Politica alimentare: il mondo non può essere un grande supermercato – João Pedro Stédile

Siamo arrivati a 7 miliardi di esseri umani che abitano il pianeta. Più di metà di loro vive ammucchiata in grandi città, distanti dai loro luoghi di origine. E per la prima volta nella storia abbiamo raggiunto la triste statistica di un miliardo di persone che soffrono la fame tutti i giorni. Ossia, il 14% degli esseri umani non ha diritto alla sopravvivenza. E tra di loro migliaia di bambini e le loro madri muoiono ogni giorno.

Alla popolazione che riesce ad alimentarsi è stata imposta una standardizzazione dei prodotti alimentari. Quattrocento anni fa, prima dell’avvento del capitalismo, gli esseri umani si nutrivano con più di 500 specie diverse di piante.

Cento anni fa, con l’egemonia della rivoluzione industriale, si sono ridotte a 100 le specie diverse di cibo che, dopo la coltivazione, passavano ai processi industriali. E da trent’anni, con l’avvento dell’egemonia del capitale finanziario nel mondo di oggi, la base di tutta l’alimentazione dell’umanità è rappresentata per l’80% da soia, mais, riso, fagioli, orzo e manioca.

Il mondo è diventato un grande, unico, supermercato. Le persone, indipendentemente da dove vivono, si nutrono della stessa dieta di base, fornita dalle stesse imprese, come se fossimo una grande porcilaia, in cui aspettiamo, passivi e ridotti in stato di assoggettamento, la distribuzione della stessa razione giornaliera.

Una tragedia, nascosta tutti i giorni dai media al servizio della classe dominante, i cui membri si abbuffano al banchetto degli interessi, dei profitti, dei conti bancari, di champagne e aragoste. Sempre più obesi e disumanizzati. Rimpinzati di ingiustizia e iniquità. Perché siamo arrivati questa situazione?

Perché il capitalismo, come modo di organizzare la produzione, la distribuzione dei beni e la vita delle persone basata sul profitto e lo sfruttamento, si è impossessato dell’intero pianeta. E il cibo è stato ridotto a un mero status di merce. Chiunque ha denaro può comprare l’energia per continuare a vivere. Quelli senza soldi non possono continuare a sopravvivere.

E per fare soldi devi vendere la tua forza lavoro, se c’è qualcuno che la compra. Perchè circa 100 società transnazionali agroalimentari (come Cargill, Monsanto, Dreyfuss, ADM, Syngenta, Bungue, ecc.) controllano la maggior parte della produzione mondiale di fertilizzanti, prodotti chimici, pesticidi, le industrie agroalimentari e il mercato della vendita di questi prodotti alimentari.

Perché ora, gli alimenti vengono venduti nelle borse internazionali e su di loro si specula, come fossero una materia prima qualsiasi, come il ferro, il petrolio, ecc. e grandi investitori finanziari diventano proprietari di milioni di tonnellate di cibo, su cui speculano, aumentando i prezzi deliberatamente per aumentare i loro profitti. Milioni di tonnellate di soia, mais, frumento, riso, i futuri raccolti e anche prodotti ancora nemmeno piantati, che saranno raccolti nel 2018, cioè tra cinque anni, sono già stati venduti. Questi milioni di tonnellate di cereali, che non esistono, hanno già un padrone.

Per fissare i prezzi del cibo non si seguono più le regole del costo di produzione, né i mezzi di produzione e la forza-lavoro. Ora sono determinati dal controllo oligopolistico che le società esercitano sul mercato, imponendo lo stesso prezzo per lo stesso prodotto in tutto il mondo, e in dollari USA. E chi ha un costo di produzione maggiore di questo, va in bancarotta perché non può recuperare le proprie spese.

Perché, in questa fase di controllo sui beni del capitale finanziario, fittizio, che circola in tutto il mondo, con una proporzione di 5 a 1 rispetto al suo equivalente in produzione (255.000 miliardi di dollari in valuta rispetto a 55.000 miliardi di dollari in beni annuali) le nostre risorse naturali come la terra, l’acqua, l’energia, i minerali, sono trasformati in pura merce. Quindi c’è stata un’enorme concentrazione della proprietà della terra, dei beni della natura e del cibo. E qual è la soluzione?

In primo luogo abbiamo bisogno di rinegoziare in tutto il pianeta il principio che il cibo non può essere una merce. Il cibo è l’energia della natura (sole più terra, più acqua, più vento) che muove gli esseri umani, prodotti in armonia e collaborazione con gli altri esseri viventi che formano l’immensa biodiversità. Tutti dipendiamo da tutti, in questa sinergia collettiva di sopravvivenza e di riproduzione. Il cibo è un diritto di sopravvivenza. E quindi, ogni essere umano dovrebbe avere accesso a questa energia per riprodursi come essere umano, in maniera egualitaria e senza alcun vincolo.

I governi hanno adottato il concetto di sicurezza alimentare, per spiegare questo diritto, e quindi affermare che i governi dovrebbero fornire cibo ai loro cittadini. È un piccolo miglioramento rispetto alla subordinazione totale al mercato. Ma noi, dei movimenti sociali, diciamo che il concetto è inadeguato perché non risolve né il problema della produzione alimentare, né quello della distribuzione e ancor  meno del diritto. Perché non basta che i governi comprino cibo, o distribuiscano denaro con le “borse-famiglia” per permettere alla gente di comprare il cibo.

Il cibo continua ad essere trattato come merce, dando molto profitto alle aziende che lo forniscono ai governi. E le persone continuano a essere dipendenti, subalterne, prima al mercato, ora ai governi.

Noi sosteniamo il concetto di sovranità alimentare, cioè che in un qualsiasi territorio, cittadina, villaggio, tribù, insediamento, comune, stato e perfino intero paese  ogni popolo abbia il diritto e il dovere di produrre il proprio cibo. E’ stata questa pratica che ha garantito la sopravvivenza dell’umanità, anche nelle condizioni più difficili. Ed è provato biologicamente che in tutte le parti del nostro pianeta si può produrre energia – cibo – per la riproduzione umana, a partire dalle condizioni locali.

La questione fondamentale è come garantire la sovranità alimentare dei popoli. E per questo dobbiamo sostenere la necessità che in primo luogo tutti coloro che coltivano la terra e producono cibo, gli agricoltori, i contadini abbiano diritto alla terra e all’acqua. Come un diritto degli esseri umani. Da qui la necessità di una ripartizione politica dei beni della natura (terra, acqua, energia) tra tutti, attraverso quello che noi chiamiamo riforma agraria.

Dobbiamo fare in modo che ci sia la sovranità nazionale e popolare sui principali beni della natura.  Non possiamo sottoporli alle regole della proprietà privata e del profitto. I beni della natura non sono  frutto del lavoro umano. E per questo lo stato, in nome della società, deve sottoporli a una funzione sociale, collettiva, sotto il controllo della società.

Abbiamo bisogno di politiche pubbliche governative che incoraggino la pratica di tecniche agricole di produzione alimentare che non siano predatrici della natura, che non utilizzino veleni e producano in armonia con la natura e la biodiversità e in abbondanza per tutti. Queste pratiche giuste sono ciò che chiamiamo Agroecologia.

Dobbiamo garantire il diritto che i semi, le diverse razze di animali e i loro miglioramenti genetici fatti dall’umanità nel corso della storia, siano accessibili a tutti gli agricoltori. Non ci può essere proprietà privata dei semi e degli esseri viventi, come ci impone la fase attuale del capitalismo, con le sue leggi sui brevetti, i transgenici e le mutazioni genetiche. I semi sono un patrimonio dell’umanità.

Dobbiamo garantire che in ogni luogo, regione si produca il cibo necessario, che la biodiversità locale fornisce, e che si possano mantenere così le abitudini alimentari e la cultura locale, anche come questione di salute pubblica. Poiché gli scienziati, i medici e i biologi ci insegnano che l’alimentazione degli esseri viventi, per una loro sana riproduzione deve essere in armonia con l’habitat e l’energia del luogo.

Abbiamo bisogno che i governi garantiscano l’acquisto di tutte le eccedenze alimentari prodotte dai contadini e utilizzino il potere dello stato per garantire loro un reddito adeguato e allo stesso tempo la distribuzione di cibo a tutti i cittadini.

Dobbiamo impedire che le multinazionali continuino a controllare ogni parte del processo di produzione dei fattori di produzione agricoli, della produzione e distribuzione degli alimenti.

Abbiamo bisogno di sviluppare la trasformazione di alimenti (quello che viene chiamato agroindustria) in forma cooperativa sotto il controllo dei contadini e dei lavoratori.

Abbiamo bisogno di adottare pratiche di commercio internazionale di prodotti alimentari tra i popoli, basate sulla solidarietà, la complementarietà e lo scambio. E non più sull’oligopolio di aziende, dominate dal dollaro statunitense.

Lo stato deve sviluppare politiche pubbliche che garantiscano il principio che il cibo non è una merce, è un diritto di tutti i cittadini.

E la gente vivrà in società democratiche, con i diritti minimi garantiti, solo se avrà accesso al cibo-energia necessario.

Il cibo non è una merce, è un diritto!

João Pedro Stédile, brasiliano, cittadino del mondo, membro di Via Campesina e del MST da Vermelho, 21 ottobre 2013

(traduzione Antonio Lupo – Comitato Amigos MST Italia)

http://www.comitatomst.it/node/1050

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