Mari cinesi e isole: soluzioni? – Johan Galtung

Conferenza all’Università di Nanchino

Proverbio cinese: meglio che dare a un affamato grave del pesce è insegnargli a pescare. Cioè, non solo soluzioni ma anche come risolvere i conflitti: nel mar Cinese Orientale fra la Cina e il Giappone per le Diaoyu-Senkaku e fra la Corea e il Giappone per Dockdo-Takeshima; e nel mar Cinese Meridionale fra la Cina e Taiwan e con Filippine-Vietnam-Malaysia-Brunei per le isole Nansha-Spratly. Tuttavia, la disputa Cina-Taiwan si può considerare come un solo contendente con le stesse richieste, e la Cina ha accettato di trattare con l’ASEAN-Associazione delle Nazioni SudEst-Asiatiche collettivamente, non solo con quattro dei dieci stati membri bilateralmente. In breve: Cina vs ASEAN.

Gli obiettivi in questi conflitti bilaterali – conflltto=obiettivi incompatibili ! – sono i diritti di sovranità statale non su aree di terraferma bensì su isole – essenzialmente sulle proprie EEZ-zone economiche esclusive entro 200 miglia nautiche dalla propria base costiera – per sfruttare risorse, viventi e non; pesce, idrocarburi, minerali. E la sovranità su una zona di 12 miglia comprensiva dello spazio aereo – escludendo altri, le loro rotte e i loro voli mercantili.

MA, l’isola deve sostenere l’insediamento umano, (“la terra domina il mare”). Cosa che la gran parte non è in grado di fare – sono addirittura solo scogliere (una ha il nome iconico di “Scogliera del Malanno”), qualcuna perfino sott’acqua con l’alta marea. Da qui il piantare bandiere, lo stazionamento di truppe, le esercitazioni navali per far valere pretese. Wikipedia elenca l’occupazione di 15 isole, 34 scogliere e 7 fondali da parte dei 4 contendenti (non il Brunei).

Per gran parte della storia esse furono terra nullius, appartenente a nessuno. Ma con la sempre maggior richiesta di pesce, risorse e trasporti marittimi, e la Legge del Mare ONU del 1982 che offre addirittura delle EEZ, prosperano i reclami. Di due tipi: positivi – “è nostro”, e negativi – “non è vostro”.

Quindi, fintanto che le Diaoyu-Senkaku appartenevano a una famiglia privata giapponese, erano essenzialmente terra nullius; ma nel 2012 il governo giapponese acquistò le isole, che divennero proprietà statale. La Cina reagì immediatamente. Una soluzione: riprivatizzare le isole.

Per i conflitti bilaterali la teoria della pace offre cinque esiti:

(1) l’uno                      (5) sia l’uno -sia l’altro

?

? (4) compromesso

?

?(3) né uno-né l’altro             (2) l’altro

?_________________________________________

(1)-(2) – o mio o tuo – è il tipico esito del sistema statuale nei conflitti sulla sovranità, per cui gli stati hanno due strumenti:

militare: con la potenza, si decide combattendo: il vincitore stabilisce l’esito;
giuridico: col diritto, decidere con mezzi legali chi ha ragione e chi no.

I due metodi assegnano tutto a uno, nulla all’altro, il perdente.

(4)–compromesso – è l’esito del terzo strumento dello stato:

la diplomazia: col compromesso (soluzione intermedia), negoziando (tu vinci quel conflitto, io l’altro), ambiguità (io interpreto a mio vantaggio, tu a tuo vantaggio).

(3)-(5)—-né uno-né l’altro e sia uno-sia l’altro richiedono un ulteriore, raro, strumento: la creatività:

mediante una nuovarealtà che accoglie tutti gli obiettivi legittimi.

Analisi importante, ma astratta: ora dalla teoria della pace alla pratica.

Nel mar Cinese Orientale il possesso unilaterale lascia una ferita purulenta. Ma i compromessi potrebbero funzionare: dividere l’isola/e; condivisione del tempo, 5-10 anni ciascuno; o le risorse viventi a uno, le non viventi all’altro. Lo schema né l’uno-né l’altro ha funzionato a lungo e potrebbe funzionare di nuovo, come pure la riprivatizzazione.

Ben più creativo è lo schema sia l’uno-sia l’altro, una proprietà condivisa, anche da parte di una Comunità Est-Asiatica (EAC) – le Cine, le Coree e il Giappone –con un profilo distributivo dei ricavi come 40-45% alla Cina, 40-45% al Giappone o alla Corea, e 20-10% all’ EAC. Tali profili sarebbero strenuamente disputati, ma la trasformazione del conflitto in percentuali che assommano a 100 dovrebbe essere d’aiuto.

Ma tale visione è lontana dalla realtà politica allorché il Giappone riapre i traumi di 35 anni di aggressione coloniale alla Corea e di 15 anni di aggressione militare alla Cina – con il massacro di Nanchino. Quindi, forse si può cominciare con la Corea, invitando il Giappone ad associarsi quando si senta pronto.

Nel mar Cinese Meridionale la soluzione sia l’uno-sia l’altro per le Spratly sarebbe la proprietà da parte di un’entità sovrastante Cina-ASEAN; con un profilo distributivo più complesso. Esistono organizzazioni-ombrello, come la Cooperazione Economica Asia-Pacifico e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Con e senza gli USA, che nel 2010 annunciarono un ‘interesse strategico’ nel mar Cinese Meridionale, compreso il libero transito della marina militare. Cui si dovrebbe obiettare equiparandolo al libero transito di navi negriere e del traffico di droga, eccetto che per l’autodifesa nella zona di 12 miglia. Solo per i membri dell’Asia Orientale.

La Cina nel 1955 reclamò per sé le Spratly e “l’intero mar Cinese Meridionale come territorio cinese basato sulla pretesa delle nove linee tratteggiate che ledono le pretese territoriali degli altri stati rivieraschi” (Arujunan Narayanam, in A Just World [Un mondo giusto]), e usò la forza contro il Vietnam. Ma la Cina firmò la Dichiarazione Congiunta di Kuala Lumpur dei Capi di Stato-Governi del 1997 per una composizione pacifica delle dispute; e la Dichiarazione di Phnom Penh della Condotta delle Parti nel Mar Cinese Meridionale del 2002. I punti 5 e 6 stipulano fiducia, contenimento e “composizione con mezzi giuridici”. Ma aggiudicare porzioni di storia-geografia ambigua e contestata può essere [1] impossibile e [2] indesiderabile, portando a nulla di nuovo.

Dal 500 al 1500 d.C. il mar Cinese Meridionale fu un lago cinese usato per la Via della Seta marittima, ben più importante che quella su strada; fu poi conquistato da Portogallo e Inghilterra. Un reclamo di 500 anni fa, o più, non è legge. Ma l’ONU ha accettato un reclamo di 2000 anni fa da parte di Israele – fino a un certo punto: il 1967. L’Occidente ha trattato gli ebrei atrocemente; e la Cina atrocemente.

La filosofia cinese dello yin-yang, sia-sia, ha aperto al comunismo e al capitalismo, per la crescita e la distribuzione, e dovrebbe comporre facilmente la sovranità e la sovranità condivisa. L’immensamente creativo Deng Xiaoping disse: “La nostra generazione non è abbastanza saggia / per il mar Cinese Meridionale /; la prossima generazione sarà certamente più saggia”. Che vuol dire questo decennio.

Passano motorette elettriche silenziose, un tempo una visione, oggi una realtà. E allora un giorno anche una SCSC, Comunità del Mar Cinese Meridionale, mediante e per la pace.

 

21 Aprile 2014

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale:East-South China Seas, Islands–Solutions?

https://www.transcend.org/tms/2014/04/east-south-china-seas-islands-solutions/

Una replica a “Mari cinesi e isole: soluzioni? – Johan Galtung”

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