Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi – Recensione di Massimiliano Fortuna

Binni copertina20004 06 2012Walter Binni, Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi, Morlacchi 2012, p. 125, 36

Walter Binni, che è stato senza dubbio uno dei più grandi critici letterari del Novecento italiano, avrebbe oggi cent’anni. Chiunque voglia dare anche una semplice scorsa alla bibliografia delle sue opere, potrà rendersi agevolmente conto di quanto vasti siano stati i suoi interessi e quanto numerosi gli autori ai quali ha dedicato pagine di studio: da Dante a Carducci, da Ariosto a Foscolo, passando per Alfieri e Metastasio. Ma l’autore a cui, per sua stessa ammissione, ha riservato le proprie migliori energie intellettuali è stato Giacomo Leopardi.

Curato da Lanfranco e Marta Binni è uscito, non molto tempo fa, un piccolo e suggestivo libro, Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi, che raccoglie quattro interventi che Walter Binni dedicò a Leopardi durante l’ultimo scorcio della sua vita. Si tratta di due conferenze tenute a Perugia e Napoli nel 1987, nel 150° anniversario della morte di Leopardi, di un articolo pubblicato l’anno successivo su «Cinema Nuovo» e di una lezione del 1993 all’Università di Roma, in occasione dei suoi 80 anni.

Filo rosso di queste pagine è la Ginestra, il grande canto della maturità estrema di Leopardi, che Binni arriva a considerare «la poesia più grande degli ultimi due secoli, la più significativa per la problematica nascente del mondo moderno». Questa poesia rappresenta per Binni una sorta di vertice della tendenza «anti-idillica» di Leopardi. Mentre la tradizione maggioritaria della critica italiana, da De Sanctis a Croce, ha sempre inteso Leopardi alla stregua di un poeta idillico, Binni sin da una lontana tesina universitaria e poi più compiutamente dal 1947, con il libro La nuova poetica leopardiana, ha sostenuto che «la poesia leopardiana non è unicamente idillica, ma, nell’ultima sua fase, è viceversa una poesia che ha altri caratteri, sorretta da una poetica che coinvolge posizioni ideologiche e posizioni anche di esperienza personale. […] In questi ultimi canti si attua una poetica che anima quella che noi possiamo definire una “musica senza canto”».

Al centro dell’interpretazione di Binni è l’idea che Leopardi non sia stato solo un sublime poeta, artefice di un’opera poetica a cui non si addice l’aggettivo «consolatoria», ma anche uno dei più importanti filosofi della storia italiana, e questo «nesso sempre più stretto fra pensiero e poesia raggiunge appunto la sua suprema unione e addirittura fusione nella Ginestra». Un pensiero antiprovvidenzialistico e critico di ogni trionfalismo tecnologico, nel quale l’uomo non si trova a essere centro e fine del mondo, e meno che mai dell’universo, ma un semplice frammento della natura vivente, che nell’accettare la sua condizione di finitezza e di fragilità può portare la più autentica testimonianza della propria «virtù».

Binni è stato inoltre uno dei primi critici, assieme a Cesare Luporini e al suo Leopardi progressivo, a sottolineare che la consueta rappresentazione di un Leopardi ripiegato unicamente su stesso e sui suoi dolori deve, come tale, considerarsi uno stereotipo che finisce per oscurare una «leopardiana passione democratica». Secondo Binni è esistito anche un Leopardi «civile», non estraneo a interessi politici e animato dall’aspirazione alla costruzione di una società più giusta.

L’eco di tutte queste posizioni si ritrova in questo volume, che va anche segnalato per il dvd che lo accompagna, con due documenti visivi che, a distanza di tempo, emozionano per se stessi: Binni che, sul filo dei ricordi e della commozione, tiene una conferenza nella sua Perugia, all’interno del cinema che frequentava da bambino, e, pur con un audio un po’ sporcato, un’affascinante lezione a braccio all’Università di Roma sulla Ginestra, esplorata nelle sue architetture letterarie e filosofiche. L’ultimo Binni che parla dell’ultimo Leopardi.

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