarsi in un posto come Sarajevo, durante il centenario della I Guerra Mondiale, porta inevitabilmente a porsi domande su domande. Domande su me stessa, sulla guerra, sul mio ruolo in quel luogo. Come è possibile che una piccola cittadina in mezzo alle montagne sia stata ripetutamente il set di così tanta devastazione? Come può essere che in un luogo dove culture diverse hanno convissuto a lungo in maniera armoniosa (e l’architettura lo dimostra: chiese e moschee sono l’una di fianco all’altra), vi sia stata una tale escalation di violenza? A queste e a molte altre domande non sono riuscita a dare risposta. Più mi interrogavo e meno comprendevo. Fino a che…ho accettato la mia incapacità di comprendere. Questo mi ha permesso di lasciare spazio alle emozioni. Invece che pensare mi sono concentrata sul ‘vivere’. Ho ascoltato i posti e le persone, me stessa e le mie emozioni, spesso contrastanti ma sempre intense.

Secondo Schopenhauer il Sublime è il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di un oggetto che potrebbe distruggere chi lo osserva. Guardare Sarajevo dall’alto al tramonto, con il suo cielo azzurro e le verdi colline seminate di croci bianche è stato il ‘sublime’. L’emozione di condividere un luogo magico con nuovi amici e allo stesso tempo il ricordo di ciò che quel luogo rappresenta.

DSC_7865 copiaE la guerra? Si vede?

La guerra si vede e si sente. La vedi quando cammini per strada e le case sono cosparse da proiettili. O quando abbassi lo sguardo e ti rendi conto che stai calpestando i segni di una granata.

Dopo aver visitato l’Historical Museum of Bosnia and Hertzegovina, sono uscita con un senso di nausea dovuto a quanto visto. Passeggiavo per strada e non potevo fare a meno di pensare che le persone che incontravo avevano realmente vissuto quanto descritto dai reperti esposti al museo.

La guerra però non si mostrava solo nelle sue vesti più atroci. Voglio ricordare gli esempi di Pace. Come il Kino Bosna, – un vecchio cinema – gestito dalla Signora Sena, oggi luogo di ritrovo per molti giovani. Sena ha perso i figli e il marito durante la guerra, ma il suo braccio destro è un Serbo. Durante l’assedio è riuscita ad accordarsi per ricevere cartoni animati per bambini e a proiettarli. In quel momento i bombardamenti si fermavano.

Cosa hai portato a casa?

La fortuna di aver potuto fare certi pensieri che probabilmente sarebbero rimasti chiusi nei meandri della mia mente se fossi rimasta a Torino. Il turbine di emozioni ancora vive nella mia testa. Il Sublime di Sarajevo. Nuove e potenti energie per attivarmi per la Pace e la Nonviolenza. Qualche nuovo/a amico/a e mezzo litro di grappa fatta in casa dall’uomo Bosniaco con le mani più grandi che abbia mai visto!

Fotografie di Giacomo Betta

 

 

 

 

 

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