Il santo di Palermo. Vi racconto chi era Danilo Dolci – Aldous Huxley

Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’ impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassionee serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia. Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architetturae ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’ atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’ oggetto di questo amore. L’ amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé. Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’ interessava dell’ architettura dell’ antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l’ enorme infelicità del mondo», in Siciliaè più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell’ isola. Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno slum rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’ infelicità che lo circondava. <…& Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’ uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’ è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’ è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell’ uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’ uomo deve lavorare. In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione – di propria iniziativa e del tutto gratis – di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa. Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l’ imputato che l’ accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. <…& Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L’ analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carotee della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico. Le tradizioni in materia d’ «onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all’ «onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev’ essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta… Ai delitti d’ onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all’ interno dello stato ufficiale. <…& La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente,i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. <…& Partinico, tuttavia, non è l’ unico né il più avvilente palcoscenico dell’ infelicità siciliana. C’ è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di slum che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell’ area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia). Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt’ altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. <…& Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l’ attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. <…& Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d’ opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione)a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l’ ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

Traduzione Alfonso Geraci © Aldous Huxley, 1959

ALDOUS HUXLEY 16 dicembre 2013

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/12/16/ilsanto-palermo-aldous-huxley-vi-racconto-chi.html

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