Danilo Dolci, Leonardo Sciascia e la Sicilia – Antonio Fiscarelli

Sguardi critici su violenza e nonviolenza1

Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage.”
D. Dolci

-Tutti i nodi vengono al pettine. -Quando c’è il pettine.”
L. Sciascia

La Sicilia: quante leggende e favole non sorvegliano le porte della tradizione di quest’isola, antico crocevia del Mediterraneo! Sempre al centro dell’attenzione dei curiosi dei cinque continenti, la sua cultura, la cultura dei suoi misteri, le sue contraddizioni a dir poco fiabesche ne fanno un’identità simbolica sfruttabile in diversi modi. Culla dell’antica civiltà greca, terra di approdo per le altre civiltà mediterranee, destinazione privilegiata degli appassionati di belle arti, la Sicilia è anche teatro di mostruose crudeltà. Accanto a invenzioni proprie di certa immaginazione poetica cosmopolita -di un Goethe o di uno Stendhal, per esempio- in cui la Sicilia appare come il paese delle più stravaganti avventure, accanto a una letteratura tanto realista quanto fantastica, come quella di un Pirandello o di un Vittorini che rivelano aspetti antropologici della Sicilia ancora oggi così poco familiari al grande pubblico, avvenimenti tristi come quelli legati al fenomeno della mafia, invece, hanno contribuito ad amplificarne la notorietà come di un mondo arretrato e violento, la cui storia oggi appare anche più fiabesca e grottesca di quanto apparisse ieri. Si tratta, infatti, di avvenimenti la cui violenza sembra come magicamente rispondere a una atavica fatalità, situazioni che appaiono assurde e irrazionali in superficie ma come determinate nel fondo da una mano superiore (importa poco se di un dio o di una cupola), molto simili a quei crimini descritti da Sciascia nei suoi romanzi, di cui sembra si capisca chiaramente la logica ma non si trovano mai i veri responsabili. Ma si tratta anche dei medesimi avvenimenti rappresentati nei libri-inchiesta di Dolci, in cui lo studio di certo atavismo siciliano, se proprio lo vogliamo chiamare così, diventa anche più radicale, antropologicamente, sociologicamente interessante, addirittura motivo di mobilitazione civile. Il punto è che, questi medesimi avvenimenti, nella loro cruda e nuda violenza, sono alla base dell’incomprensibile controversia, se di controversia si può parlare, tra Dolci e Sciascia, seguita alle affermazione di Sciascia su Dolci rilasciate in un’intervista al giornale svizzero “Cooperazione”, nel maggio del 1966. Anzi, sembrerebbe che proprio la differenza nel modo di interpretare e leggere il medesimo fenomeno, la violenza, all’interno dello stesso territorio, la Sicilia, ci possa aiutare a fare chiarezza sui nessi rapporti tra i due che altrimenti resterebbero incomprensibili; e, al contempo, fornirci un’occasione preziosa sia per riguardare i nostri punti di vista, se non i nostri pregiudizi, sulla Sicilia, sia per protrarre la riflessione, criticamente e in continuità con la storia che ci precede, su questioni come quella della differenza tra l’uso, nella lotta politica, dei metodi violenti e nonviolenti2. Cercheremo dunque di spendere due parole in questo senso.

Leonardo Sciascia 1È intanto curioso notare come, nell’intervista sopradetta, Sciascia si esprima in rapporto alla Sicilia usando la stessa formula che aveva usato il cardinal Ruffini in una famosa lettera resa pubblica la domenica delle Palme del ‘64, nella quale questi intravedeva i “tre pericoli” maggiori per la Sicilia nella “mafia, Danilo Dolci e il Gattopardo”. Il giornalista, cui si deve l’intervista di Sciascia due anni dopo, scrive: “tre fenomeni stanno particolarmente a cuore allo scrittore […] la mafia, Danilo Dolci e il Gattopardo”. Come si vede, la formula è esattamente la stessa. È tuttavia lampante che Sciascia e il cardinal Ruffini non abbiano la medesima considerazione dei tre soggetti di interesse comune. Il cardinal Ruffini intravede in essi dei “pericoli” per la Sicilia, mentre per Sciascia rappresentano materia di apprezzamenti critici, un argomento che gli sta “particolarmente a cuore”. Ruffini accusa Dolci di diffondere nel mondo un’immagine della Sicilia non corrispondente alla realtà, più violenta di quella che è; Sciascia ne critica il metodo di intervento, le pratiche nonviolente in una terra che, al contrario di quanto pensa il cardinale, ai suoi occhi risulta proprio la terra della violenza: “da noi, ad un’offesa, ad uno schiaffo, guardandoci bene dal porgere l’altra guancia, si carica subito la lupara”. Dunque, un punto di vista che non ha niente da spartire con quello del cardinale. Sembrerebbe anzi che Sciascia abbia riutilizzato la formula del cardinal Ruffini intenzionalmente, allo scopo di evidenziare la sua divergenza di lettura non solo del “caso Dolci” ma anche del fenomeno della mafia e del romanzo di Tomasi di Lampedusa3. Non solo. Proprio in quegli anni, Sciascia si dedica alla scrittura del testo per il film-saggio (forse unico nel suo genere) di Gianfranco Mingozzi, Con il cuore fermo, Sicilia, risultato del materiale girato per un film che fu interrotto alla produzione, che doveva ripercorre i passi di Danilo Dolci e intitolarsi appunto La violenza, da un’idea di Cesare Zavattini. E non stupisce che Mingozzi riproponga oggi (o più che altro nel 2008), a distanza di oltre quarant’anni, questo film in allegato al libro La terra dell’uomo con l’eloquente sottotitolo Storie e immagini su Danilo Dolci e la Sicilia4. Evidentemente, Sciascia e Dolci avevano molto più da dirsi di quanto non abbiano realmente fatto, e Mingozzi pare averlo ben compreso; o, perlomeno, questo lavoro di ricostruzione lo lascia intuire. Ma vediamo più nello specifico i caratteri di questa contesa che non ha avuto modo di evolversi in un dialogo più fecondo.

Nell’intervista del ’66, Sciascia critica essenzialmente l’ingenuità di Dolci nel suo perseverare con i metodi nonviolenti. La questione principale, evidenziamolo ancora una volta, riguarda l’efficacia dell’uso della nonviolenza in un territorio con una radicata tradizione di violenza quale la Sicilia. Secondo Sciascia, “la resistenza passiva, la nonviolenza del sociologo Dolci mal si adattano al carattere della Sicilia”. Dolci, in parole povere, avrebbe “scambiato la Sicilia con l’India”, un paese in cui la popolazione “rispetta anche le formiche”. Sui siciliani, abituati alla lupara, al ritornello per cui vince chi ha la voce più alta, l’operato di Dolci, non farebbe veramente presa: “la popolazione non segue Dolci”. O, se mai ciò succede, sostiene lo scrittore siciliano, “è perché, in quella determinata circostanza, l’azione di Dolci si identifica in una rivendicazione appoggiata anche dal partito comunista”5.

Come forse si può evincere dai brani appena citati, l’occhio critico di Sciascia fa germinare l’immagine di un Dolci ingenuo, utopista, di un “gandhiano” che, essenzialmente, non ha capito molto della Sicilia (“Dolci ha scambiato la Sicilia con l’India”). Eppure Dolci sin dal ’52 aveva sfornato non pochi libri, alcuni dei quali, come Banditi a Partinico, Spreco, Chi gioca solo, se non tutti, non possono certo considerarsi come scritti da qualcuno che non abbia invece instancabilmente approfondito la conoscenza dei siciliani e della Sicilia. Essi, infatti, sono ricolmi di resoconti e studi approfonditi -in “cooperazione”- della mentalità siciliana e delle più assurde e tragiche situazioni di violenza che sinora la stampa aveva fatto solo molto succintamente trasparire e che molti, rappresentanti delle istituzioni compresi, non osavano denunciare, per opportunismo, per paura o per altri motivi. Ma è Dolci stesso a mettere i puntini sulle “i”, nella sua replica a Sciascia, circa dieci anni dopo, nel corso delle conversazioni con Spagnoletti. Dopo aver sottolineato di amare i libri di Sciascia e di non voler entrare in polemica, Dolci sottolinea due o tre punti. Intanto, se proprio importa parlare di conoscenza di una situazione, “sarebbe serio” precisa Dolci, “conoscerla direttamente”. E aggiunge, “se Sciascia vuol parlare di noi, di quello che facciamo, dovrebbe venire a vedere”. Ma Sciascia non si è mai fatto vivo in una riunione a Trappeto o a Partinico o in una qualunque delle innumerevoli iniziative che per anni Dolci aveva, bene o male, realizzato, senza dubbio, interfacciandosi anche con i comunisti, e non solo. Inoltre, Dolci osserva che il modo di Sciascia di considerare i siciliani rivela “inconsciamente” una tendenza razzista e che un “intellettuale non dovrebbe comportarsi da razzista”, a maggior ragione se il bersaglio delle sue considerazioni è la “propria gente”. Infine, Dolci sottolinea la differenza tra lo “scrivere romanzi di successo sulla mafia” e il “prendere posizione diretta”, e sostiene che scrivere romanzi sulla mafia difficilmente “possa incidere sulla scomparsa del fenomeno”. A suo parere, certi fenomeni si combattono attraverso atti concreti e prese di posizione contro i loro responsabili. Il punto è che Dolci un giorno aveva fatto visita a Sciascia per chiedere dei nomi “relativi alla sua zona”, ma non ne aveva ricavato niente, “né un nome né un cognome”. Perché Sciascia non volle o non seppe dargliene alcuno, non si capisce. Dolci non ne dice niente. Resta tuttavia persuaso di vivere in un’epoca “in cui bisogna passare dalla romanzesca impostazione dei problemi a delle denunce precise, altrimenti le cose non cambiano: occorrono fatti e nomi”.

Nel 1963, la Commissione antimafia aveva invitato a Roma Dolci per riferire “sui legami della mafia con la politica nella Sicilia occidentale”. Da anni Dolci lavorava all’identificazione di quel tipo di violenza derivante da quel sistema di rapporti di “parassitismo reciproco che collegava i più potenti politici e i mafiosi”. Nel ’64, mentre Ruffini si accingeva a scrivere la sua lettera per la salvezza dell’immagine della Sicilia, Dolci era alle prese con il caso di corruzione della coppia Gerolamo Messeri – Frank Coppola”; nel ’66, quando Sciascia rilasciava l’intervista al giornale svizzero, Dolci era ancora alle prese con il caso della coppia “Bernardo Mattarella – Calogero Volpe”. Proprio in rapporto a questo ultimo caso, è interessante far notare che, in occasione di un digiuno di una settimana organizzato a Castellamare del Golfo, molti di quei siciliani che nell’immaginario di Sciascia all’occasione avrebbero caricato la lupara, si resero protagonisti di un’azione nel quartiere di Petrolo, dove erano avvenuti gli incontri, sotto gli occhi di tutti, tra Mattarella e i mafiosi locali. Furono letti e discussi in pubblico i documenti che denunciavano i misfatti e, osserva Dolci, “la gente di Castellamare, per la prima volta, appoggiava in pubblico i testimoni che avevano manifestato il loro coraggio”. Tutto ciò, il digiuno, le riunioni, le discussioni, la nuova solidarietà emergente con i metodi nonviolenti, accadeva, si noti, proprio nella “tana del leone”, laddove andavano organizzandosi e riorganizzandosi le feroci e violente attività mafiose. Non sono forse dettagli come questi -la miriade dei piccoli gesti simbolici in anni di impegno costante e radicale- a sfuggire sovente, nell’analisi di una situazione, a chi non partecipa appunto “direttamente”? E tutto ciò, come risultato di un lavoro cooperativo di documentazione e di ricerca e di consultazione “di decine e decine di persone”, un lavoro che Dolci aveva intrapreso già dai tempi del suo soggiorno al carcere dell’Ucciardone, nel ’56, quando aveva cominciato a raccogliere materiale sulla strage di Portella della Ginestra direttamente dai carcerati – un lavoro, beninteso, la cui continuità, su un arco di tempo così ampio, non può apparire così chiaramente agli occhi dell’osservatore esterno. La documentazione sulla mafia raccolta negli anni da Dolci non ispirerà soltanto il lavoro di Mingozzi, ma anche quello, altrettanto pregevole, di Paola Baroni e Paoli Benvenuti, che a Dolci devono l’ispirazione del film sui fatti di Portella della Ginestra6.

Da quanto detto sinora, si può forse arguire che il terreno di confronto tra Sciascia e Dolci sembra potersi ricondurre alla questione dell’efficacia della nonviolenza nella lotta contro la violenza, nella misura in cui si comprende sotto la voce violenza non un significato astratto o qualunque, ma un significato determinato, quello ricavabile dall’analisi di una situazione specifica; nel nostro caso, la Sicilia Occidentale, con la sua lunga triste storia di mafia, cui corrisponde senza dubbio sia, per esempio, quell’ “assenza dello Stato” che Sciascia non si è mai stancato di sottolineare, sia quella diffusa violenza sociale, economica e culturale delle popolazioni che l’hanno vissuta “direttamente”, e che lui stesso ha così magnificamente descritta nel suo testo di commento alle immagini montate da Mingozzi. Questa violenza, per avviarci alla conclusione, non è altra cosa da quella denunciata nei suoi libri e contro cui si è battuto nelle sue innumerevoli lotte civili Danilo Dolci. Ma se i nostri due non si sono compresi proprio su questo soggetto così, verrebbe da dire, consustanziale a entrambi, restano enormi dubbi anche sotto altri aspetti della loro relazione, o meglio sarebbe dire, non-relazione. Intanto, il primo evidentissimo: perché Sciascia, che scrive un testo così raffinato sulla violenza per un film che doveva essere originariamente ispirato alle azioni di Dolci, è così critico verso Dolci qualche anno dopo? Inoltre: perché Sciascia, così geograficamente vicino a Dolci, come questi gli ammonisce, non va mai a fargli visita? Decine di famosi intellettuali, scrittori, studiosi, filosofi, artisti, sono stati almeno una volta a fargli visita. Perché, innumerevoli figure della cultura mondiale hanno apprezzato e sostenuto l’opera sociale e intellettuale di Dolci organizzando comitati, difendendolo nei processi, diffondendo le sue iniziative (diversi lavorando con lui sul campo anche per lunghi periodi), e il più famoso scrittore siciliano dell’epoca, insomma, non si è mai scomodato dal suo studio a due passi da Trappeto o da Partinico? Sartre, il teorico per eccellenza dell’intellettuale engagé, fu tra i primi a recensire stralci dei primi scritti, a pubblicare commenti delle prime iniziative di Danilo Dolci sulla rivista francese Les Temps Modernes e, in un numero speciale, la prima versione francese di Inchiesta a Palermo. Senza dubbio, non sarebbe opportuno chiedere allo scrittore siciliano più famoso del mondo di conformarsi alle idee del più rinomato filosofo francese. Ma se le reazioni allacardinal Ruffini risultano, in genere, abbastanza comprensibili, l’assenza di solidarietà da parte di scrittori del calibro di Sciascia non può non destare spontaneamente una qualche perplessità. Questo mancato sodalizio tra i due, ad esempio: non ha forse impedito un loro più approfondito confronto sul tema della violenza e della nonviolenza come metodi di lotta politica? E non lascia in noi come la sensazione di una interrogazione senza risposta? Si è forse compreso definitivamente se la violenza è un dato di fatto e se l’uso della nonviolenza sia o non sia il metodo più efficace per combatterla? Se la nonviolenza non ha scampo contro la violenza, se una terra, nel nostro caso la Sicilia, questa terra dell’uomo, marcata da profonde esperienze di violenza, non può cambiare con i metodi nonviolenti, come sembra essenzialmente insinuare Sciascia, dovremmo forse persuaderci definitivamente che soltanto con la violenza si vinca la violenza? Volendolo pure congetturare, rivedendo le nostre letture del mondo e senza la minima esitazione nell’osservare l’andamento delle cose, un dubbio ancora più essenziale sembrerebbe conseguirne: una società così sensibilmente intrisa di violenza è ciò che davvero desideriamo? In definitiva, pur ammettendo che la nonviolenza non serva a sopprimere definitivamente la violenza, una società in cui alla violenza si risponda con altrettanta o superiore violenza è davvero preferibile a una società in cui alla violenza ci si ostini invece a rispondere con la nonviolenza?

Nota Bibliografica

Tra gli anni settanta e ottanta, sotto proposta del Movimento Nonviolento, nacque un notevole dibattito incentrato sulle differenze tra il marxismo e i metodi della nonviolenza, cui parteciparono diversissimi rappresentanti dei due fronti, fra cui, Norberto Bobbio, Giuliano Pontara, Domenico Sereno Regis, Lorenzo Barbera, Antonio L’Abate, Ernesto Balducci, Roger Gauraudy, Vincent Laure, Maurice Debrach. Leggendo i diversi interventi ci si può fare un’idea della continuità storica dell’argomento in questione, come diversi punti presi in questioni siano oggi del tutto attuali, altri superati. Ma è anche curioso notare come, tra i tanti nomi, oltre a quelli citati, non compaia proprio quello di Danilo Dolci. Una buona parte della documentazione di questo dibattito si trova in due pubblicazioni apparse in due momenti diversi e di non facile reperibilità.

  • AA.VV., Marxismo e nonviolenza, Editrice Lanterna, Genova 1977
  • AA.VV., Nonviolenza e marxismo, Libreria Feltrinelli, Milano 1981

 Il contesto di riferimento delle questioni discusse si può ricavare essenzialmente dalla consultazione delle seguenti fonti:

  • P. Baroni, P. Benvenuti, Segreti di Stato, film (consultabile anche su internet).
  • Segreti di Stato. Dai documenti al film degli stessi autori, a cura di Nicola Tranfaglia, Fandango, Roma, 2003.
  • G. Mingozzi, La terra dell’uomo. Storie e immagini su Danilo Dolci e la Sicilia, Kurumuny editrice, Lecce 2008.
  • Con il cuore fermo, Sicilia, Kurumuny editrice, Lecce 2008 film allegato.
  • G. Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Einaudi, Torino 1974.
  • L. Sciascia, Opere, Bompiani, Milano 2002.

Note

1 Le riflessioni di questo breve saggio si basano essenzialmente sulle dichiarazioni di Sciascia e quelle di Danilo Dolci come si evincono dalla lettura del testo di Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Einaudi, Torino 1974, pp. 81-92, da cui provengono tutte le citazioni. Le questioni sollevate si basano tuttavia su referenze bibliografie più varie, indicate approssimativamente nella bibliografia.

2 Sarebbe interessante ripercorrere le tappe di questo dibattito almeno fino agli anni sessanta. Ma non possiamo permettercelo in questo momento, perché qui importa studiare la tematica in questione in rapporto alla suddetta polemica. Ci limitiamo a fare un cenno e a segnalare qualche referenza bibliografica orientativa a fine lavoro.

3 Una versione originale della lettera del cardinal Ruffini, intitolata “Il vero volto della Sicilia”, interessante anche per altri aspetti della sua visione della Sicilia, è consultabile sul blog dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea: .

4 Oltre al film, il dvd in allegato al libro contiene un’intervista a Mingozzi, che spiega con quali problemi ha avuto a che fare nel corso di circa 40 anni, fornendo anche interessanti riflessioni sul fenomeno della censura in Italia. Il libro, inoltre, contiene diverse foto, fonti e citazioni che, nell’insieme, offrono un quadro caratteristico e della Sicilia e della personalità di Danilo Dolci, un quadro che forse varrebbe la pena approfondire in un lavoro a parte.

5 A questo punto, potrebbe risultare interessante approfondire quest’ultima affermazione di Sciascia, per cui l’azione di Dolci farebbe presa sulla realtà solamente quando si identifica con una rivendicazione appoggiata dal partito comunista; perché essa è pericolosamente associabile a tentativi più intenzionali da parte di altre personalità di identificare Dolci con un militante di matrice comunista, addirittura come un comunista sotto le spoglie di un prete, mi pare che qualcuno abbia pure detto o scritto. Tuttavia, anche in questo caso dobbiamo declinare tentazioni che rischiano di deviarci troppo dal nocciolo di questo lavoro.

6 Il titolo del film, dedicato a Danilo Dolci, è Segreti di Stato, cui fa seguito il libro Segreti di Stato. Dai documenti al film degli stessi autori, a cura di Nicola Tranfaglia, Fandango, Roma, 2003.

 

 

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