Una rivoluzione nonviolenta – Federico Mastrogiovanni

Le riforme proposte dal nuovo presidente del Messico sono frutto di un accordo politico senza precedenti. Ma non piacciono a molti cittadini

In Messico molte riforme hanno portato a una rivoluzione. Forse quelle proposte nel dicembre del 2012 dal presidente Enrique Peña Nieto (del Partito rivoluzionario istituzionale, Pri) all’inizio del suo mandato non scateneranno una rivoluzione violenta, ma la reazione dei messicani è stata forte e in futuro potrebbe esserlo ancora di più. In passato il binomio riforme e rivoluzione è stato chiarissimo. Alla fine del settecento, la monarchia spagnola impose ai suoi domini americani una serie di riforme economiche, fiscali e politiche per rafforzare il potere della corona a scapito della chiesa e di altre corporazioni civili che nei due secoli precedenti avevano accumulato ricchezze e privilegi. La reazione dei sudditi (sacerdoti, proprietari privati dei loro beni, creoli pieni di risentimento) fu la rivoluzione d’indipendenza.

La costituzione del 1857 e le cosiddette leggi di riforma confermarono il potere materiale e spirituale della chiesa, ancora molto forte, scatenando una guerra civile.

Seguendo il canone liberale, il dittatore Porfirio Díaz aprì il paese agli investimenti stranieri favorendo una crescita stabile, ma le misure adottate colpirono un ampio settore popolare (i contadini in difficoltà per l’espansione delle grandi proprietà terriere moderne e i lavoratori, sfruttati dalle compagnie estrattive statunitensi), aprendo la strada al nazionalismo e a sentimenti di giustizia sociale che provocarono la rivoluzione messicana (1910-1920).

Il Messico si opponeva a vivere secondo i valori economici e sociali del liberalismo. Alla fine della rivoluzione, la tensione tra le forze sociali e le leggi liberali creò un ibrido: uno stato centrale potente che formalmente rispettava le libertà individuali, ma che organizzò le forze sociali secondo un ordine corporativo simile a quello dell’epoca coloniale. Questa soluzione fu il segreto del lungo dominio del Pri (1929-2000). Un monarca assoluto (il presidente), che aveva la facoltà di scegliere ogni sei anni il suo successore, reggeva il paese come un sole intorno a cui ruotavano le corporazioni sindacali, di categoria, contadine e perino imprenditoriali, dipendenti in diversa misura dalla protezione e dal patrocinio dello stato. Vent’anni fa il Messico ha vissuto un altro episodio del binomio riforme e rivoluzione.

Il 1 gennaio 1994, pochi giorni dopo la firma del trattato di libero scambio (l’iniziativa economica liberista per eccellenza), in Chiapas scoppiò una rivolta indigena guidata dal subcomandante Marcos, secondo cui il trattato consegnava il paese al capitalismo internazionale. Come quasi tutti i leviatani, anche quello messicano non è sopravvissuto al cambiamento di secolo. Non è stato il liberalismo economico a distruggerlo, ma la democrazia. Nel 2000 è scomparso il presidente monarca. Da allora abbiamo un potere legislativo plurale, una corte suprema indipendente, elezioni libere vigilate da un organo autonomo, libertà civili e un istituto per la trasparenza che combatte la corruzione nel governo federale. Ma quelle corporazioni pubbliche e private che ruotavano intorno al sole presidenziale non sono scomparse. Anzi, davanti all’improvvisa debolezza del potere centrale, le corporazioni si sono rafforzate, e ognuna di loro cerca di conquistare il centro.

 

Oligarchia corrotta

Uno degli obiettivi del pacchetto di riforme proposte dal presidente Peña Nieto è limitare quei poteri. Tra le riforme approvate o quelle che sono in discussione al congresso, ce ne sono tre che limitano i privilegi della nostra epoca. La riforma dell’istruzione ha imposto all’enorme sindacato degli insegnanti una valutazione universale per migliorare la qualità dell’istruzione in Messico. La riforma delle telecomunicazioni apre la strada a nuovi protagonisti, stabilendo dei limiti ai monopoli. Legata a questa riforma è la futura creazione di istituzioni e tribunali autonomi che vigileranno sulle reali condizioni di concorrenza in tutti i settori.

La riforma energetica (la più diicile da approvare) cerca di contrastare la diminuzione della produzione diluendo il monopolio di Pemex e consentendo allo stato di stipulare contratti con aziende private per estrarre petrolio e gas di scisto.

Il congresso ha approvato anche una riforma fiscale per garantire la ridistribuzione della ricchezza, ispirandosi alle correnti di sinistra che hanno protestato per il trattamento fiscale riservato alle grandi imprese e ai grandi contribuenti. La nuova legislazione ha ridotto questi regimi speciali, ha tassato il cibo spazzatura e le bevande gassate, considerate un rischio per l’obesità. Le risorse ottenute dalle nuove tasse dovrebbero essere destinate a programmi sociali. Le maggiori proteste contro la riforma fiscale arrivano dal settore imprenditoriale.

Chi garantisce la ridistribuzione del gettito iscale di queste nuove tasse? Come si può impedire che il denaro si perda nei labirinti della burocrazia o nei rivoli della corruzione? Il binomio riforme e rivoluzione è destinato a ripetersi? In teoria no. Nonostante i loro limiti e difetti, le riforme sono frutto di lunghe trattative tra le tre principali forze politiche in parlamento. L’accordo (chiamato Patto per il Messico) non ha precedenti perché si è sviluppato in un quadro democratico, ma sembra essere arrivato al capolinea con la recente uscita di scena del Partito della rivoluzione democratica (di sinistra). Non è chiaro se gli altri partiti approveranno una riforma che, tra l’altro, consentirebbe la rielezione di cariche pubbliche (presidenza esclusa) e darebbe più strumenti di controllo al cittadino.

Bisogna distinguere tra l’opposizione di sinistra nel congresso e quella di piazza e sui social network, guidata dal Movimiento de regeneración nacional (Morena), il cui leader è Andrés Manuel López Obrador. Il Morena si oppone alla riforma dell’istruzione e a quella energetica. Non solo: non riconosce la legittimità dei rappresentanti che hanno discusso e approvato le riforme. Erede dell’ideologia originale della rivoluzione messicana, questa corrente radicale si oppone alla libertà di mercato e pensa, giustamente, che i programmi sociali introdotti negli ultimi vent’anni per combattere la povertà siano insufficienti. Per il Morena, il Messico non è una democrazia, ma un’oligarchia imprenditoriale corrotta mascherata da democrazia. Non è un movimento d’opposizione riformista, ma rivoluzionario (anche se non violento) e ha annunciato iniziative di disobbedienza civile. Milioni di elettori e forse centinaia di migliaia di messicani che manifestano in piazza e sui social network la pensano così. È preoccupante il fatto che in Messico manchi un consenso sulla soluzione da scegliere. Una casa divisa potrà sopravvivere? Sì, ma a condizione di chiedere a tutti di dialogare per portare il paese sulla strada di una democrazia condivisa e reale.

La comunità, molto piccola, è composta da ottocento persone. Francisco fa parte della polizia comunitaria. Da come imbraccia il fucile si capisce che non è abituato a maneggiare un’arma: non si muove con la familiarità di un militare, ma con la rudezza del contadino. Francisco ricorda quando i Caballeros templarios sono arrivati qui per mettere le mani sulla miniera. “Si sono presentati alla nostra assemblea armati. Ci hanno detto che avrebbero sfruttato la miniera e ci hanno offerto sei dollari per ogni tonnellata di materiale estratto, ma hanno spiegato senza mezzi termini che si sarebbero presi la miniera con o senza il nostro consenso. L’assemblea non ha risposto e loro hanno cominciato a scavare. Hanno estratto migliaia di tonnellate di materiale, soprattutto ferro, oro, argento, rame e altri minerali, usando tutti i metodi a disposizione.

Il ‘governo’ (qui governo significa esercito) sapeva che erano nella nostra comunità, ma faceva finta di niente. I templari trasportavano il materiale con i camion fino a Manzanillo o a Lázaro Cárdenas per venderlo ai cinesi. Quando sono arrivate le autodifese abbiamo deciso di prendere le armi anche noi. Avevamo paura perché non siamo poliziotti, ma semplici contadini. Ma cos’altro avremmo potuto fare? La miniera ha distrutto tutto, i templari hanno avvelenato le fonti d’acqua e i pesci che vivevano nei fiumi sono morti. Ora l’acqua e le pietre sanno di zolfo”.

Agenti tossici

Comunità intere sono state vittime dell’uso indiscriminato di agenti tossici e inquinanti da parte dei Caballeros templarios. Quando le autodifese sono arrivate alla Huizontla i narcotrafficanti hanno abbandonato la miniera. Gli abitanti della comunità non l’avevano mai sfruttata proprio per evitare d’inquinare il terreno.

La questione mineraria è uno dei punti centrali della crisi anche nel municipio di Aquila. Qui si trova la miniera dell’azienda argentina Ternium, che appartiene alla Techint, fondata nel 1945 da Agostino Rocca, un imprenditore che all’inizio degli anni venti aderì al fascismo ed entrò nell’impresa metallurgica Dalmine, che oggi fa parte della Techint. Da quindici anni la Ternium sfrutta legalmente le riserve di ferro ad Aquila. I narcotrafficanti del cartello dei templari, che allargano continuamente i loro affari criminali, sfruttano clandestinamente le miniere in tutto lo stato di Michoacán. E una delle miniere più redditizie del territorio, quella di Estanzuela, è molto vicina alla zona di 383 ettari affittata da Ternium. A un certo punto gli abitanti della zona si sono resi conto che i Caballeros templarios sfruttavano illegalmente la miniera di Estanzuela. Secondo le loro dichiarazioni, il trasporto del materiale estratto dalle miniere clandestine è avvenuto alla presenza dell’esercito che garantisce la sicurezza della miniera di Ternium. Alla Estanzuela venivano riempiti dieci camion con venti tonnellate di materiale al giorno. Ogni camion faceva cinque viaggi quotidiani.

Nel 2013 i templari che controllavano la miniera estraevano mille tonnellate di materiale al giorno, con un guadagno di 413mila dollari alla settimana. L’opposizione degli abitanti di Aquila ha portato all’arresto, nell’agosto del 2013, di quarantuno persone, tra cui il leader comunitario Agustin Villanueva.

Nuovi nemici

L’offensiva delle autodifese è considerata una liberazione in vari paesi dello stato, tra cui Pareo. La popolazione, vittima per anni della violenza e dell’autoritarismo della criminalità organizzata, vede nelle azioni di questa polizia civile una forma di rivalsa e la possibilità di tornare a una vita normale. Ma qualcuno nutre dei dubbi e si chiede cosa succederà nei prossimi mesi. Una persona che vive nel comune di Chinicuila, e sostiene le autodifese in dalla loro nascita, si domanda: “Quando non ci sarà più il cartello dei templari e lo stato sarà stato ripulito dai criminali – è questo l’obiettivo delle autodifese – cosa faremo dei poliziotti comunitari?

Manca una linea politica chiara e condivisa, e un programma su come organizzare la vita pubblica. Serve un’idea comune di società. Quello che sta succedendo oggi nello stato di Michoacán è solo la reazione a una violenza insopportabile, e noi stiamo appoggiando questa reazione.

Ma cosa faranno tutti questi uomini armati, senza una guida, quando non ci sarà più il nemico? C’è il rischio che un potere ‘militarizzato’ si impadronisca di nuovo delle nostre vite. Da anni qui vicino, nel comune di Chinicuila, c’è un consiglio popolare che rappresenta l’autorità, la volontà e gli interessi del paese, e i poliziotti comunitari si scontrano con il paese. Non è così Dappertutto e non vorrei che la fine dei templari coincidesse con il momento in cui molti uomini dovranno trovarsi nuovi nemici”. José Manuel Mireles si riposa dopo il discorso che ha tenuto alla comunità nella piazza di Pareo, dove gli abitanti hanno deciso di armarsi. Secondo Mireles, nel Michoacán si sta combattendo una vera guerra: “Il motivo della guerra, l’obiettivo di tutti i comuni che si sono ribellati, è farla finita con la criminalità organizzata, ovunque e a qualsiasi livello sia. Perché esiste un livello comunale, uno statale e un altro federale. E di criminali ce ne sono molti, dai piccoli borseggiatori fino ai banditi con i guanti bianchi che occupano posti nel governo dello stato o nelle aziende create per riciclare il denaro che proviene dal narcotraffico”.

“Noi rispettiamo tutte le istituzioni della repubblica, non solo nel nostro stato”, precisa Mireles per spiegare che i poliziotti comunitari non sono dei paramilitari. “La nostra guerra è solo contro la criminalità organizzata. Ma sappiamo che nelle istituzioni e nei ministeri ci sono infiltrazioni del crimine organizzato. E nei casi in cui il crimine è più forte delle istituzioni, vogliamo eliminare anche quelle”.

Nelle strade di Pareo la gente si dà da fare, si cominciano a organizzare le barricate e a un certo punto arriva un giovane accusato di essere un infiltrato. Tutti discutono su come comportarsi: qualcuno vorrebbe ucciderlo, altri propongono di consegnarlo al “governo”, di arrestarlo o di estorcergli delle informazioni. La fidanzata lo difende e prova a spiegare che si tratta di un errore.

Mireles non partecipa alla discussione: gli abitanti di Pareo devono cavarsela da soli. “Stiamo facendo il lavoro che le istituzioni non svolgono da più di dieci anni. Se lo stato facesse il suo dovere fino in fondo, le autodifese non avrebbero motivo di esistere. Io sono un medico, gli altri abitanti che hanno imbracciato il fucile sono allevatori, contadini e commercianti. La situazione in cui ci troviamo ci spinge ad agire così. Continueremo a difenderci fino a quando il governo federale, l’esercito e le autorità dello stato di Michoacán non si metteranno al lavoro per far rispettare la costituzione garantendo la sicurezza a tutto il paese. Ci siamo armati solo per cercare di ristabilire lo stato di diritto nel Michoacán , sospeso da dodici anni. Se lo stato non reagirà e comincerà a sostenere il nostro movimento con dei programmi sociali e dei cambiamenti istituzionali, dovremo accettare la scomparsa dei poteri dello stato di Michoacán e lasciare che il senato della repubblica a un certo punto mandi dei governatori ad interim, dei deputati ad interim, dei presidenti ad interim per convocare nuove elezioni, cambiare l’apparato governativo dello stato e ristabilire lo stato di diritto”.

Il tempo è agli sgoccioli, bisogna trasferire centinaia di poliziotti comunitari altrove e finire di costruire le barricate prima del tramonto. Non si sente più il rumore degli elicotteri. Con un moto di orgoglio, Mireles riafferma il valore delle azioni dei gruppi di autodifesa: “Noi, semplici cittadini, abbiamo deciso di armarci per difendere le nostre vite e le nostre proprietà. In più di otto mesi, senza nessuna organizzazione e senza creare strutture paramilitari, abbiamo ottenuto ottimi risultati: nel nostro territorio non ci sono più furti, omicidi, sequestri e stupri”.

Prima di salutarmi, Mireles conferma: “Questa è una guerra dichiarata, aperta e pubblica contro la criminalità organizzata o comunque la si voglia chiamare, che sia il cartello degli Zetas, dei Caballeros templarios o della Familia michoacana. Non difendiamo gli interessi di qualche cartello della droga né tantomeno abbiamo intenzione di formarne uno. Siamo qui per combattere”.

Enrique Krauze è uno storico messicano e dirige il mensile Letras Libres.

Da sapere

Polizia comunitaria in Messico

  • I gruppi di autodifesa o polizia comunitaria si stanno difondendo in tutto il Messico. La loro presenza è stata accertata in almeno tredici stati del paese. I primi gruppi di polizia comunitaria sono nati a metà degli anni novanta nello stato di Guerrero, nella parte sudoccidentale del paese, per sostenere la lotta delle comunità indigene contro criminali e stupratori.
  • Per reagire all’incapacità dello stato di far rispettare la legge, molti cittadini si organizzano per limitare lo sfruttamento illegale dei boschi e delle miniere, la distruzione delle zone protette e per difendersi dagli attacchi della criminalità organizzata.
  • Negli ultimi mesi l’attenzione dei mezzi d’informazione e delle autorità si è concentrata sullo stato di Michoacán, dove gli scontri tra autodifese e il cartello della droga dei Caballeros templarios sono quasi quotidiani.

Bbc mundo, Proceso

 

Fonte: Internazionale 1030 | 13 dicembre 2013

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