3. La laicità di Francesco I – Pietro Polito

a cura di Pietro Polito, uno spazio per il confronto tra laici e religiosi, credenti e non credenti, atei e agnostici, persuasi e perplessi. Il dialogo torna ogni prima settimana del mese

Propongo una lettura laica del pensiero di Francesco I quale emerge nel dialogo da lui intessuto con la “Civiltà Cattolica” e in particolar modo in quello con uno scrittore laico fondatore di un giornale laico. Si tratta di una lettura apparentemente tendenziosa eppure sostanzialmente fedele alla lettera del discorso del Pontefice. Tanto è vero che un teologo non allineato, però ben fermo nel solco della religione cristiana, Vito Mancuso, commentando il dialogo tra Francesco I e Eugenio Scalfari, ha scritto che “gli articoli di Scalfari e soprattutto la risposta di Papa Francesco, esemplare per apertura, coraggio e profondità, sono stati una lezione di laicità, una specie di ‘discorso sul metodo’ su come incamminarsi veramente senza riserve mentali lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comune e della verità” (Papa Francesco, Eugenio Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti, Einaudi – la Repubblica, Roma, 2013, p. 77).

Un discorso sul metodo che concerne ogni aspetto della dottrina, a partire dal fondamento di tutto che in un’ottica cristiana è Dio, rivelatosi a noi attraverso il figlio di Dio, Gesù: “Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili. L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale”.

Lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comune e della verità (Mancuso), afferma ancora Francesco I nel dialogo con “Civiltà Cattolica”, “si cerca a tentoni”, perché “la nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere”. Non si potrebbe esprimere meglio l’essenza della visione laica della vita. Direi che la laicità di Francesco I si manifesta in tre passaggi: 1. il non proselitismo; 2. l’autonomia della coscienza; 3. la concezione relazionale (non relativa) della verità.

Non sembri un punto minore quello del non proselitismo. L’affermazione che il proselitismo è “una solenne sciocchezza” e quindi “non ha senso” ha il valore di una rivoluzione copernicana. La rinuncia al proselitismo illumina una visione radicalmente nuova del modo di porsi dell’uomo di fede nei confronti dell’uomo di ragione, del credente nei confronti del non credente. Se non si confonde il credente con il clericale e il non credente con l’anticlericale, chi non crede, o dicendo meglio crede che i confini della vita dell’uomo sono nella vita dell’uomo, non è più “la pecora smarrita” da convertire, da riportare sulla retta via, ma è una persona (i laici dicono: un individuo) da conoscere, ascoltare, incontrare. “A me capita – dice Francesco I – che dopo un incontro ho voglia di farne un altro perché nascono nuove idee e si scoprono nuovi bisogni. Questo è importante: conoscersi, ascoltarsi, ampliare la cerchia dei pensieri. Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l’importante e che portino verso il bene” (p. 55).

Il non proselitismo – così vengo al secondo passaggio: l’autonomia della coscienza – poggia sulla convinzione che “la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza” (p. 42). Mi pare di intravedere qui la punta più estrema della laicità di Francesco I. Al laico non si chiede di cercare o ritrovare la fede ma puramente e semplicemente di essere se stesso, di obbedire alla propria coscienza: “Ascoltare e obbedire a essa, significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” (p. 42). Egli aggiunge ancora: “Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo” (pp. 55-56).

Per Francesco I – questo è il terzo passaggio: la concezione della verità –, il pensiero che non esiste una verità assoluta non è un errore né un peccato. Anche per chi crede la verità non è “assoluta”, essendo l’assoluto “ciò che è slegato, ciò che è privo di relazione”: “La verità, secondo la fede cristiana – si legge nella lettera dell’11 settembre a Scalfari – è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque la verità è una relazione. Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime, a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive” (p. 42). Certo, come nel pensiero dei predecessori, si rimane al di qua del relativismo, ma si scalfisce la trincea dell’assolutismo. La verità, infatti, non è “soggettiva”, tanto meno “variabile”. La verità è “un cammino” (p. 42). Uno dei brani più rivelativi dell’Enciclica Lumen fidei è: “La sicurezza della fede ci mette in cammino”.

Francesco I invita a “cominciare a fare un tratto di cammino insieme” (p. 37), “un tratto di strada insieme” (p. 43). Gustavo Zagrebelsky si è soffermato sull’idea di “cammino in comune”, osservando che l’espressione di Francesco I, “tratto di cammino”, “non è priva di ambiguità”. Il giurista domanda: “Dove si colloca, e chi decide dove si colloca la fine del tratto? E che cosa accadrà allora?” (p. 159).

La visione che il laico e il cristiano hanno del cammino in comune non è la stessa: “Per i credenti – scrive Zagrebelsky –, la pienezza ci sarà, ma non ora, in questo ‘tempo’; per i non credenti, l’idea stessa d’una raggiungibile ‘pienezza’ è senza significato” (p. 159). Esistono una differenza cristiana e una differenza laica che alla radice rimangono incomparabili. L’uomo di fede sa di procedere verso il bene, l’uomo di ragione si limita a combattere il male. La fede si fonda sulla grazia, la ragione esclusivamente sulla coscienza. Come afferma Francesco I, “la grazia non fa parte della coscienza, è la quantità di luce che abbiamo nell’anima, non di sapienza, né di ragione” (p. 63).

La laicità di Francesco I è illuminata (rinvigorita o limitata?) dalla fede, la laicità del laico si restringe nei limiti della sola ragione. Come scrive Bobbio, “in una visione laica della vita (non laicista, perché il laicismo è una chiesa come tutte le altre coi suoi dogmi e anatemi), in una visione, cioè, in cui il lume della ragione è il solo di cui possiamo disporre per illuminare le tenebre in cui siamo immersi, non c’è posto per certezze assolute. Dove non ci sono e non possono esserci certezze assolute, la nostra condizione permanente è quella del dubbio metodico”.

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