“Avevo cinque figli, ora ne ho quattro”: il Gran Mufti siriano perdona i ribelli che hanno ucciso suo figlio – Robert Fisk

“Ho incontrato gli uomini che hanno assassinato mio figlio, e loro mi hanno detto che neppure sapevano chi stavano uccidendo”. Sheikh Ahmad Bareddin Hassoun, il Gran Mufti della Siria, siede su una poltrona dallo schienale diritto, con il suo immacolato turbante bianco sopra un volto affilato, intelligente e molto turbato. Suo figlio Sania era studente al secondo anno presso l’Università di Aleppo quando è stato ucciso mentre saliva in auto. “Sono andato a vedere i due uomini in tribunale e loro hanno detto che avevano solo avuto il numero della targa, che non avevano saputo chi avevano ucciso fino a quando non erano andati a casa e avevano visto le notizie in televisione.”

Gli chiedo la sua reazione alla confessione degli uomini e il Gran Mufti si mette le mani sugli occhi e piange. “Aveva solo ventun anni, il mio figlio più giovane. E’ stato il 10 ottobre dell’anno scorso. Sto cercando di dimenticare che è morto. In realtà sento come se Sania fosse ancora vivo. Quel giorno doveva fidanzarsi con la sua futura moglie. Lei era una studentessa di medicina, lui era alla facoltà di politica e economia.  ‘Sania’ in arabo significa ‘il punto più alto’. I due uomini hanno detto che nella progettazione della morte di mio figlio sono stati coinvolti in quindici. Hanno detto che era stato detto loro che era un uomo molto importante. Io ho detto loro: ‘Vi perdono’  e ho chiesto al giudice di perdonarli. Ma lui ha detto che erano colpevoli di altri dieci crimini e dovevano essere processati.”

Sheikh Hassoun alza un dito. “Quello stesso giorno ho ricevuto un SMS. Diceva: ‘Non abbiamo bisogno del tuo perdono.’ Poi ho sentito su uno dei canali giornalistici che il capo della banda aveva detto che avrebbe ‘prima giudicato il Mufti. Poi gli permetterò di perdonarci.’ Così gli ho inviato un messaggio: ‘Non ho mai ucciso nessuno e non intendo uccidere nessuno, ma mi considero un ponte di riconciliazione. Un Mufti deve essere un padre per tutti. Dunque per quale motivo volete uccidermi?’”

“Tutti i coinvolti erano siriani, della campagna di Aleppo. Hanno detto di aver ricevuto l’ordine dalla Turchia e dell’Arabia Saudita, che a ciascuno sarebbero state pagate 50.000 libbre siriane [circa 400 euro – n.d.t.]. Questo dimostra che l’assassinio di mio figlio non è stato una questione di dottrina o di fede. I due uomini avevano soltanto diciotto e diciannove anni.”

Dunque a ciascuno è stato pagato l’equivalente di 350 sterline; la vita di Sania Hassoun è stata valutata un totale di 700 sterline. “Avevo cinque figli”, dice il Mufti. “Ora ne ho quattro”.

Sheikh Hassoun è, si potrebbe dire, approvato dal governo – ha pregato accanto a Bashar al-Assad in una moschea di Damasco dopo un avviso di un attentato – e la sua famiglia, per non parlare di lui stesso, è un ovvio bersaglio dei ribelli siriani. Ma il suo coraggio e il suo messaggio di riconciliazione non possono essere criticati. In qualsiasi nuova Siria sorga dalle macerie, Sheikh Hassoun dovrebbe esserci, anche se non ci sarà il suo presidente.

Ed egli parla con notevole franchezza. Quando gli dico che temo che i servizi segreti mukhabarat (servizi segreti, ndt) in Siria contaminino tutto quello che toccano, comprese le istituzioni del governo, non esita neppure un attimo a rispondere.

“Ho sofferto a causa del mukhabarat. Sono stato estromesso dal mio posto di predicatore dal 1972 al 2000. Sono stato allontanato dalla mia posizione di predicatore del venerdì nella moschea di Aleppo e dal tenere conferenze in quattro occasioni. I servizi segreti sono in tutto il mondo gli stessi: non prendono mai in considerazione l’interesse dell’essere umano, guardano solo alla loro istituzione. A volte i servizi segreti possono essere contro lo stesso presidente.”

E chiede se non sia anche vero che i servizi segreti statunitensi non spiino anche i compatrioti e l’intera Europa, una domanda difficile, va detto, da negare. “Mettiamo da parte il Profeta Maometto, Gesù e Mosè; tutto il resto del mondo è controllato dai servizi segreti.”

Diversamente dalla maggior parte dei siriani il Mufti guarda piuttosto al futuro che al passato. Prega per una conferenza di Ginevra 2. “Io sono il Mufti di tutti i siriani – mussulmani sunniti, cristiani, alawiti, drusi – dell’intera diversità di sette che avevamo prima della guerra. Non c’è altra scelta che la riconciliazione; e la sola via al ritorno. Ma per offrire riconciliazione dobbiamo prima eliminare la ‘mano esterna’”.

“E sei paesi vicini, come Turchia, Iraq, Arabia Saudita e Libano, non cercheranno di operare questa stessa riconciliazione, bruceranno; il fuoco della crisi si estenderà a loro, specialmente alla Turchia. Per tutti i siriani noi siamo aperti al ritorno. Il problema sono quelli che sono venuti da fuori della Siria – specialmente dall’Iraq e dalla Turchia – che sono venuti senza visti su percorsi da contrabbandieri o per incontrare la morte o per rovesciare le autorità qui.”

Emerge ora un Mufti più duro. Gli assassini di suo figlio, trapela, non sono i soli detenuti del regime che lui ha incontrato. “Ho visto degli uomini dopo che erano stati arrestati,” dice. “Alcuni erano in lacrime. Dicevano che pensavano di essere diretti a combattere in Palestina, non a combattere in Siria.”

Ci sono momenti – quando Sheikh Hassoun parla di una ‘mano esterna’, di ‘eliminazione’ e di ‘bande criminali – in cui si sente la Voce del Padrone. E sulla questione del gas sarin egli si schiera con la versione governativa della storia. Cita l’affermazione di Bashar al-Assad che egli non avrebbe mai usato il gas contro i siriani, che se lo avesse usato la guerra non sarebbe andata avanti per due anni e mezzo.

Il primo massiccio utilizzo del gas ha avuto luogo in marzo a Khan al-Assal, nella provincia di Aleppo, vicino alla residenza del Mufti, quando almeno ventisei civili sono morti soffocati. Questa è la sua versione di ciò che è accaduto.

“Alcuni dei lavoratori dei campi mi hanno riferito che tutti i terroristi dell’area se n’erano andati improvvisamente – la notte prima dell’attacco – e che avevano evacuato tutta la loro gente. Perciò i civili erano felici, erano civili e molti erano mogli e figli dei soldati, e così sono finalmente tornati alle loro case. Poi è arrivato l’attacco del missile con sostanze chimiche. Dissi all’epoca, in marzo, che quell’evento era solo un esperimento, che il gas sarebbe stato usato di nuovo in altri luoghi.”

Questa, ovviamente, non è la storia che gli statunitensi vogliono sentire. Cinque mesi fa il Mufti è stato invitato a parlare alle università George Mason e George Washington negli Stati Uniti e si è recato in Giordania per il visto. Dice che gli è stato chiesto di recarsi all’ambasciata USA di Amman dove è stato interrogato da una diplomatica da dietro uno schermo di vetro.

“Mi sono sentito così insultato che ho deciso di non andare e sono partito per Damasco la mattina dopo”. Una mossa saggia. Sheikh Hassoun dice che quello stesso giorno uno dei suoi figli, che era ad Amman, aveva ricevuto una chiamata dall’ambasciata che gli negava un visto. “Essere un Mufti laico” – aggiunge lo sceicco – “è pericoloso”.

Ed è vero che il Mufti è un uomo di assoluta laicità; è persino stato un parlamentare in rappresentanza di Aleppo. “Sono pronto ad andare dovunque nel mondo a dire che la guerra non è un atto sacro”, afferma. “E quelli che hanno combattuto nel nome di Gesù, Maometto o Mosè mentono. I profeti vengono per donare la vita, non la morte.”

“C’è una storia di costruzione di chiese e moschee, ma dedichiamoci a costruire esseri umani. Smettiamo il linguaggio degli omicidi. Se avessimo investito tutti i fondi della guerra nella creazione della pace, adesso ci sarebbe il paradiso. Questo è il messaggio della mia Siria.”

Un uomo davvero pericoloso.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/i-had-five-sons-now-i-have-four-syrias-senior-cleric-pardons-the-rebels-who-killed-his-son-by-robert-fisk.html

Originale: The Independent

Traduzione di Giuseppe Volpe

24 settembre 2013

http://znetitaly.altervista.org/art/12427

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *