Cyberbullismo, vivere e morire senza desiderio – Sarantis Thanopulos

Ask.fm (da “ask for me”, chiedi di me) è un social net­work che diver­sa­mente dagli altri con­sente ai suoi utenti di inte­ra­gire in ano­ni­mato. Inol­tre gli inter­venti non sono moni­to­rati e in pra­tica ognuno può scri­vere quel che gli pare. Conta ses­santa milioni di utenti di cui tre­dici si col­le­gano quo­ti­dia­na­mente. L’Italia è il paese con il mag­gior numero di utenti. La vio­lenza degli inter­venti supera ogni limite fino a inviti aperti al sui­ci­dio. Negli ultimi mesi si sono sui­ci­dati quin­dici ragazzi pro­ve­nienti da diversi paesi e tra gli esperti di cyber comu­ni­ca­zione comin­cia a dif­fon­dersi una certa preoccupazione.

A Padova dome­nica scorsa una ragazza di 14 anni è morta lan­cian­dosi dal tetto di un albergo abban­do­nato. Si era rivolta a Ask.fm in cerca di aiuto, per met­tere un argine alla sua soli­tu­dine, e ha avuto come resti­tu­zione frasi del tipo: «Tu stai bene da sola. Fai schifo come per­sona», «Spero che uno di que­sti giorni taglie­rai la vena impor­tan­tis­sima che c’è sul brac­cio e mori­rai».

Le con­di­zioni di accesso a que­sto sito sito faci­li­tano con­di­zioni di vio­lenza che pos­sono risul­tare molto pen­sose e per­fino fatali per ragazzi vul­ne­ra­bili. Tut­ta­via le richie­ste di una rego­la­men­ta­zione da parte dello Stato met­tono in ombra una que­stione ben più impor­tante: il legame tra libertà e senso di respon­sa­bi­lità. Sta sfu­mando molto peri­co­lo­sa­mente la ten­sione “tra­gica” tra libertà e senso dei limiti che regge l’edificio demo­cra­tico della polis a par­tire da Atene del quinto secolo a.c.

Non è qual­cosa che si può risol­vere con un inter­vento sta­tale, che possa ergersi al di sopra delle parti, per­ché riguarda il con­flitto tra due oppo­ste con­ce­zioni della società: tra la deregu­la­tion e il fun­zio­na­mento pari­ta­rio degli scambi, tra l’autoreferenzialità indi­vi­duale e l’interesse comune legato alla rela­zione di desi­de­rio. È facile usare un cri­te­rio morale e distinguere tra vittime e car­ne­fici in que­sto scam­bio infer­nale tra richie­sta d’aiuto e rispo­ste sadi­che. Pos­siamo, non­di­meno, capire meglio la realtà in cui viviamo se pri­vi­le­giamo la dif­fe­renza tra fra­gi­lità che per­si­ste nel suo diritto, riven­di­cando il dolore come espe­rienza umana, e fra­gi­lità che nega la sua natura, disu­ma­niz­zando la sua sostanza (cos’è più umano della fra­gi­lità del desi­de­rio che ci espone all’altro?).

Sor­ve­gliare la rete e punire i cat­tivi (di que­sto passo ci arri­ve­remo prima o poi): come si adatta bene ai buoni sen­ti­menti e all’”utilità sociale” l’indifferenza dif­fusa nei con­fronti della dispe­ra­zione che si distri­bui­sce egual­mente tra “agnelli” e “lupi”. Nel mes­sag­gio più vio­lento nei con­fronti dell’infelice adolescente di Padova fa con­tra­sto con l’insieme ter­ri­bile della frase l’espressione “la vena impor­tan­tis­sima”. La vena è impor­tan­tis­sima per la ragazza che va a morire come per l’anonimo suo inter­lo­cu­tore che la incita a farlo. È la vena della vita, la vena in cui scorre il loro desi­de­rio. Una senza desi­derio va a morire, l’altro va a vivere senza desi­de­rio. La sor­ve­glianza della morte non è vita, prima o poi biso­gna accorgersene.

 

11 febbraio 2014

http://ilmanifesto.it/cyberbullismo-vivere-e-morire-senza-desiderio/

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