Omaggio all’International NewYorkTimes – Johan Galtung

Sul tavolo ci sono alcuni vecchi ritagli prevalentemente da quel non comune giornale; in mente ho l’International Herald Tribune, IHT, dal 1857, e una parte della mia realtà per circa cinquant’anni. Forse una dipendenza? Difficile vivere senza. Il cambio recente di nome in International New York Times era comprensibile ma troppo specifico geograficamente, non globale. I giornali di Honolulu, ben situati, sono sovente più globali.

Perché omaggio? Non per la trattazione delle notizie; di solito, quelle “adatte alla stampa”, che non contraddicono troppo apertamente le visioni del mondo insite nelle politiche estere USA e israeliana, anche se questo è notevolmente migliorato di recente. E neppure per gli editoriali, che sono spesso sulla stessa linea e anche, spiacente, francamente noiosi molte volte.

No, l’omaggio è per gli articoli, addirittura i saggi, ad altissimo livello in quello che dopo tutto è un giornale, fogli con notizie. Tali saggi sovente svolgono discorsi d’ampia portata, che risalgono nel passato, si spingono lontano nel futuro. Non è questione di accordo-disaccordo, bensì di ampiezza, apertura, anche in termini globali.

Prendiamo William Safire del 30 settembre 1991 su “la differenza fra federazione e confederazione imperniata sulla questione della sovranità”. Come fa notare, la prima è “una singola potenza sovrana”, la seconda è “un’associazione di stati sovrani”. Egli mette pure in guardia dallo riempire questa seconda di un contenuto tratto dal Sud degli USA e dalla guerra civile. Distinzione molto utile allorché il mondo ha a che fare con tanti paesi dove le potenze coloniali hanno avvolto assieme nazioni molto diverse in uno stato unitario e, quando si manifestano “guai”, non ha abbastanza alternative. Infatti, devoluzione-federazione-confederazione sono già una bella gamma, e ci sono o ci potrebbero essere assetti intermedi. Ma Washington sembra avere appese ai muri e in mente solo mappe di stati, mai di nazioni, ed è quindi impreparata ai “guai”. Rilassiamoci, ci sono alternative, in Iraq, Afghanistan, Siria. Perfino negli Stati Uniti.

Così, Scott Shane riferisce da Mosca nel Honolulu Advertiser del 19 giugno 1988 che il Partito, con Gorbaciov, sostiene l’unione del Nagorno-Karabagh all’Armenia – mentre il Partito in Azerbaigian è effettivamente contrario. Il problema non è stato risolto, ma l’articolo esplora la contraddizione stato-nazione in Unione Sovietica. Che un giorno si faccia anche per gli USA?

Il principale specialista sovietico sugli USA, Georgi Arbatov, dell’Accademia Sovietica delle Scienze, pubblicava un articolo, il 20 maggio 1988, anch’egli nel Honolulu Advertiser: “I problemi USA richiedono glasnost, perestroika”, cioè un dibattito aperto dando la parola a tutti, e un cambiamento strutturale. Sfidava “miti e illusioni”, “l’eccezionalismo americano”. Ricordava ai lettori del “vivido simbolo” la necessità di un cambiamento basilare: il crollo della borsa valori del 19 ottobre 1987. Ovviamente, non c’è stato alcun cambiamento – anzi ci sono stati altri crolli –ma il punto è che il giornale diede spazio a questa prospettiva. I più non l’hanno fatto; qualcuno lo fa.

Il Honolulu Advertiser riportò anche “Lee di Singapore: Declino dell’America” (Richard Reeve da Singapore il 29 novembre 1989. “Adesso siamo in un mondo multipolare. L’America è ancora il maggiore giocatore, ma non dominante come in passato”. Lee si focalizzava non solo sull’economia, e sulla sfida posta dall’Europa occidentale e dal Giappone – del quale anch’egli teme una crescita militare – neppure una parola sulla Cina alla quale Lee aveva dato consigli). Il dominio americano non può essere ristabilito, e gli americani non sono “emotivamente pronti al riguardo”. William Safire del NewYorkTimes era nel suo uditorio e opinava che “ha proprio torto. La diversità e creatività americana prevarranno”. Beh, forse piuttosto la violenza.

Le tendenze hanno dato ragione a Lee pur se non riguardo all’Europa occidentale e al Giappone, non riuscendo a vedere l’arrivo in scena dei BRICS. Ma, anche qui il giornale dà ampio spazio a una previsione cui gli USA non erano preparati.

Tornando all’IHT: Tamotsu Sengoku, il 1 dicembre 1987, dà voce a un importante problema giapponese, i manga, fumetti come forma di comunicazione a scapito della profondità, in peggioramento; e questo giornale lo ha citato.

In una serie di dispacci incisivi, “Plutonio nei mari” (4-17-28/29 novembre 1992 e 6 gennaio 1993) il giornale riferiva criticamente la spedizione dalla Francia al Giappone di circa una tonnellata di plutonio per i reattori auto-fertilizzanti giapponesi. Sappiamo che cosa accadde circa vent’anni dopo: Fukushima, tuttora in ballo. Se qualche decisore avesse preso sul serio quelle corrispondenze – cosa che non avvenne – … Il giornale comunque fece il proprio lavoro, in modo notevole; non solo riferendo, ma anche analizzando in dettaglio le implicazioni.

Ma il giornale ha dato anche spazio a eventi della storia remota che possono aprire degli squarci sul futuro, come Barry James il 30 luglio 1990 su “Il lato buio del 1492; la cacciata degli ebrei dalla Spagna”. Beh, ci furono altri lati bui, come quello che successe agli indigeni sudamericani nella dinamica evolutiva della formazione dell’America Latina, e ai Mori quando furono espulsi. Ma molti non sono consci della posizione degli ebrei, neppure come visir di uno stato musulmano, Granada (nel 1027), né che dopo la più brutale espulsione da parte dei re cattolici fu negli stati musulmani che gli ebrei furono accolti a Istanbul, dopo la vittoria del 1453 sull’impero Romano d’Oriente, e nelle terre Ottomane.

Senza dubbio molta di quella vecchia storia è tuttora viva nei più profondi recessi della realtà attuale. Gli ebrei sefarditi vengono ora di nuovo accolti in Spagna, con accesso alla piena cittadinanza. Ci sono ancora nessi fra la Turchia e gli ebrei nel senso di Israele. Forse il futuro di Israele sta nel passato, non nella rotta di collisione con l’Islam in generale, non solo con i palestinesi e non appoggiandosi sulle sette evangeliche USA che un giorno gli si possono volgere contro? L’articolo apre a tali riflessioni.

Un giornale notevole, che mobilita talenti da tutto il mondo. La scelta degli articoli citati più sopra è di parte; ma molto più di parte sarebbero giornali privi totalmente di tali discorsi e prospettive. Possiamo augurarci più interventi che aprano gli occhi su una vasta gamma di alternative, più articoli che mettano il dito su contraddizioni dolenti non prontamente percepite. Continua a lavorare in questa direzione, caro INYT – e grazie d’esistere.

 

5 maggio 2014

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

  2. Titolo originale: Homage to International NYT

https://www.transcend.org/tms/2014/05/homage-to-international-nyt/

Una replica a “Omaggio all’International NewYorkTimes – Johan Galtung”

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