Coscienze inquinate – Philip Kennicott

È pericoloso e ipocrita usare fotografie sconvolgenti per pilotare l’opinione pubblica o per giustificare azioni politiche.

Nella scena della scalinata di Odessa in La corazzata Potëmkin, un bambino è colpito dalle truppe zariste e travolto dalla folla. La madre, straziata, raccoglie il suo corpo, lo mostra alle truppe e alla cinepresa lanciando un triplice appello: abbiate pietà di mio figlio, abbiate pietà del mio popolo, abbiate pietà dell’umanità. Nel 1925 il cinema era un mezzo nuovo dotato di un potere inaudito di suscitare emozioni e l’umanità era ingenuamente convinta che potesse imporre standard morali nel governo dei popoli.

Il gesto del genitore in lutto che espone il corpo del figlio per provocare un moto di coscienza del mondo è apparso di nuovo, nelle immagini della Siria che mostrano le conseguenze di un attacco del regime di Bashar al Assad in cui, a quanto si dice, sono state usate armi chimiche. In una serie di video mostrati il 5 settembre al comitato di intelligence del senato degli Stati Uniti, un uomo si rivolge all’obiettivo portando in braccio il corpo senza vita di un bambino, più probabilmente una bambina. La maglietta è strappata, la bocca semiaperta, i capelli arruffati. È chiaramente morta, ma ancora molto prossima alla vita. Si potrebbe immaginare che si svegli all’improvviso.

In un discorso sulla Siria pronunciato il 10 settembre, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto riferimento a questi video, indicando nei bambini morti il casus belli sufficiente per giustificare un attacco contro il governo di Assad. Nel breve intervento ha citato i bambini sette volte.

Eppure queste immagini hanno suscitato poca indignazione. E non è scontato che la visione di questi video sgranati e caotici possa incidere più di tanto. Pur convinta che Assad abbia usato le armi chimiche, l’opinione pubblica statunitense rimane contraria all’intervento militare in Siria.

Siamo di fronte a una doppia crisi. La dissoluzione del consenso su cosa sia un comportamento civile e la dissoluzione della fiducia nel significato delle immagini.

Nell’ultimo secolo e mezzo abbiamo attribuito alle immagini di bambini morti o sofferenti un potente significato politico. I bambini sono innocenti, per questo sono soggetti persuasivi in caso di guerre o di complicate situazioni politiche. Non sono neanche considerati membri della società a pieno titolo, aspetto che rende in qualche modo la loro immagine più sfruttabile.

Per qualche ragione non sembra così lesivo della privacy di un bambino ritrarlo coperto di sangue e in lacrime, come ha fatto nel 2005 in Iraq il fotografo di Getty Images Chris Hondros, fotografando Samar Hassan, 5 anni, subito dopo che l’auto in cui viaggiava la sua famiglia era stata colpita ed entrambi i suoi genitori erano morti.

Ma queste immagini sono spesso così profondamente emotive e forti da far diventare effimero il loro potere. Vale la pena di ricordare una celebre immagine del 1904 che ritrae un uomo congolese a lutto per la morte della figlia. L’uomo, visto di profilo, seduto su un basso ripiano mentre contempla una piccola mano e un piccolo piede amputati, tutto ci. che resta della sua bambina.

Fu un’immagine dirompente, difusa dai missionari che cercavano di incriminare il regime coloniale del re Leopoldo II del Belgio. Oggi appare melodrammatica.

Da documento a icona

Il potere della foto di Nick Ut del 1972 in cui si vede la piccola vietnamita Kim Phuc che fugge, nuda, da un attacco al napalm, è ancora intatto. Ma l’immagine, diventata talmente famosa da essere etichettata come “icona”, è percepita come un efficace oggetto estetico e disconnessa dalla storia che contiene. A quarant’anni dallo scatto, sembra quasi una scena tratta da una sfilata di generici orrori storici, e non un documento di una situazione particolare. Inoltre le immagini come quella di Ut non sono necessariamente capaci di condizionare l’opinione pubblica, creando dal nulla un sentimento collettivo. Piuttosto catalizzano un consenso già in formazione.

Le immagini dei bambini morti sono così strazianti che ormai siamo allenati a gestire la nostra risposta emotiva, passando dall’orrore al sospetto fino all’indifferenza.

Il dibattito sull’attribuzione – ai palestinesi o agli israeliani – della bomba che ha ucciso il figlio di undici mesi del giornalista della Bbc Jihad Misharawi ha neutralizzato una delle immagini più forti del 2012. Quella foto e la discussione che ne è nata, dimostrano che una politica estera basata sulla reazione alle immagini scioccanti sarebbe pericolosa, inconsistente e ipocrita. Il dubbio sulla capacità delle immagini di suscitare compassione esiste da tempo.

Susan Sontag l’ha articolato nel suo libro del 1977 Sulla fotografia, che invocava una “ecologia delle immagini”. La proliferazione e l’abuso di fotografie possono intorpidire e corrompere: “Le immagini trafiggono. Le immagini anestetizzano”. Siamo tutti obbligati, privatamente, a crearci una personale ecologia delle immagini.

Quelle dei bambini sofferenti, in particolare, sono soggette a una sorta di inflazione emotiva e perdono potere se vengono usate troppo spesso o senza riguardo per la possibilità dell’osservatore di incanalare i sentimenti che suscitano. Poco dopo averci mostrato la madre che espone il corpo del figlio, ?jzenštejn rilancia con la celebre scena della carrozzina. Le immagini di sofferenza estrema si neutralizzano da sole: dopo averne usata una, l’unica opzione è la ripetizione e l’intensificazione.

Se le immagini contribuiscono alla formazione di un’indignazione collettiva per la violenza, la guerra, il colonialismo e il genocidio, possono pure aiutare a smantellare le norme internazionali. Il fatto interessante in merito alle spaventose fotografie arrivate dalla Siria negli ultimi due anni e mezzo è che in molti casi non sappiamo chi le ha scattate né cosa ritraggono. Vediamo solo una crudeltà e una miseria decontestualizzate. Si insinua allora il cinismo e affiora una tendenza naturale ad allontanare le immagini.

Il governo statunitense ha esacerbato questa crisi fotografica e morale. La guerra in Iraq è stata venduta all’opinione pubblica in parte grazie a immagini satellitari accuratamente commentate, mostrate per dimostrare la presenza di armi di distruzione di massa. Queste immagini sono state lette o proposte in modo scorretto, e quando la loro verità si è dissolta forse anche una parte della nostra paura di quelle armi . Scomparsa con loro. Quando la tortura è diventata un mezzo ufficiale della politica statunitense è stata oltrepassata un’altra linea rossa nella nostra comprensione delle norme internazionali.

Non sorprende dunque che gli statunitensi abbiano poca voglia di mobilitarsi per le immagini dei bambini siriani soferenti. Molto tempo dopo aver invocato un’ecologia delle immagini, la stessa Sontag diventò scettica in merito alla sua praticabilità.

Non c’è alcun modo di “razionalizzare l’orrore, mantenere fresca la sua capacià. di colpire”, ha scritto in Davanti al dolore degli altri. È qui che ci troviamo oggi, in un ecosistema di immagini e in un ecosistema di moralità internazionale irrimediabilmente inquinati.

 

Internazionale 1019 | 27 settembre 2013

The Washington Post, Stati Uniti

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