4. Francesco, cattolici e i nonviolenti – Pietro Polito

A cura di Pietro Polito, uno spazio per il confronto tra laici e religiosi, credenti e non credenti, atei e agnostici, persuasi e perplessi. Il dialogo torna ogni prima settimana del mese.

L’intervista concessa da Francesco a Padre Antonio Spadaro, il direttore di “Civiltà cattolica”, lo storico quindicinale dei gesuiti, diffusa dalla rivista cattolica il 19 settembre 2013, è un documento importante sul dialogo interno alla Chiesa cattolica e sul confronto tra questa con le altre confessioni cristiane. Nella stessa direzione si muove il recente documento della Commissione teologica internazionale, commentato da Enzo Bianchi nell’articolo Il dialogo che batte la violenza (“La Stampa”, domenica 2 febbraio 2014).

L’intervista con “Civiltà cattolica” è stata ripresa ampiamente dal quotidiano torinese “La Stampa” il 23 settembre e pubblicata dal “Corriere della Sera” in volume come allegato al giornale con il titolo La mia porta è sempre aperta, La Civiltà Cattolica – Rizzoli – Corriere della Sera, Milano 2013 (da cui sono tratte le citazioni seguenti).

Padre Spadaro è il fondatore della Cyberteologia, scienza teologica che opera sul web per la ricerca religiosa e pastorale, ed è autore di un’opera, Cyberteologia, pensare il cristianesimo al tempo della rete, presentata alla Camera dei deputati il 7 ottobre 2013. Riprendendo in volume il dialogo con il Papa, egli ci offre “anche una sorta di «dietro le quinte»”, sviluppando inoltre “un’ermeneutica delle parole” (p. 7). Nella prefazione a La mia porta è sempre aperta, afferma che dopo l’intervista col Papa la sua vita è cambiata, ribadendo che non si è trattato di una semplice intervista ma di “una grande esperienza spirituale” (pp. 6 e 17).

Pope Francis' inaugurationCerto l’intervista con Francesco è un fatto straordinario. E lo è anche per una ragione storica. Dall’anno della fondazione (1850) “La Civiltà cattolica”, pur vivendo in stretto rapporto con la sede apostolica, non aveva mai pubblicato un’intervista al Pontefice. Questa circostanza, e ancor più il tono e il contenuto dell’intervista raccolta da Padre Spadaro, mi persuadono che, se nell’intervista a Eugenio Scalfari per “la Repubblica” Francesco parla ai laici, in quella con Padre Spadaro e “La Civiltà Cattolica” si rivolge ai cattolici, all’insieme della cattolicità quasi ad indicare la frontiera odierna del dialogo cui sono chiamati i cattolici. Come osserva Enzo Bianchi, commentando il documento della Commissione teologica internazionale, il dialogo non è solo tra il monoteismo cristiano, quello ebraico e quello islamico, ma si allarga al “pensiero esterno allo spazio religioso”.

Ai cattolici Francesco si rivolge con uno stile inedito, con un linguaggio raramente ascoltato da un Capo della Chiesa, in un modo che somiglia più a quello di un libero pensatore che a quello del Primo Ministro di Dio. La sua non è la parola dei discorsi ufficiali o della lezione. Egli preferisce piuttosto la conversazione, l’incontro a tu per tu. Nei confronti del suo gregge si pone come la guida che si sente, cattolico tra gli altri cattolici, una persona tra le persone. Francesco, il primo Papa che si scusa non a nome della Chiesa ma a titolo personale, è “il pastore di un gregge di cui condivide la sorte e la speranza di redenzione” (Franco Garelli). Sembra quasi che Francesco non indichi la via ma che cerchi la via con gli altri e le altre, i vicini e i lontani, chi sta dentro e chi sta fuori dalla Chiesa, indossando gli abiti di “un peccatore al quale il Signore ha guardato” (p. 24), “un peccatore al quale il Signore ha rivolto gli occhi” (p. 25).

La novità del messaggio di Francesco (ancor più per un laico amico della nonviolenza) sta nel suo proporre una santità non eroica, mite, una religiosità fondata sulla tenerezza, la fiducia, la prossimità umana. I problemi della fede si affrontano non con soluzioni disciplinari, né appellandosi alle verità dottrinali, ma a partire dai diversi cammini più che dalle proprie sicurezze.

La religiosità di Francesco affonda le radici nel Vangelo rivissuto da Frate Francesco, una religiosità che il Papa esprime con l’immagine di una Chiesa come “ospedale da campo dopo una battaglia”. Qual è la missione della Chiesa intesa come la comunità dei cattolici? La chiesa viene richiamata a concentrarsi sull’essenziale, sul necessario perché essa non è un’agenzia di precetti, è fonte di misericordia. Suo compito primario è “curare le ferite, riscaldare i cuori”.

Rivolto in particolare alla comunità degli scrittori de “La Civiltà Cattolica” (Sala dei Papi, 14 giugno 2013), il Papa afferma che il compito principale dei cattolici “non è di costruire muri ma ponti” (p. 142). Francesco chiama i cattolici a non erigere muri tra i tre monoteismi (cristiani, ebrei, islamici) né tra il mondo religioso e il mondo non religioso. L’incontro richiede l’ascolto, che ci si ascolti reciprocamente, che si sappiano ascoltare i racconti delle altrui esperienze e tradizioni spirituali. Scrive padre Bianchi: “Tutti e tre i monoteismi, con le loro Scritture sacre, contengono echi della parola di Dio che si differenzia e di cui nessuno può proclamarsi unico ed esclusivo detentore”.

Chi scrive si pone al di fuori del racconto del monoteismo religioso che non significa necessariamente al di fuori del discorso religioso. Occorre osservare che il monoteismo non esaurisce i confini della religiosità. In questa prospettiva si pone la nonviolenza di cui un’espressione significativa è la religione aperta di Aldo Capitini.

La religione aperta non ha bisogno di essere costituita in un’istituzione, “usa con tutti e in tutte le occasioni la lingua comune, da tutti capita”, si richiama all’osservazione dell’esperienza e alla voce della ragione e della coscienza, è “libera aggiunta” e rispetto delle opinioni di tutti, “non si organizza in parrocchie totalitarie ma in centri di fede”. L’atteggiamento religioso nonviolento è espresso da un detto indiano tanto amato da Capitini: “L’albero non rifiuta riparo neppure all’uomo che viene per tagliarlo”.

Il dialogo è fecondo quando è “un dialogo serio e condotto in verità, che non lascia immutati, ma trasforma” (padre Bianchi). Sul tema è tornato Don Luigi Ciotti, descrivendo con parole … il suo incontro con Francesco: “ho sentito il Papa come Padre e l’ho scoperto fratello”. Ciotti lo descrive come un uomo fragile, schietto, fraterno, semplice che si richiama all’intransigenza etica del Vangelo. Così egli riassume l’insegnamento di Francesco: un rinnovamento morale che tocchi le coscienze di tutti, laici e cristiani: “il più grande peccato oggi è quello di omissione, nel volgere la testa dall’altra parte, nel guardare il male e restare con le mani in mano” (La Repubblica, venerdì 31 gennaio 2014).

Una replica a “4. Francesco, cattolici e i nonviolenti – Pietro Polito”

  1. Ho letto con piacere e in vera profonda sintonia (scusate questa ultima espressione, risuonata in tutt'altro contesto italiano recente…) l'articolo di Pietro Polito. Credo che la religiosità, che si concreta in tradizioni e credenze fiduciose, abbia un cuore profondamente umano, e alto, che è comune alle diverse vie e voci di questa ricerca di significato. Pier Cesare Bori, uno studioso animato da questo spirito, parlava di "pluralità delle vie", riprendendo un antico pensiero. Questo è davvero un fondamento di pace, di libertà dalla violenza, di forza spirituale che ci aiuta nella realizzazione dell'umano. Enrico Peyretti

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