Mitezza e spirito critico – Pietro Polito

Non mi pare che la mitezza sia stata finora accostata, ma potrei sbagliare, allo spirito critico. Eppure l’accostamento è più che pertinente e, anche se non suggerito esplicitamente da Bobbio, lo si può ricavare dalle sue riflessioni sulla mitezza.

Da un lato il mite, che è “l’anticipatore di un mondo migliore”, rifiuta la competizione non per debolezza, paura o rassegnazione, ma perché essa, portata alle sue estreme conseguenze, si risolve in una gara distruttiva; dall’altro la mitezza è un modo di essere verso l’altro, una donazione senza limiti.

Sarei tentato di dire che il mite è colui che vive nel modo più coerente le principali caratteristiche dello spirito critico: l’umiltà, la modestia, la tolleranza, in qualche modo oltrepassandole.

Ma, attenzione, il mite non rinuncia al suo punto di vista ma antepone l’amore della verità e della giustizia alle ragioni della propria causa a differenza dei troppo sicuri di sé che non sono mai o poco sfiorati da dubbi.

Perché è importante accostare la mitezza allo spirito critico?

In primo luogo perché in generale lo spirito critico non è gradito, non è mai stato gradito, mai sarà gradito da chi gestisce il potere che tende naturalmente a trasformarsi in arbitrio.

In secondo luogo perché, come ha osservato di recente Stefano Rodotà in un articolo intitolato Attacco all’umanesimo, “la Repubblica”, domenica 2 marzo 2014, è in atto “una riduzione degli spazi dove lo spirito critico può essere accettato, o benevolmente tollerato”.

L’allarme è grave: da un lato, infatti, l’attenuarsi dello spirito critico indebolisce mortalmente la democrazia, dall’altro la cultura, non più alimentata dal pericoloso spirito critico, si rattrappisce, si isterilisce, affidandosi alla tecnica del sondaggio, cedendo ai dogmi di un nuovo potere, una sorta di quinto potere che Giovanni Valentini ha chiamato “comunicrazia”. Allo spazio delle ragioni si sostituisce quello degli slogan, dei cinguettii, dei messaggini.

La comunicrazia “spegne il confronto e il dialogo” (G. Valentini, La “comunicrazia” che spegne il dialogo, “la Repubblica”, sabato 15 marzo 2014). L’unico antidoto è l’osservanza di regole condivise di rispetto reciproco. (Al riguardo segnalo il bel libro di Roberto Mordaci, Rispetto, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012). “Ma come avviene per qualsiasi altro diritto, anche qui vale la regola aurea dell’autocontrollo e dell’autodisciplina: la libertà di comunicare si può imparare solo esercitandola” (G. Valentini, Op. cit.).

I nostri sono tempi in cui la presunzione ha il sopravvento sulla mitezza. Richiamarsi alla mitezza può essere una reazione salutare alla presunzione che “consiste nella chiusura a ogni discussione, un atteggiamento che presuppone il possesso del criterio del bene e del male (Gustavo Zagrebelsky, “La Stampa”, martedì 8 aprile 2014, p. 7).Facendo l’elogio del dialogo, Bobbio hafelicemente scritto:Non presume di sapere quello che non so e quello che so metto continuamente alla prova con coloro che presumo ne sappiano più di me”.

Giova ricordare che per Bobbio “cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere e non pronunciarsi mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva” (Politica e cultura, nuova ed. Einaudi, Torino 2005, p. 3).

La ritenutezza è la virtù che egli più apprezzava negli uomini di studio, riteneva fosse il loro principale dovere. Ebbene la ritenutezza è l’esercizio della mitezza sul piano intellettuale e significa principalmente equanimità (non equidistanza) nei giudizi sulle persone e le cose.

 

 

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