1. Né credenti né non credenti – Pietro Polito

Come scrive Mario Pirani, tra laici e cattolici si è aperta “una nuova stagione di riflessione ideologica reciproca”, con una fondamentale differenza rispetto al passato: nella “nuova stagione” il dibattito avviene non più “ognuno nel proprio orto” ma “all’interno di un unico crogiuolo di passione e di ricerca” (Dal cattocomunismo all’odierno dialogo, “la Repubblica”, lunedì 4 novembre 2013). Uno dei momenti più significativi del “dialogo odierno” tra cattolici e laici è quello sviluppatosi sulle colonne di “Repubblica” tra Papa Francesco I e Eugenio Scalfari, con la partecipazione di numerosi autorevoli interlocutori, ora raccolto nel volume omonimo (Einaudi – “la Repubblica”, Roma 2013).

Il dialogo tra Francesco I e Scalfari interroga direttamente gli amici della nonviolenza. Qual è il punto di vista della nonviolenza? La nonviolenza è una religione o è una forma del pensiero laico? E gli amici della nonviolenza sono credenti o non credenti?

Ho letto e riletto gli interventi del Papa e del fondatore di Repubblica, nonché gli articoli tra gli altri di Massimo Cacciari, Guido Ceronetti, Vito Mancuso man mano che sono stati pubblicati sul quotidiano, poi li ho riletti ancora nel libro Dialogo tra credenti e non credenti. Ne ho ricavato l’impressione generale, divenuta una convinzione, che pur nella effettiva novità – un confronto tra un Papa innovatore e un grande scrittore laico che si svolge su un giornale di sinistra – il dialogo tra Francesco e Scalfari si muova sulla falsariga dei canoni tradizionali storicamente consolidatisi nel dibattito tra laici e cattolici in Italia.

Intendo dire che i rispettivi ruoli dei dialoganti – il credente e il non credente – rispecchiano un’antica tradizione che se ci si pone nella prospettiva degli amici della nonviolenza appare limitativa e limitante, per dirlo con Aldo Capitini “chiusa” e non “aperta” (l’orizzonte della capitiniana compresenza potrebbe essere reso con la formula solo apparentemente contraddittoria di una “tradizione aperta”).

I ruoli assegnati da quella che ho chiamato una tradizione chiusa (il discorso vale tanto per i cattolici quanto per i laici), sono da un lato l’uomo di fede, il credente (in questo caso interpretato dal rappresentante più autorevole), dall’altro l’uomo di ragione, il noncredente (in questo caso interpretato da uno dei rappresentanti più autorevoli). “Entrambi gli interlocutori hanno in comune il soffio di una spiritualità morta”, ha scritto l’iconoclasta Guido Ceronetti, invitando alla diffidenza, verso “le proclamazioni di amore universale” (Papa Francesco – E. Scalfari, Dialogo, cit., pp. 131 e 132).

Penso che il confronto diventi più fecondo se non rimane circoscritto ai rapporti tra laici e cattolici e se comporta una ridefinizione dei ruoli e un salutare rimescolamento delle tradizionali appartenenze.

Un ripensamento del modo come di solito si svolgono le discussioni tra laici e cattolici è stato suggerito dall’una e dall’altra parte. Il Cardinale Carlo Maria Martini ritiene che “ciascuno di noi abbia in se un credente e un non credente, che si parlano dentro, che s’interrogano a vicenda, che si rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’uno all’altro”. I ruoli dunque non sono precostituiti, le “parti in commedia” non sono state già scritte, né il copione è prestabilito, “il non credente che è in me inquieta il credente e viceversa”, scrive ancora il Cardinale Martini.

Per parte mia mi sento più consentaneo con il filosofo laico Norberto Bobbio, che “sin da ragazzo, da quando ho cominciato a riflettere sui problemi ultimi”, si è sentito sempre più vicino ai non credenti. Il filosofo ha proposto di sostituire la distinzione-contrapposizione tra credenti e non credenti con quella tra uomini pensanti e uomini non pensanti. Naturalmente i non pensanti allignano sia tra i credenti sia tra i non credenti. Il laicismo di Bobbio si apre al mistero e non si chiude alla novità della nonviolenza.

Ma che cosa aggiunge la nonviolenza?

Se ci si pone dal punto di vista degli amici della nonviolenza e non da quello dei credenti o da quello dei non credenti, mutano radicalmente i termini della questione. Gli amici della nonviolenza non si distinguono dai credenti perché non credono come non si distinguono dai non credenti perché credono. L’atteggiamento degli amici della nonviolenza si può riassumere così: “Né credenti né non credenti”.

Per Capitini, il protagonista della vita religiosa non è il credente, quello della vita razionale non è il non credente. Fede e ragione non sono scisse, si congiungono nella compresenza attraverso la presenza del persuaso.

Chi è il persuaso?

Il persuaso della compresenza è un tipo di uomo nuovo: non è né “il sacerdote del dogma e del sacramento trascendente” né “l’intellettuale staccato dalla moltitudine”; il persuaso è “apritore di presenza”, è “intellettuale in quanto riverente ai valori”, è “uomo-moltitudine”.

Nell’idea di persuasione sembra comporsi la scissione tra fede e ragione. A differenza del credente il persuaso ha una fede che trova il suo centro in lui e non fuori di lui, a differenza del non credente il persuaso accoglie un’idea della ragione aperta alla tensione profetica. Il credente crede nella trascendenza di Dio, il non credente nell’immanenza senza Dio, il persuaso nella compresenza.

Che cosa intende Capitini per compresenza?

Non è facile rispondere ma, per la lunga consuetudine con i testi, mi sento di proporre un’interpretazione personale. Filosoficamente la compresenza è il rovesciamento dell’essere dall’“io” nel “tu”: così concepito l’essere viene scomposto e ricomposto nella pluralità di tutti gli esseri; religiosamente la compresenza non è la vita dopo la morte ma la vita senza la morte; politicamente essa corrisponde al potere di tutti; socialmente riflette la socialità dopo la riforma religiosa; educativamente significa far crescere nel fanciullo il “tu” al posto dell’“io”.

Sinteticamente con l’idea della compresenza si allude a una dimensione che qui e ora comprende, collega, unisce, coralmente ma non indissolubilmente, i morti e i viventi; non discrimina i malati e i morenti; pone in relazione i buoni e i cattivi, il lupo e l’agnello; aggiunge gli animali, le piante, le cose.

La compresenza è la realtà liberata dalla violenza.

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