Le uniche parole di Ariel Sharon – Gideon Levy

L’ex primo ministro Ariel Sharon è stato l’uomo che ha dato nuova vita alla lingua parlata in (e da) Israele. Se il giornalista Eliezer Ben-Yehuda ha reinventato le parole usate nel paese, contribuendo alla nascita della lingua ebraica moderna, Sharon le ha tradotte in atti dello stato. Insieme a Moshe Dayan, suo predecessore nella carica di ministro della difesa, Sharon è stato più influente di chiunque altro nel plasmare il linguaggio dominante dello stato di Israele: quello della forza, della guerra, dell’occupazione e della violenza.

Dayan e Sharon sono cresciuti nello stesso ambiente, ed entrambi hanno profondamente creduto in questa forma d’espressione. Ambedue hanno assaporato la gloria militare, ambedue a un certo punto hanno perso consensi e sono stati pubblicamente stigmatizzati ed emarginati per poi puntare alla riabilitazione adottando, per così dire, una nuova moderazione. Dei due, Sharon era il più violento, ma la riabilitazione di Dayan è stata più spettacolare. La storia li ricorderà entrambi. Ariel Sharon sarà ricordato come il padre dell’atteggiamento di fondo di Israele, cioè la dottrina del “solo con la forza”. Israele non ha mai cercato di adottare nessun altro linguaggio. Sharon era convinto che gli arabi capissero solo la politica del pugno di ferro e che l’unico modo per sopravvivere fosse usarlo. Sharon ha inserito nell’ebraico moderno l’antica lingua guerresca della Bibbia. Dai suoi esordi al comando della famigerata Unità 101 – voluta dal primo ministro David Ben-Gurion per fermare con ogni mezzo gli attacchi dei fedayn palestinesi – passando per il periodo sanguinoso di Sayeret Rimon (l’unità speciale antiterrorismo, da lui creata negli anni settanta, che operava nei Territori palestinesi), alla prima guerra del Libano, dalla strage di civili del villaggio palestinese di Qibya nel 1953, in Cisgiordania, ino agli attacchi al campo profughi di Jabalya (a Gaza, nel 2004), e a Beirut, Sharon è stato il ministro della guerra di Israele. È bene ricordarlo adesso, prima che comincino a risuonare panegirici ed elogi. Israele avrebbe potuto e dovuto parlare una lingua diversa, ma non ci ha mai neanche provato. Quei brutali contadini-generali che sono stati i vari Sharon e Dayan hanno convinto gli israeliani che altre lingue non ce n’erano. Sharon ha dato il suo appoggio a tutte le offensive militari, dalle “operazioni di rappresaglia” degli anni cinquanta e sessanta ino all’operazione Scudo difensivo, in Cisgiordania nel 2002, ai massacri di civili, alle distruzioni, alle espulsioni e alle vendette.

Così facendo, Sharon ha dettato non solo le politiche di Israele, ma anche la sua levatura morale. Israele ha certo avuto leader più moderati, ma anche loro hanno aderito agli incrollabili princìpi di Sharon e non hanno mai mollato la presa sul proverbiale bastone senza il quale, come gli predicava quella dura di sua madre, Sharon non andava mai a dormire. Sharon ha realizzato la speranza di ogni statista: lasciare un’eredità. Ci vorranno anni per sconfiggere la sua visione, una combinazione davvero eccezionale di coraggio personale e politico. Quest’individuo affascinante e crudele è stato tra i leader israeliani più dotati di talento e più pericolosi.

Se si eccettua David Ben-Gurion, il primo a ricoprire la carica di primo ministro di Israele, nessun altro ha avuto più responsabilità di Sharon nel plasmare la realtà del paese. Ha guidato le forze armate israeliane in tutte le loro conquiste, scorrazzando per lunghi e sanguinosi anni in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e in Libano. Quando ha tentato di riscattarsi con il disimpegno dalla Striscia di Gaza, che avrebbe dovuto riscattare tutti noi israeliani, l’ha fatto a sua immagine e somiglianza: in modo arrogante e aggressivo, senza consultazioni, senza trattative e senza accordi con i palestinesi. Contrariamente ad altri, Sharon non ha mai odiato gli arabi: semplicemente non si idava di loro. Il “bulldozer” era uomo di grandi decisioni e grandi azioni. “Arik, re d’Israele” ha lasciato davvero il segno, e al suo confronto i leader di oggi impallidiscono. I gravi danni provocati dal grand’uomo peseranno a lungo sugli israeliani.

Ricordo quando Sharon, nel 1989, mi ha accompagnato in un tour privato della Striscia di Gaza. È stato amabilissimo, ma ha detto cose pericolose e ingannevoli. Ha cercato di dimostrarmi che Israele non doveva mai abbandonare Gaza, adducendo il rischio dei missili (e dell’afta epizootica, che da Gaza, a suo dire, avrebbe contagiato Israele), eppure ha aggiunto senza riprender fiato che non era contrario al ritorno in Israele di migliaia di profughi palestinesi. È stato l’unico statista israeliano a non aver mai prestato attenzione ai sondaggi né ai galoppini di partito: li detestava.

 

GIDEON LEVY è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.

Fonte: Internazionale 1033 | 10 gennaio 2014

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