Il mondo in questo preciso momento: rapporto di metà anno – Johan Galtung

Tempo d’inventario. Lo sparo a Sarajevo di 100 anni fa ispira narrative sul diciannovenne Gavrilo Princip che uccise il successore al trono di un impero e sua moglie incinta come evento scatenante il massiccio massacro reciproco (INYT, FAZ 28-29 giugno 2014). Non sull’impero che si annesse la Bosnia-Herzegovina il 6 ottobre 1908 (Art. 25 del Congresso di Berlino del 1878 fra le “grandi potenze”). Che l’annessione non fosse piaciuta agli abitanti?

Morale di quell’inventario: attenti al terrorismo, non agli imperi e a occupazione-colonialismo; e proteggere i capi, non la gente.

Arriva l’ISIS (Stato Islamico d’Iraq e del Levante, alternativamente tradotto come Stato Islamico d’Iraq e Siria e Stato Islamico d’Iraq e al-Sham). TIME del 30 giugno: La fine dell’Iraq. Che l’Iraq – quell’entità coloniale inglese molto artificiale comprendente arabi sciiti, arabi sunniti e curdi sunniti – sia mai cominciato? Come il suo vicino coloniale francese Siria – inglobante inoltre arabi alawiti, cristiani, ebrei e altri ancora? Mai sentito parlare di Sykes-Picot e dei loro alleati russi zaristi? Possono tali crimini solo passare, senza contro-forze? Si guardi a un punto chiave rispetto all’ISIS – adesso comprendente una parte importante dell’IS – come ponte sullo spartiacque coloniale anglo-francese, a favore di un califfato arabo sunnita. Piaccia o no, queste sono forze intensissime affioranti dal passato alla luce del presente. La sola sorpresa è che sia stato una sorpresa per la “comunità d’intelligence” USA. Si rottami la CIA e gli storici mainstream, aprendo a una comprensione dialettica, al buon senso, forse a un po’ di saggezza – merci rare.

Dopo tutto, che cosa riguardava la rivolta Tutsi al centro dell’Africa? Fermare il genocidio, sì – ma anche superare quello spartiacque anglo-francese imposto; e lo spartiacque imposto Rwanda-Congo.

Stiamo attenti: Iraq-Iran. È forse giunta l’ora di un’unione araba sciita trasversalmente al vecchio confine ottomano-persiano, laggiù nel golfo Persico/Arabo? Le nazioni, le culture, sono più forti che gli spartiacque territoriali imposti da qualche impero – e non devono essere necessariamente occidentali. Un SSII – Stato Sciita d’Iran-Iraq? Un KIIST – il Kurdistan da Iran-Iraq-Siria-Turchia?

USA-Occidente sembrano non imparare nulla, speriamo nel Resto del mondo.

Si prenda l’Ukraina, al confine. Due nazioni racchiuse in uno stato renderanno vana qualunque formula asimmetrica tipo un presidente dell’una incline solo a UE-NATO-USA, o solo a UEA (Unione Eurasiatica)-SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai)-Russia. Ci sono russi ovunque in Ukraina, non solo a Donetsk – e non molti ukraini in Russia, Crimea compresa.

Der Spiegel (23 giugno 2014) offre una spiegazione più sociale: con l’emancipazione delle donne l’URSS divenne femminista, matriarcale; è ormai l’ora che gli uomini russi si facciano sentire da macho. Questa teoria spiegherebbe anche le tragedie jugoslave degli anni 1990. Ma possono essere più consone soluzioni politiche federali, inclini a entrambi i versanti con presidenti a rotazione o “biconsolari”, che non l’inversione del machismo – forse non solo in Russia ma anche in Ukraina, anch’essa un tempo parte della stessa Unione delle Repubbliche Spcialiste Sovietiche? Der Spiegel rende sociologico un problema politico; interessante, ma forse inutile tanto quanto renderlo un problema psicologico?

Myanmar, Sri Lanka, Thailandia. Tragico declino di una principale fonte di pace – il buddhismo – con la violenza buddhista, addirittura il genocidio, contro i musulmani; in Sri Lanka anche contro i tamil secondo la dottrina mahawansa per cui Sri Lanka sarebbe designato dal Signore Buddha come patria del buddhismo. Popolo eletto, Terra promessa.

Ma sotto quel buddhismo violento c’è anche lo sforzo per l’unità nazionale, e in tutti e tre i casi le soluzioni politiche sono lungo vettori federali-confederali. Dopo tutto, dall’impero absburgico derivarono 12 stati, oggi prevalentemente nell’Unione Europea – tra il confederale e il federale –legittimati appunto dalla dottrina dell’auto-determinazione nazionale: perché mai dovrebbe valere solo per l’Occidente?

I rapporti tra penisola coreana-USA-Giappone. Potrebbe risolverli un presidente USA: normalizzando la Corea del Nord con un trattato di pace e rapporti diplomatici invece di mantenerla come pretesto per preparativi di guerra da parte dei falchi in USA-Giappone, contribuendo a rendere la Corea del Nord sempre più patologica.

Questi sono brutti punti, ma gran parte del mondo non va altrettanto male. Si prendano gli otto poli del modello ottagonale del mondo: in senso orario America Latina-USA-Russia-India-Cina-OIC-UE-Africa.

IC

INDIA CINA

R RUSSIA SCO OIC

USA NATO-AMPOUE

B CELAC AFRICA S

NAM

I primi cinque + l’UE sono ben avviati alla pace con diritti e obblighi reciproci – seppur non sempre forti in equità – ai livelli inter- e intra- statali-provinciali. La violenza diretta, simile alle malattie contagiose, è bassa. L’OIC e l’Africa sono più problematiche, ma probabilmente avviate anch’esse [alla pace]. Ma, a livello interregionale?

Ancor più problematiche, come per la salute, sono la violenza strutturale e le malattie strutturali – cardiovascolari, tumorali, mentali. Perfino i media mainstream oggi si preoccupano molto della violenza strutturale, che chiamano disuguaglianza, pur non curandosi del numero dei morenti (140.000 al giorno, di fame e malattie prevenibili-curabili, niente denaro a disposizione). Chiamare un paese, una regione del mondo pacifica con tali atrocità rampanti di morte e disuguaglianza è violenza culturale.

E non dovremmo trascurare le guerre e le minacce che emanano da tre stati particolarmente aggressivi sorretti da dottrine di Popolo Eletto–Terra Promessa: ci riferiamo agli USA, con i loro legami con Israele e Giappone, che si avvicina di giorno in giorno a uno status di potenziale belligerante, con la revisione dell’art.9 [della costituzione] a favore dell’ “autodifesa collettiva ” – con gli USA.

Contro tali pericoli, si levano tre fonti di pace intesa sia come assenza di guerra sia come equità (sebbene non sempre altrettanto forti in armonia-riconciliazione-risoluzione): la Comunità Islamica, l’Eurasia, il Vaticano. Pur molto diverse, esse contribuiscono in modo significativo alla pace.

La Comunità Islamica, l’ummah, è per principio a-statuale, sottoposta alla pace (“islam” sta per entrambi i significati).

L’Eurasia, plasmata da Russia e Cina, è un sistema di stati basato sulla cooperazione a mutuo e uguale beneficio; in altre parole, sull’equità.

Il Vaticano di Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, e Francesco è una parte del sistema statuale, profondamente impegnato sui valori della pace.

Che queste tre forze di pace fioriscano per sinergie sorprendenti!

 

30 giugno 2014

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale:The World Right Now: A Mid-Year Report

https://www.transcend.org/tms/2014/06/the-world-right-now-a-mid-year-report/

2 Risposte a “Il mondo in questo preciso momento: rapporto di metà anno – Johan Galtung”

  1. Ho rilevato che molti se non tutti gli studiosi convengono sul fatto che la rottura più o meno violenta della cultura locale crea i presupposti per conflitti futuri. Questa rottura viene facilmente assorbita perché chi ha subito violenza si adegua per convenienza facilmente alla nuova cultura e difficilmente sul momento si ribella cioè preferisce godere dei beni materiali che tale adeguamento fornisce. E' vero o non è vero che questa violenza può esplodere a distanza di tanti anni o secoli con apparenti nuove motivazioni, che di fatto fanno comodo al carnefice? Perché gli studiosi non hanno coraggio di dire pane al pane e vino al vino?

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