L’eterna ingiustizia dell’amianto – Enzo Ferrara

Fra tutti i materiali prodotti dall’uomo negli ultimi due secoli, l’amianto – la cui lavorazione è stata sempre accompagnata da sospetto e omertà sui pericoli della produzione e dell’uso, ed è tuttora in corso con scarsissime misure protettive nei paesi emergenti – riassume in modo esemplare le contraddizioni del sistema tecnologico ed evidenzia le difficoltà di controllo e regolazione della produzione industriale globalizzata anche quando vi è certezza della sua nocività. Nessun altro materiale è stato tanto esaltato per le sue proprietà magiche (refrattarietà, isolamento, lavorabilità, leggerezza, sterilità) e poi tanto esecrato quando il conto delle vittime dovute alle sue fibre è stato reso pubblico assieme all’angoscia dei drammi affrontati personalmente prima e collettivamente poi, quando è cresciuta la consapevolezza dei rischi per la salute, incombenti in Italia più di venti anni dopo la sua messa al bando nel 1992.

Consapevolezza e prevenzione in questa storia hanno avuto scarsissimo significato e quasi mai hanno trovato applicazione. Nel 2009, dalle miniere di tutto il mondo sono state ancora estratte due milioni di tonnellate di amianto: il 50 % nei paesi della Federazione Russa e poi in Cina, Brasile, Kazakistan e Canada dove le ultime due miniere attive, entrambe nel Quebec, sono state chiuse nel 2011. Nel settembre 2012 il partito di governo nella regione del Quebec ha inserito il blocco della produzione di amianto nella propria campagna elettorale. Un segnale importante ma negazionismo e omertà non sono sconfitti, neppure dopo la storica sentenza d’appello del processo Eternit di Torino dello scorso giugno. In Canada è tuttora vigente la scandalosa anomalia del “doppio standard”: niente uso dell’amianto in patria ma grandi esportazioni all’estero, soprattutto in India. A metà giugno 2013, nella settimana successiva all’ultimo pronunciamento del tribunale di Torino, i delegati di Casale Monferrato – Bruno Pesce, presidente del Comitato Vertenza Amianto, e Nicola Pondrano, segretario della Camera del lavoro, assieme ai pubblici ministeri Sara Panelli e Gianfranco Colace, del team del procuratore Raffaele Guariniello – invitati a Curitiba, capitale dello stato del Paranà, dalla Procura del lavoro brasiliana, hanno trovato un comitato di operai che protestavano contro la loro presenza contestando l’evidenza di pericolosità del minerale, preoccupati per la minaccia di chiusura delle miniere e degli impianti di lavorazione nei paesi del Sudamerica. Il presidente dell’Associazione Paranaense degli Esposti all’Amianto, Herbert Fruehauf, è stato esplicito: “I lavoratori che manifestano sono obbligati a farlo dalle imprese per cui lavorano. Le imprese usano i propri operai e organizzano queste manifestazioni per continuare a produrre. Ma noi non lottiamo contro il lavoro, lottiamo contro l’amianto, perche é provato che non esiste livello di sicurezza per la sua manipolazione”.

Dalla Russia contro i comitati che si battono per il bando internazionale dell’amianto arrivano accuse di ecoterrorismo e di pseudoambientalismo al soldo di potenti lobby. Fernanda Giannasi, ispettrice del lavoro a San Paolo è sistematicamente querelata dall’Eternit brasiliana con richieste di risarcimento enormi. In Europa, l’entrata di Slovenia e Croazia nell’Unione ha comportato l’adeguamento al bando dell’amianto, esteso a tutta l’UE nel 2005: fra le reazioni ci fu uno sciopero della fame degli operai di una fabbrica in chiusura, vicino a Spalato.

Il Ministero della salute ha definito la diffusione dell’amianto un’emergenza nazionale e un grave pericolo sanitario, ma per come è stato trattato finora questo problema, molte ombre pesano anche sulle istituzioni italiane. Mentre i finanziamenti latitano, peggiora la situazione dei 380 siti di amianto da bonificare, già compromessi dal punto di vista dei rischi ambientali e sanitari. Negli ultimi anni sono aumentate le vittime di mesotelioma pleurico – la più pericolosa fra le patologie causate dall’amianto – per esposizione ambientale e quindi non per cause professionali. In Italia i decessi per mesotelioma pleurico sono circa duemila ogni anno. Il direttore nazionale del’Inail, l’istituto che dovrebbe occuparsi dei problemi di salute derivanti dal lavoro, ha però comunicato che su mille casi di mesotelioma in media l’ente riconosce la causa di lavoro solo a 450. L’Inail pur perdendo quasi tutte le cause, continua a perseguire ogni grado di giudizio per evitare i risarcimenti o anche solo per ritardare il giusto riconoscimento dei diritti dei lavoratori colpiti dalla malattia. In molti casi si arriva al risarcimento solo dopo più di dieci anni. I dati Inail sottovalutano il fenomeno: non soltanto sono sottostimati i casi di mesotelioma, ma vi è anche carenza informativa sulla frequenza di malattie asbesto-correlate diverse dal mesotelioma. L’emergenza continua ad essere pericolosamente elevata, tuttavia prevale il silenzio: se si esclude la vicenda Eternit – con imputati e interessi non italiani, – dei numerosi processi per malattie da amianto (alle acciaierie Teksid di Torino, alla Solvay di Rosignano, alla Italcantieri di Monfalcone, alla Fibronit di Broni …) si parla poco. Ci sono poi i processi in ambito militare, per malattie contratte su navi, sommergibili, aerei i cui atti sono secretati. Si sa che diversi velivoli in dotazione a Esercito, Marina, Aviazione e Carabinieri sono saturi di amianto, eppure vengono utilizzati senza remore. L’azienda produttrice, l’Agusta Westland – controllata di Finmeccanica – li ha definiti inquinati dopo il 1992 informando dettagliatamente su quali e quanti modelli e in quali parti delle carlinghe contenessero amianto. La Difesa non ha finora contemplato l’eventualità di una bonifica né ha dato comunicazione agli equipaggi dei rischi per la salute o di misure di sicurezza da adottare come prevenzione.

Se il Ministero della Difesa è distratto gli altri dicasteri non sono più attenti. Lo scorso 8 aprile 2013 a Casale Monferrato – centro della lotta internazionale per l’abrogazione dell’amianto – il dimissionario ministro della salute Renato Balduzzi ha presentato il “Piano nazionale amianto”, un elenco di indicazioni e di linee di intervento per un’azione coordinata delle amministrazioni statali e territoriali. Secondo l’ex ministro si è trattato di una risposta operativa a una vicenda sulla quale era sceso l’oblio: il governo Monti riportava una triste vicenda all’attenzione nazionale e internazionale. I responsabili dei dicasteri del lavoro, Elsa Fornero, e dell’ambiente, Corrado Clini, dimissionari anch’essi, erano assenti. Purtroppo dopo la presentazione a Casale, con l’ex ministro, l’Istituto Superiore di Sanità e le autorità militari e religiose, il Piano Amianto non è stato approvato neppure dalla Conferenza unificata Stato, Regioni, Province e Comuni per problemi di bilancio, e non ha quindi alcuna forza impositiva.

“Il nostro Paese – spiega Armando Vanotto, responsabile nazionale dell’Associazione Italiana Esposti Amianto – ha su tutto il territorio circa 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto da smaltire su una superficie di circa 600 milioni di metri quadri: si tratta grossomodo di 700 chilogrammi di amianto per ogni abitante. Il materiale rimosso in Italia viene trasportato su gomma nell’ex Germania dell’Est, a migliaia di chilometri di distanza, con costi altissimi. Questa situazione è dovuta alla mancanza di un piano di smaltimento nazionale e della progettazione di discariche regionali. In Italia non esiste una data di termine per la fine dell’amianto: in alcune regioni l’obiettivo dello smaltimento era stato posto nel 2015, ma di questo passo ci vorranno cento anni. Con i censimenti fatti in passato, il materiale registrato in tutta l’Italia non ha superato il venti percento dell’esistente; i sindaci avrebbero dovuto responsabilizzare i cittadini, invitandoli a dichiarare i metri quadri delle coperture possedute, per controllare poi che la quantità denunciata corrispondesse a quella da smaltire. Dobbiamo anche discutere e approfondire il problema delle forme di smaltimento: gli inertizzatori, le discariche o le miniere abbandonate. La creazione di impianti appositi in ogni regione potrebbe ridurre drasticamente il costo complessivo del trasporto e dello smaltimento all’estero e con il risparmio derivante si potrebbe concedere uno sconto fiscale a chi intendesse far rimuovere materiali asbestosi, stabilendo delle scadenze. Ma senza alcun controllo da parte degli enti locali, i proprietari di piccole quantità di cemento amianto hanno continuato a disperdere pericolosamente il materiale nell’ambiente. Cosi la prevenzione primaria è rimasta un sogno. Dobbiamo dire anche che questo Piano Nazionale, pur con tutti i suoi limiti resta un punto fermo, prezioso, perché dopo ventuno anni dalla famosa legge n. 257 del 27 marzo 1992, che stabilì la cessazione dell’impiego dell’amianto, si traccia finalmente un percorso che prima non c’era” (Una Città, n. 204, 2013, p. 45).

Del Piano Amianto è attivo solo il programma riguardante l’assistenza sanitaria e l’assegnazione di una quantità minima di finanziamenti per la ricerca: 820 mila euro forniti dall’UE più 300 mila euro della regione Piemonte. Gli ospedali di Casale Monferrato e di Alessandria si sono coordinati per creare standard comuni basati sulle migliori tecniche di cura disponibili. Mancano invece indirizzi su come sorvegliare i lavoratori ex esposti, a forte rischio di malattia, e come mettere in atto ciò che è di competenza territoriale: la prevenzione, l’assistenza sanitaria e le operazioni di bonifica. Lo scorso 25 luglio 2013 a Roma nel corso di una manifestazione promossa dai comitati si è svolto un incontro alla Camera dei Deputati con alcuni parlamentari fautori di una proposta di legge per affrontare in modo organico i problemi relativi all’amianto: quello sanitario, quello ambientale e quello dei risarcimenti.

“Oltre ogni ragionevole dubbio” le 800 pagine di motivazioni della sentenza Eternit in corte d’appello stabiliscono che Stephan Schmidheiny, padrone della multinazionale, era conscio del disastro causato dalla lavorazione dell’amianto presso i suoi stabilimenti. Schmidheiny, oltre a sapere della cancerogenicità della fibra, ha cercato di nascondere le prove e di mettere a tacere ogni richiesta dell’informazione pubblica e dei sindacati. Questa opera di disinformazione gli ha consentito di continuare a lavorare l’amianto quando già era conclamato il nesso causale tra l’inalazione delle sue polveri e l’insorgenza di patologie che, per la loro gravità, giustificano una prognosi quasi sempre infausta. Accreditando ambiguamente ingiustificate incertezze – si legge nella sentenza – l’imputato intendeva sdrammatizzare il pericolo, pilotando il modo in cui il fenomeno sarebbe stato recepito dalla pubblica opinione. “Ma – si chiedeva il sociologo francese Pierre Bordeau – cos’è questa opinione pubblica invocata dai creatori di diritto delle società moderne, delle società nelle quali il diritto esiste? È tacitamente l’opinione di tutti, della maggioranza o di coloro che contano, di quelli che sono degni di avere un’opinione?” (Le Monde Diplomatique, gennaio 2012).

Nel 1968 negli USA fu prodotto un film, Hellfighters, su una squadra speciale impegnata nello spegnimento degli incendi dei pozzi petroliferi: il titolo fu tradotto in italiano come Uomini d’amianto contro l’inferno – oggi improponibile. Si può obiettare che mancasse allora la consapevolezza della pericolosità dell’amianto. Non mancava solo quella: pochi anni prima un kolossal su Gengis Khan, The Conqueror, fu girato a St. George, una località dello Utah posta sottovento rispetto al poco distante deserto del Nevada dove si svolgevano allora test nucleari con cadenza bisettimanale. Al termine delle riprese il produttore, Howard Hughes, fece trasportare 60 tonnellate di sabbia radioattiva a Hollywood per riprodurre in studio gli scenari dello Utah. L’intera troupe fu esposta a radiazioni nucleari che probabilmente furono poi la causa dei tumori che colpirono alcune stelle del cast, fra le quali John Wayne e Susan Hayward, assoldate per le riprese. In quegli stessi anni Michelangelo Antonioni girava a Ravenna Deserto Rosso, un film che con preveggenza raccontò l’angoscia e lo spaesamento della convivenza con l’impianto petrolchimico, denunciando implicitamente i danni all’ambiente e alla salute del fisico e della psiche. Non è questione di conoscenze incomplete o di consapevolezze che devono aver tempo di maturare, ma di capacità di visione e di volontà delle coscienze di prendere atto delle situazioni. Senza questi presupposti si può restare nell’inconsapevolezza in eterno. Nel 2011 a Rosignano Solvay è stata istituita una film commission per dare sostegno alle compagnie cinematografiche e televisive interessate a lavorare sul territorio comunale. La film commisssion mette a disposizione tutti i servizi, dalla scelta delle location alla concessione dei permessi tramite gli uffici comunali, all’assistenza tecnica, alla ricerca di alloggi per le troupe. Il territorio di Rosignano, infatti, offre un insieme di paesaggi che grazie alla loro conformazione risultano attraenti per la produzione cinematografica. Fra questi ci sono anche le spiagge bianche, chiamate così per la somiglianza con gli ambienti caraibici e perciò molto sfruttate nella produzione cinematografica, come nel caso delle pellicole Maschi contro femmine e Femmine contro maschi girate fra il 2010 e il 2011 da Fausto Brizzi, o degli spot pubblicitari Tim-Cristoforo Colombo, che hanno imperversato sulle tv italiane, con protagonisti Raffaella Carrà, Bianca Balti e Neri Marcorè. Ci si chiede come sia possibile, visto che su quelle spiagge la balneazione è vietata: l’insolito colore della sabbia è conseguenza di anni di scarichi di carbonato di calcio e altri inquinanti da parte degli impianti del gruppo Solvay, situati a un chilometro dalla costa. Dunque, la film commission di Rosignano – che ironicamente afferisce al settore Qualità della vita del consiglio comunale – ancora nel 2014 offre servizi per riprese cinematografiche in uno dei siti più inquinati d’Italia e d’Europa, basta non girare mai la telecamera fino a inquadrare l’impianto.

In assenza delle voci istituzionali e di riferimenti culturali affidabili, la risposta più consona per l’elaborazione storico-sociale di tragedie moderne come quella dell’amianto sale dal basso: è la parola delle vittime, le quali passando dall’elaborazione singola a quella collettiva, solidaristica, si ergono a testimoni prima e poi a simbolo delle rivendicazioni democratiche. Oltre che nel libro di Stefano Valenti (La fabbrica del panico, Feltrinelli, Milano 2013), la cronaca dell’amianto è raccontata in diversi testi autobiografici (Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, Milano 2012; Giampiero Rossi, La lana della salamandra, Ediesse, Roma 2010) e in documentari come Indistruttibile (2004) di Michele Citoni, Polvere (2011) di Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller e La multinazionale delle vittime (2011) prodotto dalla TV Svizzera Italiana. Esiste inoltre una pubblicazione, Eternit and the Great Asbestos Trial (2011), che mette insieme l’esperienza maturata in lunghi anni di denunce dai diversi comitati nazionali, curata dagli epidemiologi inglesi David Allen e Laurie Kazan-Allen. L’introduzione è di Romana Blasotti Pavesi che a Casale Monferrato ha perso per mesotelioma cinque familiari, fra cui una sorella, il marito e una figlia. La traduzione italiana è di Vicky Franzinetti, Elena Pertusati e Laura Centemeri. È un testo noto da Tokyo a Bangkok, a San Paolo, nelle versioni in giapponese, thai e portoghese, realizzato proprio perché – come ha ribadito anche l’ex ministro Renato Balduzzi – “Senza le realtà sociali e le comunità locali, la battaglia sanitaria, culturale e giuridica contro l’amianto non si sarebbe mai realizzata”.

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