Dove il reportage di guerra ha fallito. Diario di quattro guerre – Patrick Cockburn

Le quattro guerre combattute in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria lungo il corso degli ultimi 12 anni hanno tutte implicato, dichiaratamente o celatamente, un intervento straniero in paesi profondamente divisi. Per ciascuno di essi, il coinvolgimento dell’Occidente ha esasperato divisioni già esistenti e condotto le parti in conflitto alla guerra civile. In ciascun paese, tutta o parte dell’opposizione è stata rappresentata da combattenti estremi della Jihad. Qualunque fossero le rivendicazioni in gioco, tutti gli interventi sono stati presentati come principalmente di tipo umanitario, a sostegno di un popolo che lottava contro il proprio dittatore o stato di polizia. Nonostante apparenti successi militari, in nessuno di questi casi l’opposizione locale e i loro sostenitori sono riusciti a consolidare il loro potere e stabilire forme di stato stabili.

Più che lotte armate, i conflitti sono stati guerre di propaganda, dove giornali, televisioni e radio hanno svolto un ruolo centrale. In tutte le guerre vi è una differenza tra quanto riportato e quanto realmente accaduto. Tuttavia, durante queste quattro campagne il mondo esterno è incorso in molti malintesi, addirittura sull’identità di chi fu vincitore e chi perdente. Nel 2001, i servizi televisivi sulla guerra afghana diedero l’impressione che i Talebani fossero stati definitivamente sconfitti anche se avevano avuto luogo pochissimi combattimenti. Nel 2003 in Occidente si credeva che le forze di Saddam Hussein erano state stroncate quando, invece, l’esercito iracheno, incluse le unità di elite della Guardia Repubblicana Speciale, si erano semplicemente disperse ritirandosi. In Libia, nel 2011, le milizie ribelli, spesso mostrate in televisione mentre sparavano con mitragliatrici dai camion in direzione generica del nemico, hanno giocato un ruolo alquanto limitato nella caduta di Muammar Gheddafi, che fu causata per la maggior parte dagli attacchi aerei della NATO. In Siria, nel 2011 e nel 2012, sia i capi esteri che i giornalisti predissero, ripetutamente, e invano, l’imminente sconfitta di Bashar al-Assad.

Le cattive percezioni spiegano perché ci sono state così tante sorprese e capovolgimenti di sorte inaspettati. I Talebani hanno avuto un’ulteriore ascesa nel 2006 in quanto non sono stati sconfitti così come il resto del mondo ha complessivamente immaginato. Alla fine del 2001 ho potuto guidare –nervosamente ma in sicurezza – da Kabul a Kandahar. Invece, quando ho deciso di compiere lo stesso percorso nel 2011 non mi sono potuto spingere più a sud dell’ultima stazione di polizia sulla strada principale nei sobborghi di Kabul. Due anni fa, a Tripoli, gli hotel erano riempiti fino alla loro capienza massima da giornalisti intenti a effettuare servizi sulla caduta di Gheddafi e sul relativo trionfo delle milizie ribelli. Pur tuttavia, l’autorità statale non è ancora stata ristabilita. Quest’estate la Libia ha quasi interrotto l’esportazioni di petrolio perché i porti principali sul Mediterraneo sono stati confiscati da milizie ammutinate e il Primo Ministro, Ali Zeidan, ha minacciato di bombardare “da aria e da terra” le autocisterne utilizzate per vendere il petrolio al mercato nero.

La discesa della Libia nell’anarchia è stata scarsamente riportata dai media internazionali, concentrati da molto tempo prima sulla Siria e, più recentemente, sull’Egitto. L’Iraq, fino a pochi anni fa sede di numerosi uffici stampa stranieri, è uscito dalla mappa mediatica nonostante il fatto che centinaia di iracheni vengano uccisi ogni mese, per la gran parte in conseguenza di bombardamenti su obiettivi civili. Quando in gennaio, a Baghdad, piove per alcuni giorni consecutivi il sistema fognario, che a quanto dichiarato è stato ristrutturato al costo di 7 milioni di dollari, non regge: alcune strade sono coperte da acqua sporca e liquami di scarico che arrivano sino alle ginocchia. In Siria, molti tra i combattenti dell’opposizione che hanno lottato per difendere le loro comunità si sono trasformati in banditi autorizzati e estorsori da quando hanno conquistato il potere nelle enclavi ribelli.

Non si tratta del fatto che i giornalisti abbiano riportato fatti inesatti nelle descrizioni rese su quanto hanno visto. Forse proprio il termine “reporter di guerra”, benché non utilizzato spesso dai giornalisti stessi, aiuta a spiegare cosa è andato storto. Lasciando da parte la sua evocazione macho, da questo termine proviene la fallace impressione che la guerra possa essere adeguatamente descritta focalizzandosi solo sui combattimenti militari. Le guerre di guerriglia o irregolari, però, sono intensamente politiche, ancor più di quegli strani, incessanti conflitti che seguirono all’11 settembre. Ciò non significa che quanto accadde sul campo di battaglia fosse insignificante ma richiede interpretazione. Nel 2003 la televisione mostrò colonne di carri armati sfasciati e infuocati dopo i bombardamenti aerei americani sull’autostrada principale a nord di Bagdad. Se non fosse stato per il deserto sullo sfondo, si sarebbe potuto affermare che gli spettatori stavano osservando le immagini dell’esercito tedesco sconfitto in Normandia nel 1944.

Sono salito sopra uno di questi carri armati e ho potuto notare che erano stati abbandonati da molto tempo prima di essere colpiti. Questo fatto è importante in quanto è la dimostrazione che l’esercito iracheno non era pronto a combattere e morire per Saddam. È un indicatore anche del plausibile futuro spettante all’occupazione alleata. I soldati iracheni, che non ammettevano di essere stati sconfitti, si aspettavano di mantenere i propri posti di lavoro nell’Iraq dopo Saddam, e si inferocirono quando gli americani dissolsero il loro esercito. Ufficiali esperti si riversarono nelle file della resistenza, con conseguenze devastanti per le forze dell’occupazione: un anno dopo gli americani controllavano soltanto porzioni di territorio iracheno.

Il reportage di guerra è più facile di altri tipi di giornalismo da un certo punto di vista, in quanto il melodramma derivante dagli eventi indirizza la storia e attrae un certo pubblico. A volte può essere rischioso, ma il corrispondente che parla alla videocamera, con granate e veicoli militari incendiati sullo sfondo, sa che il suo servizio si distinguerà in ogni notiziario. “Se c’è sangue, c’è notizia” è un vecchio detto americano. Il dramma della battaglia, inevitabilmente, domina la notizia, ma la semplifica eccessivamente rivelando solo parte di quanto accade. Le eccessive semplificazioni sono state, più di quanto già avveniva solitamente, rozze e ingannevoli in Afghanistan e in Iraq, quando combaciarono con la propaganda politica che demonizzava i Talebani e, dopo, che dipingeva Saddam come l’incarnazione del male, e contribuirono a rendere il conflitto come una lotta in bianco e nero tra il bene e il male – cosa piuttosto facile negli USA immersi in un’atmosfera isterica post 11 settembre. Le storpianti inadeguatezze dell’opposizione furono ignorate.

Entro il 2011 la complessità dei conflitti in Iraq e in Afghanistan fu evidente ai giornalisti a Baghdad e Kabul, anche se non necessariamente ai loro editori di Londra e New York. Ma a quel punto i reportage delle guerre in Libia e Siria iniziarono a dimostrare una differente, benché ugualmente potente, forma di ingenuità. Prevalse una versione dello spirito che animò il 1968: gli antagonismi che precedettero la Primavera Araba vennero immediatamente definiti come obsoleti. Stava per essere creato un nuovo, impavido mondo a velocità frenetica. Con ottimismo, i commentatori suggerirono che nell’era della TV via satellite e di Internet le forme di repressione tradizionali – censura, imprigionamento, tortura, esecuzione – non potevano più assicurare il potere a uno stato di polizia; avrebbero potuto essere addirittura controproducenti. Il controllo delle informazioni e delle comunicazioni dallo stato venne sovvertito da blog, telefoni satellitari, persino dal cellulare. YouTube ha fornito il mezzo per esporre nella maniera più vivida e immediata possibile i crimini e le violenze delle forze di sicurezza.

Nel marzo 2011 gli arresti di massa e le torture hanno frantumato con facilità il movimento pro-democrazia in Bahrain. Le innovazioni tecnologiche nel campo dell’informazione possono aver marginalmente cambiato le probabilità in favore dell’opposizione, ma non a sufficienza da prevenire una contro-rivoluzione come è avvenuto con il colpo di stato del 3 luglio in Egitto. Il successo iniziale delle dimostrazioni per le strade ha condotto a una sovrastimata fiducia e a un eccessivo affidamento sulle azioni spontanee; la necessità di una leadership, di un’organizzazione, di unità e di politiche che equivalessero a più che a un vago programma di tipo umanitario fu ampiamente ignorata. La storia – compresa quella di ciascun paese – non ha insegnato nulla a questa generazione di radicali e potenziali rivoluzionari. Costoro non hanno tratto alcuna lezione da quanto avvenne in Egitto, quando Nasser assunse il potere nel 1952 e non hanno chiesto se rispetto alle rivolte arabe del 2011 si sarebbero potuti riscontrare dei paralleli con le rivoluzioni europee del 1848, dove facili vittorie furono rapidamente ribaltate. Molti membri dell’Intellighenzia in Libia e Siria sembra abbiano vissuto e pensato all’interno di quella cassa di risonanza che è Internet e hanno prodotto poche idee concrete circa le possibili strade da percorrere.

La convinzione che un governo tossico sia la radice di tutti i mali è la posizione ufficiale della maggior parte delle opposizioni, ma è dannoso credere alla propria propaganda. L’opposizione irachena era veramente convinta che i problemi di faziosità ed etnia provenissero da Saddam, e che una volta che lui fosse stato tolto di mezzo tutto si sarebbe sistemato per il meglio. L’opposizione in Libia e in Siria ha creduto che i regimi di Gheddafi e Assad erano così palesemente malvagi che sarebbe stato contro-rivoluzionario domandarsi se quanto fosse seguito sarebbe stato meglio. I corrispondenti stranieri hanno, in linea di massima, condiviso queste opinioni. Ho fatto cenno a qualche fallimento delle milizie libiche a una giornalista occidentale che, con aria di rimprovero, mi rispose: “Ricordiamoci solo chi sono i bravi ragazzi”. Saranno pure stati bravi, i ragazzi, ma ravvisai qualcosa di preoccupante nella facilità con cui essi erano in grado di procurarsi amichevoli stazioni mediatiche, sia in Piazza Tahrir o sulla linea del fronte in Libia. I manifestanti avrebbero innalzato cartelloni scritti in perfetto inglese, che la maggior parte di loro non sapeva neanche leggere, a beneficio degli spettatori televisivi. Ad Ajdabiya, a due ore di macchina lungo la costa a sud di Bengazi, i giornalisti esteri spesso erano più numerosi dei combattenti dell’opposizione, e i cameramen dovevano pilotare i loro corrispondenti per evitare che il pubblico lo notasse. Il pericolo maggiore che si poteva correre eradi essere investiti da un furgone con sopra una mitragliatrice: i conducenti vanno spesso nel panico quando esplode qualche granata nelle vicinanze. Le milizie libiche erano efficaci quando lottavano per le loro città e quartieri, ma senza una copertura aerea non sarebbero durate più di qualche settimana. L’attenzione mediatica su vivaci schermaglie distolse l’attenzione dal punto centrale: che Gheddafi fu deposto dall’intervento militare di USA, Gran Bretagna e Francia.

Non c’è nulla di sorprendente. Le comparse pubbliche dei capi di Stato occidentali assieme a bambini sorridenti o soldati acclamanti sono inevitabilmente architettate per mostrare agli spettatori televisivi una loro immagine in chiave solidale. Per quale motivo i ribelli arabi non dovrebbero avere le stesse capacità in materia di Pubbliche Relazioni? Il problema fu il modo in cui i corrispondenti di guerra accettarono e pubblicarono così velocemente le atroci narrazioni fornite dall’opposizione. In Libia, una delle più influenti descrisse lo stupro di massa delle donne nelle aree ribelli da parte delle truppe governative che eseguivano ordini dall’alto. Una psicologa libica dichiarò di aver distribuito 7000 questionari nelle zone controllate dai ribelli, 6000 dei quali le vennero restituiti. Qualcosa come 259 donne affermarono spontaneamente di aver subito violenze sessuali e la psicologa disse di averne intervistate 140. Che una statistica così precisa potesse essere effettuata in quel clima d’anarchia nell’est della Libia sembra improbabile, ma la sua storia venne acriticamente e più volte proposta, contribuendo molto a trasformare Gheddafi in un reietto. Ampiamente ignorati sono stati altresì i servizi di qualche settimana dopo resi da Amnesty International, Human Rights Watch e da una Commissione delle Nazioni Unite che dichiararono la mancanza di prove a sostegno di quella storia. Sembra abbia avuto luogo un complotto propagandistico di elevato successo. In un’altra occasione i ribelli ostentarono l’esibizione dei corpi di otto soldati governativi denunciando che la loro esecuzione era avvenuta per mano del loro stesso schieramento perché avevano cercato di disertare verso l’opposizione. Più tardi, Amnesty scovò un video che mostrava quegli otto uomini vivi, dopo esser stati catturati dai ribelli. Vennero chiaramente uccisi immediatamente dopo e la morte fu attribuita alle forze pro-Gheddafi.

Gli ingredienti essenziali di un’efficace storia atroce consistono nell’essere scioccante e non immediatamente confutabile. Nel 1990 fu ampiamente riportato che in Kuwait, durante un’invasione in ospedale di soldati iracheni, dei bimbi nelle loro incubatrici furono gettati a terra e lasciati morire sul pavimento. Benché altamente influente inizialmente, la storia venne screditata soltanto quando si scoprì che la persona che dichiarò di aver assistito ai fatti era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington, che però non si trovava nell’ospedale al tempo dei fatti. I reporter possono anche avere i loro dubbi, ma raramente sono in grado di confutare nell’immediato invenzioni di questo tipo. Sanno anche che i direttori non amano molto che qualcuno faccia loro notare che una notizia pittoresca, che i rivali trasmetteranno senza metterla troppo in discussione, sia, con buona probabilità, falsa. È facile attribuire la colpa alla “nebbia della guerra” (“The fog of war”, espressione che risale a Clausewitz e che fu utilizzata come titolo del film su McNamara del regista Errol Morris, ndt) ed è vero che i combattimenti comprendono eventi veloci e confusi, i cui resoconti non possono essere verificati. Chiunque, in una guerra, ha un motivo più forte del solito per falsare le proprie vittorie e sconfitte, ed è molto difficile confutarne le affermazioni. Non è una novità. Tempo fa, il generale dei Confederati Stonewall Jackson fece osservare a un suo assistente: “Non ha mai pensato, signore, alla grande opportunità che un campo di battaglia offre ai bugiardi?”.

È sicuramente difficile, mentre le persone si sparano a vicenda, restare ad aspettare un tempo sufficiente per poter capire cosa sta accadendo veramente. A giugno, in Siria, stavo intervistando il governatore di Homs quando questi inaspettatamente affermò che l’esercito siriano aveva preso il controllo di una città chiamata Tal Kalakh, situata lungo il confine libanese e precedentemente in mano all’opposizione. Mi suggerì di andare a vedere coi miei occhi. L’opposizione stava dicendo che erano in corso feroci combattimenti e al-Jazeera aveva riferito che colonne di fumo si alzavano dalla città. Impiegai tre ore ad attraversare Tal Kalakh in macchina, che effettivamente si trovava sotto controllo governativo, ma non udìi alcuno sparo, né vidi del fumo o ne sentii l’odore. Parte della città era stata seriamente danneggiata dalle granate e le strade erano vuote – anche se alcuni simpatizzanti governativi ritenevano che ciò fosse dovuto al fatto che “la gente stava facendo la siesta”.

A Damasco stazionai nel distretto cristiano di Bab Touma mentre si trovava sotto i colpi dei mortai provenienti dalle zone ribelli. Un amico mi chiamò per dirmi che quattro persone erano state uccise da un attentatore suicida, poche centinaia di metri più in là. Mi recai immediatamente sul posto e vidi un corpo sotto un lenzuolo bianco e sull’altro lato della strada c’era un piccolo cratere che sembrava essere stato prodotto da un colpo di mortaio. La TV di Stato siriana continuava a riferire che l’uomo morto era un attentatore suicida che aveva preso di mira una chiesa cristiana. Non lo chiamarono neanche col suo nome. Per la prima volta fu possibile scoprire cosa era successo esattamente: dal filmato del sistema di telecamere a circuito chiuso che riprese la strada s’intravide per un istante una bomba di mortaio che stava precipitando sullo sfondo della maglietta bianca di un passante. L’uomo fu ucciso all’istante e erroneamente identificato come l’attentatore. La TV siriana, in seguito, chiese scusa per l’errore commesso.

In ciascuno di questi casi tanto la faziosità politica quanto l’errore si combinarono assieme e produssero una versione fuorviante degli eventi, ma ciò ha veramente poco a che fare con “la nebbia della guerra”. Tutto questo significa che non c’è alternativa al reportage di prima mano. Raramente i giornalisti ammettono a se stessi o agli altri quanto facciano affidamento su fonti secondarie e interessate. Il problema è complesso perché le persone coinvolte in eventi che fanno notizia spesso si autoconvincono di sapere molto più di quello che, in realtà, sanno. I sopravvissuti agli attentati suicidi a Baghdad mi fornirebbero precisi dettagli circa le espressioni facciali dell’attentatore fino a pochi momenti prima che questi detoni l’esplosivo, dimenticandosi del fatto che se effettivamente si fossero mai trovati così vicino sarebbero morti. I testimoni migliori erano dei ragazzini che vendevano sigarette e si trovavano sempre in giro in cerca di clienti.

In realtà, la guerra non è più nebbiosa della pace, a volte anche meno. Sviluppi importanti sono difficili da nascondere perché colpiscono migliaia di persone – soldati, ribelli e civili – e una volta che i combattimenti sono cominciati le autorità divengono sempre meno in grado di controllare e impedire i movimenti di un giornalista intraprendente. I segreti su chi ha conquistato un territorio, su chi sta vincendo o perdendo sono difficili da mantenere. Gli informatori diventano facilmente reperibili. In momenti di pericolo, sia a Belfast, Basra, o Damasco, le persone diventano acutamente consapevoli di ogni potenziale minaccia presente nei loro dintorni: può essere tanto piccola quanto un viso nuovo o tanto grande come l’arrivo di un’unità militare. Il governo o l’esercito possono tentare di mantenere il segreto espellendo i giornalisti, ma anche in questo modo pagherebbero un prezzo nel momento in cui il vuoto di notizie verrà colmato da informazioni fornite dai loro nemici. Il governo siriano si mise in svantaggio politico negando l’ingresso alla maggior parte dei giornalisti stranieri. Politica, questa, che solo recentemente ha iniziato a cambiare.

Quando il pericolo aumentò in Iraq dopo il 2003, si sparse la voce che i corrispondenti esteri non erano veramente testimoni dei fatti dato che il loro si era ridotto a un “giornalismo d’albergo”, poiché non lasciavano mai quei tre o quattro hotel fortificati. Ciò non era affatto vero, a parte il fatto che questi hotel erano ripetutamente attaccati da attentatori suicidi. I giornalisti che erano spaventati di lasciare il loro hotel decisero di non andare a Baghdad come prima precauzione. Ho sempre pensato che i giornalisti che più rischiavano di essere uccisi o rapiti erano i più inesperti, che cercavano di farsi un proprio nome correndo rischi esorbitanti. I giornalisti di guerra che morirono e che meglio conobbi, come Davis Blundy a El Salvador nel 1989 e Marie Colvin in Siria nel 2012, erano altamente esperti. L’unico errore che commisero fu quello di recarsi in posti pericolosi così di frequente da incombere, prima o poi, nell’elevata probabilità di venire colpiti da un proiettile o una bomba. I combattimenti caotici della guerriglia e gli sporadici bombardamenti d’artiglieria nelle guerre prive di chiare linee del fronte sono particolarmente pericolosi. Nel 2004 per poco non venni ucciso fuori Kufa, sull’Eufrate, dalle milizie shiite innervosite dai combattimenti della mattina con i marines americani. Insospettitisi dal copricapo locale che indossavo giunsero vicini alla conclusione che fossi una spia. Utilizzavo il copricapo come un basilare travestimento, in modo da poter viaggiare sulla strada tra Kufa e Baghdad, passando attraverso alcuni villaggi shiiti.

L’idea che i giornalisti stranieri si appostino nei loro hotel a Damasco, Baghdad o Kabul è assurda. Un’accusa ancora più grande consiste nel ritenere che essi scrivano troppo a proposito di battaglie e scontri a fuoco, i fuochi pirotecnici della guerra, trascurando la più ampia visione d’insieme che determina il risultato. “Il mio giornale non fa quel tipo di giornalismo ‘scoppiettante’ ”, disse un corrispondente con sussiego, spiegando perché nessuno dei suoi colleghi si stava occupando di un reportage diretto degli scontri in Siria. Lo “scoppiettio”, a ogni modo, ha la sua importanza: la guerra non potrebbe essere spiegata senza la politica, e la politica non può essere compresa senza la guerra. Nella fase iniziale della guerra in Iraq mi recai alla centrale elettrica di al-Dohra a Baghdad, dopo che un soldato americano venne ucciso e un altro ferito. Quell’episodio segnò un piccolo cambiamento a favore della nascita della guerriglia, ma l’approvazione della popolazione locale, che stazionava eretta attorno alla pozza di sangue rappreso sul pavimento, era quanto mai significativa. “Siamo molto poveri, ma celebreremo cucinando del pollo”, disse un uomo. “Se Dio vuole, ci saranno altre azioni come questa”.

Andare al seguito dell’esercito americano o inglese comporta lo svantaggio, per i giornalisti, di vivere le stesse esperienze dei soldati e di avere la maggior parte dei loro pensieri. Risulta difficile non sentire un legame con coloro che sono importanti per la propria personale salvezza e con i quali si corrono gli stessi pericoli. Gli eserciti amano il sistema “embedded” (intruppati, o con un’accezione più ironica “a letto con…”, ndt), in parte perché possono favorire i reporter più benevolenti ed escludere quelli più critici. Per i giornalisti, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, questo comporta perdersi parti fondamentali di una guerra, dato che un esperto comandante di guerriglia, ovviamente, attaccherà ovunque le forze nemiche si rivelino deboli o assenti. Chiunque sia inserito nell’esercito tenderà a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel 2004 i marines americani che infuriarono sulla città di Fallujah uccidendo numerosi insorti erano accompagnati da gran parte del personale della stampa di Baghdad. Quella fu una vittoria famosa e notevolmente pubblicizzata; grandemente ignorata dai media a quel tempo, invece, fu la rivolta di controffensiva: la cattura della ben più grande città di Mosul nel nord dell’Iraq, città dalla quale i soldati americani si ritirarono.

Il cambiamento più minaccioso nella maniera in cui la guerra viene ora percepita scaturisce da quello che due anni fa sembrava un cambiamento del tutto positivo. La TV via satellite e l’uso dell’informazione fornita da YouTube, dai blogger e dai social media vennero dipinti come innovazioni emancipanti. Il monopolio sull’informazione imposto dagli stati-polizia, dalla Siria all’Egitto, dal Bahrain alla Tunisia, è venuto meno. Ma così come l’andamento della rivolta in Siria ha mostrato, la TV satellitare e Internet hanno diffuso anche propaganda e odio. Storie di atrocità fraudolente hanno effetto in una guerra: un miliziano libico che crede che i soldati del governo contro cui sta combattendo hanno l’ordine di stuprare sua moglie e sua figlia non avrà certo intenzione di fare dei prigionieri.

La situazione è peggiorata dopo la Libia. La “guerra su YouTube”, che mostra atrocità di entrambi gli schieramenti, ha superato la realtà della guerra in Siria influenzando sia i ribelli sia i sostenitori del governo. I canali satellitari come al-Jazeera dipendono da questi filmati propagandistici. Molte delle atrocità sono vere. I ribelli possono vedere filmati di fosse comuni con persone uccise da gas velenosi o bambini che si contorcono dal dolore delle bruciature prodotte dal napalm. Nelle zone di Damasco controllate dal governo le persone non escono molto la sera per stare a casa a guardare i filmati di loro soldati catturati che vengono decapitati o di preti cattolici e soldati alawiti sgozzati. La maggior parte di questi filmati è reale, ma non tutti. Un corrispondente nel sud-est della Turchia ha recentemente visitato un campo di rifugiati siriani dove ha trovato bambini di 10 anni intenti a guardare su YouTube l’esecuzione di due uomini con una motosega. Il commento dichiarava che le vittime erano sunniti siriani e che gli assassini erano alawiti: in realtà quel filmato proveniva dal Messico e gli omicidi sono avvenuti per mano di un signore della droga al fine d’intimorire i rivali.

Il regime di “snuff movies” (film che mostrano le persone mentre vengono uccise o torturate, n.d.t.) aiuta a spiegare l’elevata ferocità della guerra in Siria e il livello di odio e terrore di entrambi gli schieramenti. Spiega anche perché le due parti trovino così difficile giungere a un dialogo tra loro. Come avrebbero reagito i soldati dell’esercito dell’Unione durante la Guerra Civile americana se avessero guardato ininterrottamente film di un comandante dei Confederati mentre faceva a pezzi il corpo di un soldato del loro esercito e ne mangiarva poi il cuore?

 

PATRICK COCKBURN è autore di “Muqtada: Muqtada Al-Sadr, the Shia Revival, and the Struggle for Iraq”.

 

(Articolo tratto da Counterpunch, “A Diary of Four Wars. Where War Reporting Goes Wrong”,

7 oct 2013,http://www.counterpunch.org/2013/10/07/where-war-reporting-goes-wrong/ ).

Traduzione di Silvia De Michelis per il Centro Studi Sereno Regis.)

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