Cinema – Philomena – Recensione di Enrico Peyretti

Philomena, film diretto da Stephen Frears (Gran Bretagna, 2013), basato sul romanzo The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith. Protagonisti Judi Dench e Steve Coogan.

locandinaphilomenaPhilomena, una ragazza adolescente, in Irlanda anni ’50, si trova incinta dopo un incontro d’amore ingenuo e molto felice. Chiusa in un collegio di suore per ragazze simili, partorisce lì dentro. Il bambino a tre anni le viene sottratto, venduto (si saprà poi) a ricchi americani. Dopo cinquant’anni Philomena si mette alla sua ricerca, aiutata con passione da Martin, un giornalista politico, licenziato dall’establishment di Blair, che ora si dedica a storie di vita. Le suore, pur esteriormente aggiornate, rappresentano ancora oggi un moralismo cattolico, punitivo del peccato sessuale fino alla ferocia, al commercio di bambini, all’inganno crudele perpetuato fino al presente. Martin, non credente, e Philomena si interrogano con cuore puro sulla sessualità umana condannata da quella religione. Lei è una donna semplice, trasparente, determinata a ritrovare il figlio con tutta la forza materna. È cattolica, convenzionalmente devota. Si incolpa di quel peccato, ma, di più, di non aver cercato il figlio finora. Va a confessarsi, ma non confessa nulla. Scoperto il malvagio moralismo di quelle suore, lei le perdona. Non confonde Dio con chi crede di esercitarne un giudizio spietato e (direbbe Turoldo) “scorporato”. Dice il regista Frears che “Philomena è una donna magnifica, priva di autocommiserazione, che continua ad avere fede nonostante le ingiustizie subite”. Che cosa è questo se non lo spirito di Gesù? Calcata, ma non falsa, la figura di quel cattolicesimo di marmo duro e freddo. Semplice e diretto il vangelo non proclamato ma vivo e caldo di Philomena, che sembra corrispondere al messaggio cristiano incarnato nell’umano che papa Francesco ci propone oggi.

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