Garry Davis pioniere della mondializzazione della pace – Emanuele Bruzzone

È morto il 24 luglio scorso negli Stati Uniti, a Williston nel Vermont, all’età di novantuno anni, Garry Davis, polivalente personalità di operatore di pace.

Nato nello Stato del Maine nel 1921, si laureò dapprima al Carnegie Institute of Technology e successivamente in geopolitica dell’Estremo Oriente all’Università indiana di Bangalore.

Garry DavisAttore professionista a Broadway con Danny Kaye, partecipò alla seconda guerra mondiale come pilota di caccia sui bombardieri B-17. Maturata nell’immediato dopoguerra una coscienza autocritica delle proprie azioni distruttrici durante il periodo bellico, rinunciò alla cittadinanza statunitense nel 1948 a Parigi, dove si discuteva la Dichiarazione universale ONU dei Diritti dell’Uomo, per scegliere di diventare “Cittadino del mondo”.

Da quel momento operò per tutta la vita per promuovere il rispetto dei diritti umani. Primo tra tutti quello di non farsi rinchiudere in una appartenenza nazionalistica: pochi giorni prima del 10 dicembre 1948, data dell’approvazione della Dichiarazione, organizzò una manifestazione di 20.000 partecipanti al Velodromo parigino per richiedere all’ONU di riconoscere, come necessariamente prioritario, il diritto per ognuno di venir considerati cittadini del mondo sulla semplice base del far parte di una comune umanità.

Sostenuto nella sua lotta da Eleanor Roosvelt, fondò nel gennaio 1949 l’International Registry of World Citizens, cui prestissimo aderirono oltre 750.000 persone. Nel settembre 1953, in piena guerra fredda, dichiarò, partendo dalla città di Ellsworth nel Maine, la nascita del World Government of World Citizen (Governo mondiale dei cittadini del mondo) che rilasciava un passaporto mondiale.

Il primo a utilizzarlo fu Davis, come esempio, in un viaggio del 1956 compiuto non a caso in India, mentre alcuni Paesi nel frattempo già lo avevano riconosciuto.

Intanto nascevano comitati di sostegno al suo movimento, primo fra tutti quello francese con personalità quali Albert Camus e André Gide, l’Abbé Pierre e Robert Sarrazac, leader della Resistenza in Francia che collaborò alla nascita del World Cities Movement Mundialization che individuava nelle città del mondo (come non pensare alla dinamica internazionale di pace impressa a Firenze negli stessi anni Cinquanta dal sindaco profeta Giorgio La Pira!!) i motori più adatti per promuovere la mondializzazione della cittadinanza.

Garry Davis in questa prospettiva si presentò anche alle elezioni comunali di Washington D.C. del 1986 con una sua candidatura simbolica.

In tempi più recenti partecipò nel 1992 al Summit di Rio de Janeiro sulla sostenibilità ambientale, proponendo una moneta internazionale virtuosa, il “dollaro kilowattora” misurato sulla quantità di kilowattora prodotti da energia solare.

Da tempo Davis conduceva settimanalmente trasmissioni radiofoniche sia sull’emittente dei World Citizen sia in quelle generali e continuò a farlo oltre la soglia dei 90 anni.

Nel 2012 inviò, congratulandosi per la sua azione di rischiosa trasparenza, il passaporto di “Cittadino del mondo” al fondatore di Wikileaks Julian Assange, rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Ed ebbe il tempo, poche settimane prima di morire, di fare altrettanto con Edward Snowden, disvelatore del controllo totale sull’informazione in Rete da parte degli USA, parcheggiato all’aeroporto di Mosca.

È un peccato che questo instancabile avvocato della pace sia stato quasi del tutto sconosciuto da noi.

Non a caso l’informazione italiana non ha dato conto neppure come notiziola della sua scomparsa.

E analogo rammarico vale per il mondo editoriale del nostro paese che mai ha tradotto i suoi testi di riflessione e di lotta per la pace. A cominciare dall’autobiografico My country is the world. The Adventures of a World Citizen pubblicato nel 1961. Con quel titolo ci richiama il “Nostra patria è il mondo intero…” che cantavano gli anarchici del primo Novecento e il sogno delle donne e degli uomini della Resistenza, quando deposero le armi che erano stati costretti dalla coscienza a usare nel combattere l’unica “guerra giusta” del secolo scorso contro la mostruosa macchina bellica nazifascista, iper-nazionalista e razzista.

La dimenticanza in Italia di tanti uomini di pace non è difficile da spiegare in tempi come questi, allorché l’art. 11 della Costituzione che ripudia la guerra è tanto ignorato o stravolto per legittimare missioni belliche contrabbandate per operazioni umanitarie mentre l’acquisto dei costosissimi F35, che sottraggono soldi al soddisfacimento dei bisogni di tutti, viene deciso con spaventosa e complice facilità.

C’è da augurarsi che un novantenne come Davis – così come il suo, per molti versi omologo, “grande vecchio” Stéphane Hessel (di più fortunata notorietà mediatica col suo Indignatevi) – ci “tengano una mano sopra la testa” – così diceva la sapienza degli antenati – perché sappiamo attingere caparbietà dal loro esempio nel fare ciascuno la nostra parte nell’attuale contesto di mondializzazione. Quella che, invece che pace, genera, in piena dominanza finanziaria e di logiche egemoniche per appropriarsi dei beni comuni, a cominciare dalle risorse naturali, fratture e disperazioni plurime.

(da: Tempi di Fraternità, ottobre 2013)

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