Resistenza nonviolenta 1943-45 – Recensione di Maria Pia Bozzo

cop Ercole Ongaro, Resistenza nonviolentaErcole Ongaro, Resistenza nonviolenta 1943-45, edizioni EMIL, Bologna 2013

Molti sono i termini usati dagli storici e dai ricercatori per indicare il fenomeno della Resistenza senza armi, a partire dalla categoria di “Resistenza civile”, adottata dallo storico francese Jacques Sémelin, per passare a quella di “Resistenza passiva” o di “disobbedienza civile”, oppure di “Resistenza non armata” o “lotta non armata.”

Ma al di là delle precisazioni per motivare l’una o l’altra scelta rimane il fatto importante che in questi ultimi anni si è guardato alle molteplici forme di Resistenza senza armi, riconoscendone il valore e l’autonomia, a partire dai gesti quotidiani di cittadini comuni compiuti con la consapevolezza di assumersi una responsabilità in contrasto con le “ordinanze” e i “decreti legislativi” dei nazifascisti. Tali gesti avevano in sè un grande potenziale di opposizione, di rivolta, di lotta all’ingiustizia e di difesa della civile convivenza, dal valore indiscutibile.

Soprattutto negli ultimi venti anni si è avuta una abbondante produzione di ricerche su singoli aspetti della Resistenza non armata: ricerche locali e saggi sull’aiuto ai militari sbandati, agli ex prigionieri alleati, agli ebrei, molte memorie sui temi della deportazione e degli internati militari, sul ruolo delle donne, dei religiosi, a indicare un fenomeno diffuso, presente in tutti gli strati della popolazione, spontaneo o organizzato, che ha dato un grande contributo alla sconfitta del nazifascismo.

Ercole Ongaro, direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (ILSRECO), intitola il suo ultimo libro “Resistenza non violenta” (Ed. EMIL, Bologna 2013). Nell’introduzione presenta la sua opera come frutto di una serie di ricerche, di microstorie locali, capaci di tramandare la memoria dei molteplici aspetti nei quali si è concretizzata la resistenza civile che insieme a quella armata ha costituito l’unica Resistenza al nazifascismo, interpretata da ciascuna componente politica o sociale con la propria specificità ideologica, morale e di genere.

Il libro è costituito da dodici capitoli che prendono in esame i diversi aspetti del fenomeno: dall’aiuto agli ex prigionieri alleati in diverse zone del Piemonte, Lombardia, nord-est, centro Italia, all’aiuto agli ebrei nel Bresciano, nel Modenese, nel Milanese, in Toscana e a Roma, alle lotte nelle fabbriche, nelle campagne e a scuola a Torino, Milano, Genova, alla resistenza degli internati militari, dei deportati razziali e politici, dei renitenti alla leva, delle donne. Un capitolo è poi dedicato alla stampa clandestina e un altro ai Comitati di liberazione nazionale. Il capitolo conclusivo è dedicato ad approfondire il senso della Resistenza armata, la sua necessità di fronte alla occupazione tedesca e al cupo ritorno dei fascisti, come scelta ineludibile di coscienza e di dignità.
Il libro ricostruisce una mappa, una rete molto più ampia di quello che si potrebbe immaginare. Si tratta di una ricostruzione capillare raccontata vita per vita, storia per storia.
Afferma Ongaro che la “guerra” partigiana aveva come scopo fondamentale e condiviso la difesa contro l’occupante nazista e il suo alleato fascista: l’unica guerra “giusta” per la cultura e la riflessione teorica, anche teologica, del tempo. Per questo, anche nella sua dimensione armata, la Resistenza è stata altra cosa dalla guerra, così come si differenziano radicalmente il resistente dal terrorista. Il terrorista non ha il consenso della popolazione in mezzo a cui semina violenza, il resistente si sente invece approvato, protetto, sostenuto dalla popolazione, che considera la sua azione finalizzata a difenderla dalla cieca violenza dell’aggressore.
Interessante è poi il cenno che l’autore fa a quella che chiama la questione morale della Resistenza e cioè il caso di coscienza di molti resistenti nel decidere di dare la morte, di usare la violenza accettata come estrema necessità, ma intimamente rifiutata. Vengono riportate le testimonianze di Tina Anselmi, di Lucia Ottobrini, di Rosario Bentivegna che, dopo il suo primo attentato contro tre militi fascisti, non riusciva a liberarsi dal pensiero di aver “fatto fuoco su uomini vivi.” Stati d’animo che ritroviamo ampiamente descritti nello stupendo romanzo sulla Resistenza, sostanzialmente autobiografico, “La messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi, morto pochi mesi fa quasi centenario .
Il volume, di 320 pagine, scritto in una lingua molto scorrevole, è ricco di testimonianze, di episodi, di citazioni da ricerche e storie locali raccolte con pazienza e passione. Credo che possa costituire un valido invito a continuare gli studi su questo aspetto della Resistenza ancora nel complesso poco esplorato e quindi suscettibile di inediti arricchimenti. Notavo, ad esempio, che le uniche due citazioni che riguardano la Liguria sono relative alla lotte operaie a Genova e sono tratte sia dagli scritti di Antonio Gibelli, sia dal volume di Giorgio Gimelli. Immagino che negli archivi pubblici o privati come nelle memorie tramandate si possano ancora trovare tracce non insignificanti di quella sintonia con la popolazione che aiutò e sostenne la “guerra” partigiana, le permise di superare anche i momenti più difficile, fu un forte antidoto contro la sua disumanizzazione.
Valorizzare anche le forme di Resistenza non violenta significa, conclude l’autore, alimentare la memoria fertile della Resistenza, quella che può ispirare ancora l’agire nel presente: e, citando uno scritto di Enrico Peyretti, afferma che è la premessa per elaborare più a fondo, anche oggi, la possibilità e le modalità di una “forte resistenza all’ingiustizia” mentre si tiene fermo il principio del ”ripudio della guerra”.

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