Cinema – Still life – Recensioni di Enrico Peyretti e Massimiliano Fortuna

Still Life, regia di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan, Ciaran McIntyre. Drammatico, durata 87 min. – Gran Bretagna, Italia 2013

still liveStill Life: la comunità dei dimenticati

«On mourra seul. Il faut donc faire comme si on était seul». Prima di Hans Fallada, di Cesare Pavese, di Fabrizio De André (facilmente citati), lo dice Pascal (Pensées, Brunchwicg 211). E se non tutti, alcuni, molti, muoiono soli, nella grande città.

L’umile impiegato John May, un po’ maniaco dell’ordine, è uno che ha cura di loro, che cerca per loro una corona di memorie e di affetti. La sua “vita silenziosa” (oppure anche “natura morta”) è strana come il mistero, così diverso dalla facile realtà visibile. Ha cura dei solitari, e la comunità dei solitari, dei dimenticati, degli invisibili, non si dimentica di lui: non lo lascia solo, lo attornia con silenzioso affetto quando anche lui sarà solo. Kelly, la figlia restituita da John all’uomo distrutto dalla vita, Bill Stok, guarda senza vedere, ma comprende.

L’invisibile comunità dei dimenticati: questo è ciò che è sacro, nella nostra umanità mortale: non qualche potenza imponente, ma la comunità dei poveri, dei silenziosi, degli abbandonati, dei derelitti tra guerra, alcol e prigione, che hanno memoria l’uno dell’altro. Il desiderio dei due barboni alcolizzati è avere accanto «una donna con cui stare in silenzio».

Solo l’amministrazione pubblica non ha tempo né soldi da dedicare al vivere da umani, e da umani morire. Scrive nella sua recensione Marzia Gandolfi: «John May del poeta ha la forza intramontabile della poesia, capace di (re)suscitare i sentimenti più belli, di superare i limiti temporali e geografici, di ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto».

Sembra un film triste, mostra cose tristi. Ma non è affatto triste, non vi lascia soli: vi sta accanto in silenzio.

e. p.

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«Bello ma triste», sento commentare fuori della sala alla conclusione di Still Life. Io mi limiterei a dire: essenziale. Dopo aver vissuto si muore, in fondo non altro è l’intreccio. Che smisurato numero di vite si muove attorno alla nostra. Vite con il loro carico di dolori e delusioni, attraversate da affetti, solitudini, speranze, sfinimento. Ognuna è una storia a sé, unica e irriproducibile, anche se spesso simile a quella di molti altri.

Nei versi di Omero le ombre si affollano attorno a Odisseo per avere voce, incontrando Dante cercano di raccontare qualcosa di se stesse al mondo dei vivi, Edgar Lee Masters si aggira nel cimitero di Spoon River per raccogliere le parole di coloro che furono. Nulla è cambiato naturalmente, non è vero, come sostiene l’arrogante e vacuo superiore del protagonista del film, che ai morti non importa più nulla. I morti ci chiedono attenzione, chi è capace di dargliela, chi sa ascoltarli coltiva una delle più sorprendenti meraviglie di cui siano capaci gli esseri umani: un animo da uomo pio – che si tratti di un grande poeta o di un oscuro funzionario comunale è semplicemente una nota a margine.

m. f.

 

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