Il Medio Oriente: diretto dove? – Johan Galtung

Washington DC

Lo suppone chiunque: ma qualcosa sta succedendo.

Guardiamo i due attori più forti: Israele e gli USA. Israele autisticamente fissato nel diventare il campione militare della regione, non solo per la sua soverchiante potenza distruttiva militare ma perché sta riducendo tutti i suoi vicini a dimensioni commensurabili con Israele e divisi dai propri conflitti. Con l’aiuto del loro strumento, la potenza militare USA, Israele ha avuto per così dire successo con l’Iraq, la Libia, forse con la Siria; e con l’Egitto, tornato alla normalità con la dittatura militare beneficiaria di quasi tutti i compensi di Camp David. Ti saluto, Primavera Araba. Quel che resta è l’Iran, troppo grosso per esistere, ma anche troppo grosso per fallire; con Israele che fa del suo meglio per far fallire la conferenza di Ginevra. Nessuna preoccupazione per la pace in Siria: gli islamisti hanno annunciato che non parteciperanno a negoziati di pace. Puntano a una vittoria, ampiamente armati dagli USA, col sostegno d’Israele.

Obiettivo d’Israele: eliminare qualunque minaccia, singola o in combinazione, dai vicini arabo-musulmani – ben aldilà dell’erroneamente definito “conflitto israelo-palestinese” – nonché espandersi. Il prossimo confine orientale: il fiume Giordano, per annessione, obiettivo di un gruppo chiave Likud (Washington Post, 06.11.13). Poi: il vecchio confine del mandato, quello giordano-irakeno? Quello di Genesi 15:18, il Nilo-Eufrate? Per quanto riguarda una legittimazione e una teoria, si veda Isaia 2:4-5.

Poi gli USA. Ci sono segni di dinamismo, di qualcosa che sobbolle, che ha le sembianze di un qualche tipo di disimpegno. Si stagliano ovvi due fattori causali, però insufficienti come spiegazione: gli USA non possono permettersi di pagare il proprio guerreggiare, tanto meno quello d’Israele; anche i dollari freschi di stampa hanno dei limiti. Inoltre, le truppe di terra hanno qualche limitazione: benché indispensabili per cambiamenti profondi, i soldati diventano esposti a cedimenti da stress, a suicidi, quindi una minaccia alla stabilità sociale USA dopo il loro rientro. Gli USA patiscono sempre più danno alla loro reputazione a causa della propria brutalità e delle uccisioni, con pochi guadagni visibili. Meglio farlo con droni e SEAL (forze speciali della Marina militare, ndt). Lo faccia Israele, che sia il cane a dimenare la coda, non l’umiliante contrario.

Siamo di fronte a un processo di distacco USA da un Israele lanciato verso un’illimitata espansione, che corrompe senatori e deputati con denaro e magari altro per le loro campagne? A un distacco USA dalle monarchie del Golfo e del G7 con l’Arabia Saudita che ora inscena proteste ovunque? Se così, stiamo vivendo in diretta un punto di svolta della storia mondiale. La Casa Bianca, origine dei cambiamenti, non il Parlamento, ha forse visto quanto vede gran parte del mondo: che la strada israeliana dell’espansione-guerra a spese dei palestinesi e di altri arabi-musulmani porta solo alla morte? Un progetto “non-starter”, nato morto? Forse è meglio che gli USA non ne facciano più parte, come quando si staccarono dall’Apartheid in Sud Africa, smettendo di esserne soci?

Può darsi. Forse più Kerry che Obama; ma non è poi così interessante. Quel che importa è dove si stia dirigendo il Medio Oriente. Una mappa, prego!

Robin Wright del US Institute of Peace (Istituto per la Pace USA) e del Wilson Center lo ha fatto in “Immaginando un Medio Oriente ristrutturato: come 5 potrebbero diventare 14? (IHT, 30.09.13), prevedibilmente dividendo la regione in unità più piccole, grosso modo secondo linee etno-religiose. Allora, la Siria in 3 parti, l’Iraq in 3, lo Yemen in 2, l’Arabia Saudita in 5, la Libia in 3; ma i curdi, e i sunniti, in Siria e Iraq, entrambi insieme in una. Così facendo Wright mostra la pazzia del colonialismo italo-anglo-francese che ha smembrato l’impero Ottomano, separando ciò che doveva stare insieme e costringendo insieme ciò che doveva star separato, tracciando linee che servivano solo i propri interessi.

Tuttavia in una mappa come questa si annida una doppia pazzia. Senza dubbio questa ipotesi potrebbe servire nel breve periodo alla politica d’Israele di dividere e conquistare – cioè espandersi – ma demolisce la politica araba d’unità nel lungo termine, ovunque il centro di tale unità, Damasco, Baghdad, Cairo, Istanbul, ripercorra la storia musulmana. Istanbul ne è fuori, ma non la storia dell’impero Ottomano; e la loro mappa della regione era costruita con più saggezza.

C’erano province, vilayet, potenzialmente autonome ma anche al servizio del governo diretto del Sultano da Istanbul. Avevano consigli di quattro membri, 2 musulmani, 2 no, e le millet, autonomie non-musulmane.

C’era una certa unità nella diversità, una certa cooperazione nel conflitto. La mappa Wright non ha né l’una né l’altra, salvo due fusioni. Niente sogno arabo.

L’unione di breve durata Egitto-Siria, il partito semi-laico Baath e il suo programma di socialismo arabo furono tentativi. Il sogno è un fatto, costituendo un Kurdistan – non un’entità araba – come confederazione delle autonomie curde in cinque paesi confinanti. È indispensabile un intenso lavoro sulla soluzione della divisione sunniti-sciiti. Non ci sarebbe stata alcuna unità europea se non si fosse mitigata la divisione cattolici-protestanti. E poi creare uno stato con caratteristiche ebraiche in Asia occidentale, con il confine orientale prossimo a quello del 1967, in una Comunità Medio-Orientale. “Confini sicuri e riconosciuti” non mediante conquista-espansione-annessione ma facendo una pace equa, con confini aperti anche a beneficio degli ebrei.

E gli USA? A loro piacciono le prospettive di suddivisione di alcunché sia troppo grosso per i loro gusti, come la Russia in 3, la Cina in 5 staccando Tibet, Xinjiang, Mongolia Interna – 40% del territorio – e tenendo da parte Taiwan. In quanto a loro stessi, potrebbero gradire degli USA da 2^ guerra civile, un’Unione e una Confederazione. Ma non c’è nulla di veramente grosso in Medio Oriente, la politica di spaccatura e dominio USA è finora riuscita – con fragili stati che possono fallire.

La mappa Wright può anche andar bene per gli USA ma non necessariamente – sembrano ora preferire soluzioni pacifiche con l’Iran, dentro la Siria, con sgomento d’Israele. Ma Israele, con molta dell’opposizione democratica ormai emigrata, gioca a un gioco molto rischioso. Ci possono essere dei Robin Wright arabi che immaginano un Israele rimodellato in 4: con Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme est pienamente recuperate, non sotto assedio; il nordovest d’Israele facente anch’esso parte della Palestina; il sudovest e il nordest come Israele vero e proprio, una patria ebraica (il piano di partizione ONU del 1947); e il Negev sotto controllo internazionale, entro un regime sorvegliato del Medio Oriente privo di nucleare.

È troppo per gli USA d’oggi, troppo simili a Israele come “popolo senza una terra in un terra senza popolo” con lo stesso mandato divino. Se ne va l’uno, se ne va l’altro. Ma da mappa nasce mappa. E la Storia si dispiega.

11 novembre 2013

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: The Middle East–Heading Where?

http://www.transcend.org/tms/2013/11/the-middle-east-heading-where/

Una replica a “Il Medio Oriente: diretto dove? – Johan Galtung”

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