Pace in Colombia? – Johan Galtung

Bogotá, Direcccion de Inteligencia Policial, Ministerio de Defensa

Signori Generali, Colonnelli, Partecipanti alla Conferenza,

Nel giugno 1998 l’ufficio di gabinetto del vostro Presidente voleva proposte per la pace, e io offrii educazione alla pace, giornalismo di pace e la luce guida etico-morale, i diritti umani, un insieme coerente di diritti civili, politici, socio-economici, culturali. Su questi ultimi la Colombia è carente, con flagranti ingiustizie e una cultura profonda di violenza.

In questa conferenza si sta usando una parola molto controproducente: post-conflitto, invece di post-violenza. Non confondetele: la violenza significa fare del male, nuocere; i conflitti sono obiettivi incompatibili. Un conflitto può condurre a frustrazione-aggressione-violenza, ma la maturità personale e sociale porta a costruire ponti tra gli obiettivi, verso una soluzione al conflitto. “Post-conflitto” suona come se tutto fosse risolto con la fine della violenza, senza la consapevolezza di dover ridurre la diseguaglianza flagrante, e procedere verso l’armonia attraverso l’empatia, la riconciliazione dei traumi, e la capacità di risoluzione ricorrente dei conflitti.

Prognosi: la violenza ritorna, con una vendetta. Come in Colombia.

Negli anni 1960 ebbero luogo grosse insurrezioni in molte parti del mondo. Ci fu la rivoluzione culturale anti-confuciana in Cina per i diritti delle donne, dei giovani e delle persone prive di istruzione, e della Cina occidentale; l’insurrezione dei naxaliti in India, tribali di casta infima e fuori casta contro le svendite alle multinazionali; i Khmer Rossi contro i vietnamiti a Phnom Penh, in opposizione ai francesi abituati a colonizzare la Cambogia, e contro lo sfruttamento dei contadini senza terra da parte della capitale. Tutte e tre contro millenni di dura violenza strutturale.

Come pure in Nepal con i maoisti in lotta contro enormi ingiustizie legate alla casta e alla nazionalità; come nelle Filippine, fra classi ma anche con i Moros contro i cristiani; e in Sri Lanka, non fra classi ma fra nazioni, tamil contro singalesi.

E in America Latina, fra classi, a livello interno e imperiale – cominciando con Cuba – in Colombia come FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e ELN (Ejército de Liberación Nacional) contro il complesso latifondista (i poderes fácticos)-militare-clericale e l’ alleanza militare USA-Colombia.

Che cosa fu ottenuto da quelle rivolte da zeitgeist in sei paesi dell’Asia?

Solo un paese, la Cina, beneficiò della risoluzione del conflitto; gli altri, sotto intensa pressione occidentale, patirono il trattamento post-conflittuale. La Rivoluzione Culturale fu denunciata all’estero e in Cina; eppure oggi ci sono donne, giovani e persone istruite in ogni dove in Cina e la Cina occidentale sta fiorendo. Si stanno facendo alcuni passi nella stessa direzione in Cambogia.

Negli altri cinque paesi: status quo. Furono abbozzate costituzioni democratiche con una supervisione esterna e l’entrata degli USA nello stadio post-democratico, e con legislatori facilmente corruttibili che rendono conto alle banche e al mondo degli affari anziché alla gente. Il vero punto focale era il ristabilire il monopolio governativo sull’esercito mediante la formula DDR: Dissoluzione Disarmo Reintegrazione;  in India e Sri Lanka mediante assassinii di massa, nelle Filippine con conferenze ripetutamente convocate e sospese, in Nepal con una diffusa corruzione da post-democrazia.

Sarebbe stato meglio mandare mediatori che potessero facilitare centinaia, migliaia di dialoghi locali fra i contendenti in mutua ricerca di soluzioni invece che inviare osservatori per monitorare la tregua. Le tregue senza visioni di soluzioni vogliono dire riposo-riordino dei combattenti, contrabbando d’armi, rischieramento.

Mettere in pratica delle visioni sarebbe preferibile che aspettare la fine della violenza; meglio che un unico grande accordo per l’intero paese sarebbero molti piccoli accordi su scala locale, imparando e servendosene come modelli; e i fatti concreti sarebbero a loro volta da preferire agli accordi verbali: menos pactos, mas hechos [meno patti, più fatti]. Ma l’opzione migliore sarebbe sia- l’uno-sia l’altro.

E meglio di tutti: colloqui diretti dei senza terra con i proprietari terrieri, dei moros con i cristiani, dei lavoratori con i capitalisti – facilitati dal governo. Ma, prudenza: il governo ha molte teste, una squadra all’Avana [dove sono in corso i negoziati, ndt] è solo orecchie e bocca, i cervelli sono a Bogotá. Il potere legislativo può votare No; il potere esecutivo può dare ai militari luce verde per la vittoria piuttosto che il compromesso, con un colpo di mano, se necessario; il potere giudiziario può dichiarare incostituzionale un accordo e usare le prigioni anziché le battaglie. Malgrado ciò, con la fine dichiarata della dottrina Monroe, l’intervento USA è escluso.

La prognosi per la Colombia “post-conflitto” è fosca. Però, usando i sei punti dell’agenda all’ Avana, come si configurerebbe una terapia di pace?

[1] Sviluppo AgricoloIntegrale. Usarlo per ridurre l’ineguaglianza sollevando i ceti bassi, facendo crescere l’economia con la loro partecipazione. Cominciare dai più poveri nelle comunità più povere, dare loro micro-credito per cooperative orientate ai bisogni fondamentali con punti vendita che impieghino i più miserabili per la dignità, non per l’efficienza, sostenendo un’agricoltura ad alta intensità di manodopera, tri-dimensionale, con aquacoltura, non appezzamenti privati piccoli e isolati. Includere abbigliamento, abitazioni, policlinici e scuole con materiali locali, farmaci generici, personale medico che ne sappia abbastanza da curare le malattie più comuni, passando le altre a specialisti; via elicottero.

[2] La partecipazione politica è un diritto umano, non una pedina negoziale in cambio della deposizione delle armi (“Colombia Moves Closer to Peace With FARC” [La Colombia s’avvicina alla pace con le FARC] Washington Post, 11.11.13). Meglio un canale TV e un partito politico FARC che 50 anni di uccisioni reciproche e un campo di battaglia. Meglio i diritti umani.

[3] Narcotraffico – usato anche per la giustizia sociale; in 40.000 hanno partecipato al funerale del re narco Pablo Escobar – richiede cooperazione e corresponsabilità per ridurre l’offerta colombiana e la domanda USA, con ambedue che rendano conto all’OAS (Organization of American States).

[4] Porre fine al conflitto mediante DDR [Dissoluzione, Disarmo, Reintegrazione]. Ma facendolo simmetricamente, riducendo la componente anti-gueriglia nell’esercito. Decriminalizzare: sono stati commessi crimini da tutte le fazioni, guerriglia, para-militari, militari. La Colombia beneficerebbe di più dichiarando un Nuovo Inizio con un’amnistia generale.

[5] Le Vittime: accompagnarle attraverso un percorso di riconciliazione, usando i modelli sia sudafricano sia tedesco: confessione, contrizione, compensazione e scrittura congiunta della storia buia e di solenni impegni per una Colombia radiosa.

[6] Implementazione e Verifica. Certo, è ovvio, ma quest’agenda non è lineare; ricominciare migliorando il # [1], lavorando su tutti i punti simultaneamente.

E la polizia? Imparare dalla polizia giapponese e indiana: aggiungere mediazione ed empatia al solito approccio alla sicurezza; ridurre la violenza costruendo ponti fra i contendenti anziché punire; tenere dialoghi con la gente per capire meglio quale Colombia vuole. Non spiarla, ma mettere in grado tutti i colombiani di costruire una Colombia migliore.

 

25 novembre 2013

Una replica a “Pace in Colombia? – Johan Galtung”

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