Pakistan: e adesso che cosa fare? – Johan Galtung

Islamabad, Ministero degli Esteri (28 febbraio 2014)

Eccellenze,

Il punto basilare è che il Pakistan non otterrà quella merce detta “pace” in Kashmir, Afghanistan e Asia Centrale perseguendo solo i finie i mezzi di Washington e di qualche élite locale. Perché sbocci la pace bisogna considerare pure gli obiettivi di altre parti; e sono molti. La logica dei giochi politici perseguiti oggi presuppone un qualche genere di vittoria o dominazione del “nostro versante”: né fattibile né desiderabile per la pace. Da qui la necessità di qualche visione per politiche di pace in Kashmir, Afghanistan e Asia Centrale per domani o posdomani, con la speranza che possano essere utili quando sarete arrivati fin dove si può con le politiche attuali. Nulla di questo è facile; e senza visioni addirittura impossibile.

La visione non-dogmatica piuttosto particolareggiata riportata in appendice è stata il mio discorso di accettazione del Riconoscimento di Costruttore di pace internazionale Abdul Ghaffar Khan del 2011 da parte dell’Associazione Musulmana Pakistano-Americana.

Comunque, perché le politiche attuali sembrano così spesso del tutto imbelli?

L’impero britannico tracciò tre linee con effetti disastrosi per il Pakistan: la linea Durand nel 1893, una ferita di 1.600 miglia che definiva il confine con l’Afghanistan, dividendo la nazione Pashtun – la maggiore al mondo senza un proprio stato –in due parti; la linea McMahon del 1914 che definiva il confine con la Cina secondo modalità inaccettabili ai cinesi; e la linea Mountbatten del 1947 che condusse alla violenza catastrofica della partizione [dell’India]. Queste linee devono essere annullate, liberando il Pakistan da quel passato. Sicché non c’è una legge naturale che asserisca che il Punjab non possa essere un’entità con un confine aperto e un libero traffico di persone e idee, beni e servizi, pur appartenendo le due parti a paesi distinti. Lahore e Amritsar sono due facce della stessa moneta, come le due parti della nazione Pashtun e le parti del Kashmir. Si faccia in modo che s’incontrino, per esempio come ipotizzato qui sotto.

Eppure si sente poco o nulla di questi parametri chiave costrittivi delle politiche pakistane. Ciò che si sente è il termine “terrorista”, il lessico USA degli anni 1980 che tronca la comprensione della controparte definendola come il male senza altri progetti che fare il male. Sentiamo parlare della illegittimità di tutte le entità non-statuali che combattono “asimmetricamente” stati legittimi.

L’essere mediatore di ONG in colloquio con molti di loro – come i taliban vicini ad Al Qaeda –è stato molto utile. Essi parlano di terrorismo di stato USA-Pakistan, della mancanza di legittimità delle uccisioni USA sul territorio di altri stati, e dello stato pakistano su chi stia vincendo queste guerre asimmetriche quando si ha dalla propria spazio, tempo, e masse di persone. Senza dubbio c’è spazio per “dialoghi” di scambio delle rispettive illegittimità, lanciandosi reciprocamente calunnie. Ma da lì non uscirà alcuna pace.

Né dal nuovo “documento sulla sicurezza” (Dawn, 27-28 febbraio 2014) “per mettere sotto tiro la fonte del terrorismo in risposta ad atti di violenza militante ovunque nel paese”. Sì. la “violenza militante” è deprecabile; la questione è come ridurla. “100 terroristi sarebbero stati uccisi da attacchi aerei nelle aree tribali”. La domanda fondamentale è quanti nuovi siano ne stati prodotti? Il periodico tedesco Der Spiegel una voltane ha stimati circa 30 per ciascun ucciso. Forse 5. Quante altre vittime significative – nella famiglia, prossima o allargata, fra i vicini, gli amici – aveva il “terrorista” ucciso? Diciamo, 100. Il 5% può reagire, il che dà un 5 a 1.

Colpire la “fonte del terrorismo” suona razionale. Qualcuna può essere in “aree tribali” povere, emarginate (si noti il disprezzo e la distanza sociale dagli anglofili impliciti fra le élite pakistane). Ma qualche fonte può anche essere nella politica di quelle élite. Colpirle sembra suicida. Così pure continuare con le passate politiche invariate.

L’obiettivo è una AutoritàAntiterroristica Nazionale (Nacta)“con una forza di reazione rapida e una sezione aerea che comprenda elicotteri e velivoli ad ala fissa”. Altri balocchi per i ragazzi. Li otterranno.

Ma c’è altro riguardo alla nuova politica di sicurezza.

Intende integrare le moschee e le madrasse al sistema d’istruzione nazionale fra un anno“. Subordinando l’islam al ministero dell’istruzione? Suona contro il primo dei cinque pilastri dell’ islam, lo Shahadah, “non c’è altro Dio che–”. Non il ministero, non lo stato. In questa equazione, una parte considerevole del Pakistan starebbe dalla parte dell’islam invece che dello stato. Le folle in ressa, non il vertice ben vestito.

Costruire in sei mesi una narrativa nazionale contro la mentalità estremista”. Come tratteranno i colpi di mano militari, anch’essi un tantino estremisti? – eppure si considerano puramente razionali. Ci sarà qualcuno che prenda un tal genere di elaborato per qualcosa di diverso da propaganda governativa? O peggio, per propaganda USA, la frase puzza di Washington, architettata in stanze lontane dalle realtà concrete dei Pashtun, dei Baluci, dei Punjabi, dei “tribali” e di altri nella complessità pakistana.

Migliorare la condivisione dell’intelligence e rafforzare il coordinamento fra l’Inter-Services Intelligence e le agenzie civili”. Suona come maniera morbida per mettere le briglie all’ISI? Buona fortuna, sono loro a gestire un bel po’ del paese (con le élite anglofile e i proprietari terrieri).

Dawn scrive che il partito d’opposizione PTI (Pakistan Tehreek-e-Insaf) termina il blocco di quattro mesi di forniture NATO all’Afghanistan (via strada): l’Alta Corte di Peshawar ha giudicato illegale l’arresto e il controllo dei veicoli che trasportavano merci in Afghanistan. Il libero traffico d’armi è OK? E magari pure il libero traffico di donne schiave sessuali, infanti, reni e altri organi umani?

Percorrere questa vecchia stanca pista paranoide della sicurezza e dell’anti-terrorismo con qualche nuovo slogan non è ciò di cui ha bisogno il Pakistan. Perché non pensare invece a un’AutoritàNazionale per la Pace? Lavorando su come combinare Legge Ordinaria e Sharia, per esempio? Su come un’immensa Comunità Centro-Asiatica potrebbe intrattenere rapporti con i suoi imponenti vicini, Russia, Cina, India? Rendendo irresistibili certe visioni inserendovi dettagli, turando falle? Il passato non ha prodotto pace, né lo faranno le politiche correnti. Può darsi il futuro.

3 marzo 2014

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale:Pakistan – What Now?

http://www.transcend.org/tms/2014/03/pakistan-what-now/

Kashmir-Afghanistan-Asia Centrale

?Johan Galtung, 21.11.11 – TRANSCEND Media Service

  1. Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Kashmir-Afghanistan-Central Asia

http://www.transcend.org/tms/2011/11/kashmir-afghanistan-central-asia/

Da Washington, DC – 14.11.11

Eccellenze:  Sono profondamente onorato e grato per il Premio Internazionale di Costruttore di Pace Abdul Ghaffar Khan; così chiamato per il Gandhi della frontiera, il Gandhi musulmano, Badshah Khan, un eroe della lotta anti-coloniale dal 1930. Egli considerava la nonviolenza come “un’arma del Profeta”, radicata nel Corano. Lo incontrai una volta – un gigante in più di un senso –mentre osservava con occhi acuti svolgersi una inconcludente conferenza di pace a New Delhi, nel 1970. Un modello per tutti noi, come Gandhi.[i]

In questo Forum trimestrale d’indirizzo dell’AMA – Associazione Musulmana Americana – ci occupiamo di “Il Kashmir e il rompicapo regionale per la pace”, e io ho aggiunto l’Afghanistan, e l’Asia Centrale per una “soluzione regionale”. Molto colpito dai precedenti oratori sul Kashmir, gli ambasciatori Howard B. Schaffer e Yusuf Buch, e dal libro del dr. Ghulam-Nabi Fai sul Kashmir Conflict, mi si permetta di presentare alcune prospettive elaborate da TRANSCEND – una ONG di mediazione – basate su un gran numero (centinaia) di dialoghi a quattr’occhi con ogni genere di partecipante a tali conflitti.[ii]

Questi dialoghi di mediazione cominciano con la stessa domanda:

* Come sarebbe il Kashmir che vorrebbe vedere/ in cui vorrebbe vivere?

* Come sarebbe l’Afghanistan che vorrebbe vedere/ in cui vorrebbe vivere?

* Come sarebbe l’Asia Centrale che vorrebbe vedere/ in cui vorrebbe vivere?

In altre parole, ancoriamo il dialogo a una visione, un sogno costruttivo del futuro, idealistico, e poi procediamo a renderlo quanto più concreto possibile. Operiamo a ritroso, cominciando con degli obiettivi, così come emergono dalla ricerca reciproca tipica di un dialogo, diversamente dai dibattiti-negoziati.

Secondo la nostra esperienza non riteniamo che la somma delle narrazioni sulle rimostranze e sofferenze dei singoli contendenti costituisca una soluzione. Può portare a una migliore comprensione reciproca, ma anche all’apatia, alla disperazione, e alla paura di vendette. Se si vuole la pace, si cominci con le sue immagini, le si metta in relazione con quello che effettivamente accade, si cerchi qualcosa di positivo nel passato, si dia spazio alle peggiori paure per il futuro.  Idealismo e realismo, sogni, incubi, nostalgia, tutto dovrebbe confluire in un processo maturo.

Andando allo stretto essenziale, ecco tre immagini di soluzioni:

Per il Kashmir: Oggi una disputa trilaterale Kashmir(i)-India-Pakistan:

* Jammu e Ladakh diventano parti dell’Unione Indiana, e l’Assad-Kashmir diventa parte del Pakistan se le rispettive popolazioni così stabiliscono;

* La Valle diventa parte di un condominio indo-pakistano con sempre più autonomia eventualmente mirante all’indipendenza;

* Queste parti del Kashmir sono poi legate insieme in una confederazione con confini aperti, sotto un’entità politica con tutte le parti rappresentate, e una SAARC (Associazione Sud Asiatica di Cooperazione Regionale), con un’Associazione di Libero Scambio dell’Area del Kashmir – KAFTA. le carte d’identità e i passaporti comprenderebbero tutti il nome “Kashmir” in copertina.

Le costituzioni di India e Pakistan verrebbero emendate per accogliere la doppia condizione di questi territori, ma senza cambiare alcun confine. Mentre invece verrebbero cambiati conformemente le intestazioni dei passaporti.

Per l’Afghanistan: Oggi un’area prediletta di invasione per l’Occidente e la Russia:

* Un governo di coalizione che comprenda quelli che l’Occidente chiama “taliban”;

* Una federazione con autonomia locale per le 25.000 comunità di villaggio e 6-8 nazioni; con la capitale in una piccola località, non Kabul;

* Una confederazione o comunità con i paesi confinanti: Iran, le cinque repubbliche centrasiatiche, Assad-Kashmir, Pakistan;

* Rendere disponibili cibo-acqua-vestiario-alloggio-sanità-istruzione neutrale rispetto a nazionalità e genere;

* Peace-keeping da parte del Consiglio di Sicurezza ONU e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), anche per impedire attacchi a terzi, e neutralità garantita internazionalmente; niente basi militari né truppe straniere.

Per un paese come l’Afghanistan, che evoca la Svizzera, soluzioni svizzere, come la federazione e la neutralità, dovrebbero essere appropriate. La democrazia diretta svizzera è anche compatibile con la tradizione della jirga.

Per l’Asia Centrale: oggi frammentata da Occidente e Russia:

* Una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Asia Centrale-CSCCA, sul modello della Conferenza di Helsinki del 1972-75, anche una conferenza di pace;

* Mirare a una Comunità dell’Asia Centrale- CAC, una famiglia formata dall’Afghanistan con i paesi confinanti musulmani, sul modello della Comunità Europea;

* Trascendere la linea Durand (del 1893) che divide la nazione Pashtun rendendo meno importante il confine fra Afghanistan e Pakistan;

* Trascendere la linea McMahon (del 1914) fra India e Cina rifiutandola, sviluppando buoni rapporti con la Cina, usando la SCO (Organizzazione diCooperazione di Shanghai);

* Trascendere la linea Mountbatten (del 1947) fra Pakistan e India sviluppando buoni rapporti con l’India (l’acqua!), usando la SAARC.

Situati su un asse fra Turchia e Cina, entrambi i paesi verrebbero coinvolti, come pure i grossi vicini Russia e India.

La soluzione sul Kashmir sarebbe ben accolta dai popoli coinvolti, ma verrebbe fortemente contrastata dalle èlite militari e diplomatiche, in entrambi i paesi, nella speranza che sia l’altro a crollare. La soluzione comporta una diplomazia popolare e capi con mentalità simili in tutti e due i paesi, tipo Mandela-de Klerk (Singh-Musharraf?), e porrebbe fine alla brutale occupazione indiana forte di ben 700.000 unità.

Il ghiacciaio Saichin potrebbe diventare un memoriale mondiale di pace.

TRANSCEND ha una proposta simile per il Kurdistan: una confederazione di quattro autonomie con diritti umani in Iraq, Iran, Siria e Turchia. Nessun confine spostato , ma con “Kurdistan” su tutti i passaporti.

La soluzione per l’Afghanistan dovrebbe rispettare la realtà del paese: non è uno stato unitario controllato da Kabul. La lotta contro la coalizione a guida USA non è solo contro la secolarizzazione, ma anche contro il dominio di Kabul e soprattutto contro il venire invasi-occupati.

La soluzione per L’Asia Centrale dovrebbe porre fine all’idea occidentale di controllare il mondo dall’ Asia Centrale (MacKinder, 1904), riparando molto del danno inflitto alla zona dalla politica coloniale inglese e lasciando che paesi che appartengono a un insieme, a una famiglia, crescano insieme, mettendo in comune gente e risorse. Come in Europa, potrebbero essere strutturati in un’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione nell’area Asia-Pacifico, OSCAP, sul modello dell’OSCE che scaturì dalla conferenza di Helsinki.

E la coalizione a guida USA? Quelli non sono paesi centrasiatici, non dovrebbero imporre “soluzioni” che non tengano conto degli interessi della regione, bensì ritirarsi militarmente e aiutare a ricostruire quello che hanno distrutto.  Alternativa: diventare del tutto irrilevanti. Non c’è vittoria in fondo a qualunque tunnel.

Finisco con la Primavera Araba che può anche portare a una comunità e a una famiglia. Dal 1971 TRANSCEND è per un Israele complessivamente post-sionista con i confini del 1967 come membro di tale famiglia, ponendo fine all’occupazione della Palestina. Due statisti francesi, Monnet e Schuman proposero una volta la stessa cosa per la Germania ex-nazista.  Funzionò, ne venne fuori la Comunità Europea, poi Unione Europea. Un giorno due statisti arabi potrebbero fare altrettanto anch’essi, spero.

NOTE:

[i]. Vedere l’eccellente articolo di Lester R. Kurtz, “Peace Profile: Abdul Ghaffar Khan’s Nonviolent jihad” [Profilo di pace: il jihad nonviolento di AGK], Peace Review, 23:245-251.

[ii].  Per altri dettagli si veda: Johan Galtung, 50 Years 100 Peace & Conflict Perspectives, TRANSCEND University Press-TUP, 2008 www.transcend.org/tup.

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