Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole – Recensione di Cinzia Picchioni

Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato 2013, pp. 128, € 12,00

… e quindi dobbiamo farla noi per lui, ve lo dico subito che il prosieguo del titolo è questo. E la rivoluzione per cosa? Per la liberazione degli animali. E la rivoluzione in che cosa? Nelle nostre abitudini alimentari – e non solo – che prevedono lo sfruttamento, la sofferenza, la morte, l’utilizzo degli animali a vario titolo. E la rivoluzione verso cosa? Verso un compito che vi spiega meglio direttamente l’autore:

«Il compito che vi chiedo, leggendo queste pagine, è davvero grande: abbandonate per un attimo tutte le vostre certezze, fino a estendere un “velo di ignoranza” anche alla vostra specie e a tutto ciò che di essa sapete. [per] immaginare di essere “puro spirito”, e […] trovarvi a vivere in qualsiasi altro corpo animale: dopo percorrete con me questo sentiero che, dalla filosofia di ogni giorno, ci condurrà a guardare la realtà con gli occhi di un cucciolo di maiale appena nato, che della vita penserà solo sia inferno. […], che da lontano guarda la madre stanca e violentata, […]: l’obiettivo è immenso, perché prevede che alla fine della lettura tra voi e quel maiale non ci sia più nessuna differenza», p. 10.

Già… ci vuole proprio un cambio, un cambio di prospettiva e «pam!» il titolo dell’Introduzione mi colpisce come uno schiaffo: «Credi sia aria quella che respiri?», e subito ripiombo nell’estasi derivante dalla visione del film a cui la frase si riferisce: Matrix (dei fratelli Wachowski). Nella pellicola quella è la domanda che uno dei protagonisti fa all’interprete principale, il «prescelto», mostrandogli che il mondo che lo circonda – che li circonda, che ci circonda – è illusorio, fittizio, un file. E che se vuole davvero vedere com’è il mondo deve ingoiare una pillola. Sono, ormai lo sanno tutti, un’appassionata di cinema e quindi con un libro che comincia così non posso che essere d’accordo. Ma non solo per questo (altre citazioni del suddetto film alle pp. 8, 9, 21).

Il libro in questione è un libro di filosofia, scritto da un filosofo, giovanissimo (ma leggete, nel risguardo di copertina e nelle note di p. 126, la sfilza di cose che ha già fatto) e vegano. Un filosofo che scrive «la filosofia e il filosofare possono essere reali solo se condivisi entro un gruppo inteligente, fantasioso e umile in cui ogni teoria e discussione filosofica ha sempre alla base un “negoziato concettuale”», p. 127. Bello no? Fa pensare che ci si può parlare con uno che pensa così, no? E infatti, per pagine e pagine, l’autore argomenta, ragiona «a voce alta» con chi legge, filosofeggia insomma per spiegare la sua teoria, quella dell’antispecismo debole. Come debole? Ce lo spiega l’autore in un apposito capitolo, il terzo (pp. 63-104): «[…] La “debolezza” della proposta antispecista […] risiede nel suo non essere una teoria completa, in ogni aspetto, dell’etica animale. […] Un secondo aspetto di questa “debolezza” risiede nello slogan che […] potrebbe sintetizzare la mia proposta: gli animali prima di tutto». E non dimentichiamoci di soffermarci sui chiarissimi lineamenti teorici dell’antispecismo debole, elencati alle pp. 74-5).

Siccome nel mondo vegano/animalista/antispecista c’è un po’ di confusione (soprattutto agli occhi di chi non si dichiara nessuna di queste «cose») copio fedelmente una dichiarazione dell’autore, da p. 70:

«Il primo e unico vero obiettivo dell’antispecismo è la fine della violenza istituzionalizzata contro gli animali non umani. Non soltanto la fine delle leggi che regolano la mattanza animale, ma anche la fine dell’idea che si possa disporre della vita animale. Per questo l’antispecismo non è solo un movimento pratico/politico ma è, soprattutto, un movimento intellettuale/filosofico che mira a educare al rispetto dell’animalità in ogni sua forma».

E giù, a colpi di filosofia, a definire sbagliato lo sfruttamento degli animali, il nutrirsi di animali (come cannibalismo), il vestirsi di animali, truccarsi «di animali» (con cosmetici testati) e via «erroricommettendo». E in fondo, quando il lettore comune si è già probabilmente perso dietro alle dissertazioni filosofiche l’autore ci viene in aiuto con un «dialogo», scritto proprio come una conversazione fra l’antispecismo debole e quello politico; ne risulta una specie di «riassunto» di tutte le elucubrazioni incontrate fra le pagine del libro, molto utile per chi non sia abituato a filosofeggiare: l’antispecismo debole in 5 punti si trova alle pp. 110-1.

Gradisco chiudere con il pensiero di Peter Singer, anche ricordando che lo stesso editore di questo libro me lo ha fatto scoprire, molti anni fa, in un’altra casa editrice e in un altro libro che già in tempi non sospetti trattava dei diritti animali. Grazie: «Non è importante chiedersi se gli animali siano in grado di ragionare o di parlare, ma conta piuttosto se siano capaci di soffrire» (p. 18).

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