L’Unione europea senza democrazia – Mary Kaldor

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nost ri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

30/05/2014

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