La politica estera EU: dieci desideri – Johan Galtung

Bruxelles – Servizio d’azione esterna europea, Libera Università

L’UE è in una crisi prevalentemente auto-prodotta. Parte di essa è economica e può essere risolta da un severo controllo della speculazione, separando banche di risparmio e d’investimento, con una graduale remissione del debito, sollevando le condizioni dei più disagiati, delle comunità più miserabili, con la cooperazione dei paesi GIPSI (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda), stimolando cooperative agricole con punti di vendita diretta, ecc. Ma molta di essa è politica; l’UE è diventata invisibile sulla scena mondiale, incapace di una politica estera che costruisca pace e sicurezza, anche troppo legata ai fondamentalismi USA e israeliano e troppo anti-islamica.

Le seguenti sono alcune idee su misure che si possono prendere.

Lo smagliante successo UE come zona di pace è molto necessario in zone di guerra e sotto minaccia di guerra: il Medio Oriente, l’Asia Centrale, l’Asia Orientale. Una ComunitàMediorientale, di Israele con i suoi cinque vicini arabi (Libano, Siria, Giordania, Palestina, Egitto); una Comunità Centrasiatica dell’Afghanistan con gli otto vicini (Iran, Pakistan, cinque repubbliche ex-sovietiche, l’Ashad Kashmir) con frontiere aperte (cruciali per i Pashtun e altri); e una ComunitàNordest-Asiatica (con le due Cine, le due Coree, il Giappone, la Mongolia e l’estremo Oriente russo, con attuale capitale Khabarovsk), potrebbero tutte beneficiare dell’apertura degli archivi UE, per apprendere come sia avvenuto il suo processo costitutivo, condividendo una fondamentale esperienza d’apprendimento per l’umanità.

Un’organizzazione Regioni Unite aggiunta alle Nazioni Unite ma senza poteri di veto – dell’UE, UA, SAARC, ASEAN e le incipienti America Latina e il Caribe, Organizzazione della Cooperazione Islamica, Medio Oriente, Asia Centrale, Asia del Nordest – potrebbe prendere forma e diventare uno strumento chiave di governance globale.

UE e gestione delle crisi. Ce ne sono molte, e altre ce ne saranno data l’eredità di un colonialismo che ha creato paesi mettendo assieme ciò che non aveva appartenenza reciproca, dividendo ciò che l’aveva. Un esempio sono le quattro colonie Sykes-Picot: Iraq e Palestina per l’Inghilterra, Libano e Siria per la Francia, catastrofi preordinate, che ora esplodono. L’UE dovrà riconoscere la responsabilità di alcuni di questi paesi, e poi ascoltare ciò che vogliono tutte le parti in causa, cercando di arrivare a una prospettiva di collegamento. In termini generali, due approcci:

* federativo al suo interno, con ampia autonomia per queste nazioni e democrazia entro ogni sua componente – ma non un “una persona un voto” generalizzato, che risulterebbe in una dittatura della maggioranza da parte della nazionalità più numerosa;

* confederativo, comunitario, fra i membri, con frontiere aperte agli spostamenti per le nazionalità che appartengono allo stesso ceppo.

Per la Siria ciò vorrebbe dire sia rispettare la maggioranza sunnita sia le minoranze protette dal governo sciita, con un parlamento bicamerale, territoriale per le province e non-territoriale per le nazionalità, con diritti di veto riguardo alle questioni concernenti la propria identità. L’UE dovrebbe mandare nell’area di crisi mediatori ben formati per capire le parti, e facilitare il dialogo fra di esse a livello locale, in molti luoghi.

UE e uso della forza militare. Dovrebbe essere applicato il Capitolo 6 sul peace-keeping, non il Capitolo 7 sulla “imposizione della pace” (una contraddizione in termini). Dato il forte attaccamento ai propri obiettivi d’autonomia, una tregua senza prospettiva potenziale di soluzione verrebbe usata per nascondere, contrabbandare armi e riposizionarsi; la strada verso una tregua passa per una visione di una soluzione, non viceversa. Il ruolo del peace-keeping è evitare la violenza, non ricorrervi, e con questo in mente i suoi operatori dovrebbero avere capacità militari e armi per l’auto-difesa; una qualche formazione di polizia per il controllo delle folle; una formazione nonviolenta; una qualche formazione di mediazione per sapere come capire e facilitare i dialoghi; essere per metà donne, più concentrate sulle relazioni umane, meno sul controllo; ed essere così numerose da poter parlare di tappeto blu, non solo caschi blu.

UE-Terzo Mondo, per lo più ex-colonie: da un bel po’ di tempo è necessaria qualche forma di riconciliazione. Giuste compensazioni per il genocidio e sociocidio – l’annichilimento delle strutture sociali e delle culture –sono fuori questione, ma non la comprensione congiunta. Sarebbero molto utili libri di testo di reciproca accettazione riguardo a tale periodo, elaborando l’esperienza tedesca di riscrittura dei libri di testo a scopo riconciliatorio.

Occidente-Islam. A livello politico, la Turchia dovrebbe divenire membro, facendo di Istanbul un cardine di relazioni positive fra Occidente e Islam. Si dovrebbe riconoscere Cipro-Nord; l’insieme di Cipro – stato unitario, federazione o confederazione – dovrebbe essere membro UE. Un dialogo di civiltà dovrebbe mirare a combinare il pluralismo occidentale con la prossimità e condivisione musulmane per un mutuo vantaggio. L’approccio occidentale allo spartiacque cattolico-protestante potrebbe servire alla comprensione sciita-sunnita.

Russia. Storicamente, le molte invasioni sono state da ovest a est, con due eccezioni: le rivalse russe dopo Napoleone e Hitler. C’è spazio per una riconciliazione basata su tali fatti anziché sull’uso paranoide dell’immagine della Russia, come della Cina, considerate un pericolo.

Cina. La principale Via della Seta non era una pista nel deserto e fra le montagne bensì una primaria rotta marittima buddhista-musulmana dall’Est-Asia all’Est-Africa per 1000 anni, dal 500 al 1500; distrutta dai portoghesi e dagli inglesi nel nome dei propri re. E’ più che mai giunto il momento della riconciliazione –che includa la “diplomazia” delle cannoniere, l’esportazione di oppio, e la colonizzazione di Macao-Hong Kong. E una UE che riconosce Israele in parte per via di una storia bimillenaria potrebbe anche riconoscere alcuni diritti oceanici cinesi con una storia ben più recente – senza che ciò escluda in alcun modo una comproprietà cinese-ASEAN di alcune di quelle isole, e unire alla Comunità Nordest-Asiatica, quando i tempi saranno maturi, le isole Senkaku-Diaoyu, e altre, con le loro Zone Economiche Esclusive.

Partnership Eurasiatica. L’UE è una penisola del continente eurasiatico; sempre più connesso da eccellenti collegamenti ferroviari prevalentemente costruiti dai cinesi, che li rende sempre più vicini. È quindi ora di aggiungere un orientamento eurasiatico a quello transatlantico, oggi in stato di sospensione, in attesa che gli USA si riprendano e smettano di spiare il mondo.

Tutto fattibile: con il realismo della mente e l’idealismo del cuore.

8 ottobre 2013

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: The EU Foreign Policy: Ten Wishes

http://www.transcend.org/tms/2013/10/the-eu-foreign-policy-ten-wishes/

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