“Costi quel che costi, non indosseremo la divisa” – Michele Giorgio

Costi quel che costi, non indos­se­remo la divisa. I sol­dati israe­liani, pro­te­stano 50 “shmi­ni­stim”, «vio­lano diritti umani e com­piono azioni che il diritto inter­na­zio­nale con­si­dera cri­mini di guerra. Ci oppo­niamo all’occupazione dei Ter­ri­tori palestinesi… ad ese­cu­zioni mirate, costru­zioni di inse­dia­menti colo­nici, arre­sti ammi­ni­stra­tivi, tor­ture, puni­zioni col­let­tive». E’ una scelta e allo stesso tempo un pesante atto di accusa che que­ste decine di ragazzi delle scuole medie supe­riori israe­liane, hanno scritto in una let­tera spe­dita al pre­mier Benya­min Neta­nyahu. «Ci rifiu­tiamo di abban­do­nare i nostri prin­cipi come con­di­zione per essere accet­tati nella società», affer­mano, rivol­gendo agli israe­liani l’invito «a ricon­si­de­rare la loro posi­zione in merito all’occupazione , l’esercito e il ruolo dei mili­tari nella società civile». Sot­to­li­neano i mali che indi­vi­duano nella società israe­liana: «raz­zi­smo, vio­lenza, discri­mi­na­zioni etni­che». Pochi hanno accolto con favore la scelta di que­sti ado­le­scenti. I siti web israe­liani che hanno ripor­tato l’annuncio abbon­dano di rim­pro­veri e insulti. Qual­cuno invita que­sti ragazzi a lasciare Israele, a tra­sfe­rirsi altrove. Loro, nono­stante la gio­va­nis­sima età, non demor­dono e avver­tono che nuove firme si stanno aggiun­gendo i primi cin­quanta nomi. Sono con­sa­pe­voli di essere il gruppo più nume­roso di “refu­se­nik” ad uscire tutti insieme allo sco­perto da quando, a cavallo tra il 2001 e il 2002, cen­ti­naia di riser­vi­sti israe­liani, uffi­ciali e sol­dati, pro­cla­ma­rono il loro “rifiuto”. La loro pro­te­sta coin­cide con la mani­fe­sta­zione di massa tenuta qual­che giorno fa a Geru­sa­lemme da cen­ti­naia di migliaia di ebrei orto­dossi con­tro la leva, che anche per loro, pro­prio in que­sti giorni, dovrebbe diven­tare obbli­ga­to­ria con il via libera della Knes­set alla legge voluta dal governo. Ieri a Tel Aviv abbiamo incon­trato Dafna Roth­stein Land­man, 17enne por­ta­voce dei gio­va­nis­sini obiet­tori di coscienza.

Quando avete deciso di scri­vere que­sta let­tera, indi­riz­zata a Neta­nyahu ma di fatto rivolta a tutti gli israe­liani?

E’ una idea che parte da lon­tano. La scorsa estate abbiamo comin­ciato a discu­tere del ser­vi­zio mili­tare che ci attende dopo la scuola. Qual­cuno aveva già rice­vuto il tele­gramma di con­vo­ca­zione da parte delle Forze Armate. Cosa fac­ciamo? Ci chie­de­vamo sem­pre più di fre­quente. Que­sto inter­ro­ga­tivo nei mesi suc­ces­sivi si è allar­gato a ragazzi di altre scuole e tanti hanno rispo­sto, in modo espli­cito, di non essere dispo­sti a far parte di un eser­cito che com­pie cri­mini con­tro un popolo sotto occu­pa­zione (i pale­sti­nesi, ndr). Altri sono andati oltre affer­mando il rifiuto totale del ser­vi­zio di leva e del suo ruolo nella costru­zione della società israeliana.

Un dibat­tito impor­tante per una società come quella israe­liana che con­si­dera l’Esercito il suo pila­stro.

Senza dub­bio e va ancora avanti, pro­prio per­chè l’obiettivo è quello di coin­vol­gere un numero cre­scente di nostri coe­ta­nei. Nono­stante le rea­zioni con­tra­rie che affron­te­remo molto pre­sto. La nostra let­tera è troppo recente e sino ad oggi abbiamo regi­strato rispo­ste solo sul web e non da parte delle isti­tu­zioni o dell’ufficio di Neta­nyahu. Sap­piamo già che dal primo mini­stro non avremo com­menti al nostro appello, pre­fe­rirà igno­rarci, men­tre ci aspet­tiamo pre­sto le rea­zioni di una parte con­si­stente del mondo politico.

Rea­zioni che vi pre­oc­cu­pano?

No per­chè siamo deter­mi­nati e con­vinti delle posi­zioni che abbiamo espresso in quel docu­mento che ha due punti fon­da­men­tali. Il primo è il rifiuto dell’occupazione (dei Ter­ri­tori pale­sti­nesi) e di ciò che com­mette l’esercito con­tro i pale­sti­nesi. Il secondo, altret­tanto cen­trale, è il rifiuto della pesante influenza delle Forze Armate nella società israe­liana. Fac­cio un esem­pio. Un ragazzo israe­liano a 16–17 anni, men­tre si avvi­cina la fine della scuola, non discute con amici e com­pa­gni di classe di cosa vor­rebbe stu­diare all’università o di come intende costruire la sua for­ma­zione verso il mondo del lavoro. Parla invece del ser­vi­zio di leva, del mondo mili­tare, pensa e agi­sce in modo com­ple­ta­mente diverso da un ragazzo di un altro posto del mondo. La pres­sione dell’Esercito sui gio­vani israe­liani è enorme, oltre a con­di­zio­nare tutta la società.

Qual­cuno di voi è mai stato nei Ter­ri­tori occu­pati?

Sì, tanti tra quelli che hanno fir­mato il docu­mento sono stati in Cisgior­da­nia. Anche io, diverse volte.

Cosa ti ha col­pito di più, quale situa­zione ha con­tri­buito di più ad orien­tare la scelta che hai fatto di rifiu­tare il ser­vi­zio di leva.

Credo che per me sia stato molto impor­tante par­te­ci­pare alle mani­fe­sta­zioni (nei Ter­ri­tori occu­pati) a soste­gno delle comu­nità pale­sti­nesi minac­ciate dalla costru­zione del Muro. In quell’occasione ha potuto vedere di per­sona cosa ha signi­fi­cato per i pale­sti­nesi e la loro vita la rea­liz­za­zione di que­sto gigan­te­sco pro­getto dell’occupazione. E ho anche visto la rispo­sta bru­tale e vio­lenta dell’Esercito alle pro­te­ste dei pale­sti­nesi. Quando vai nei vil­laggi e cono­sci le per­sone, parli con loro, vedi cosa sof­frono, allora capi­sci che non sono cre­di­bili le noti­zie che la sera ascolti dalla tele­vi­sione e com­prendi di aver avuto la pos­si­bi­lità di capire la realtà dell’occupazione, senza più fil­tri e omis­sioni. A quel punto chi vede, chi sa è chia­mato a sce­gliere, deve deci­dere. E noi abbiamo deciso, abbiamo fatto la nostra scelta. Ed esor­tiamo i nostri coe­ta­nei, tutti gli israe­liani, a riflet­tere, a ripen­sare a un modello di vita e di com­por­ta­mento. Lo fac­ciamo per met­tere fine all’occupazione e all’oppressione dei pale­sti­nesi e per costruire una società israe­liana com­ple­ta­mente diversa da quella attuale.

 

Il manifesto, 10 marzo 2014, http://ilmanifesto.it/costi-quel-che-costi-non-indosseremo-la-divisa/

 

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