La costruzione mediatica del nemico: dalla Siria ai NO TAV – Nanni Salio

Non è una novità: giornali, TV e media in generale sono usati a man bassa per plasmare e manipolare l’oopinione pubblica.

Pochi sono coloro che cercano di applicare rigorosamente i principi del “giornalismo di pace” proposti da Johan Galtung (www.transcend.org/tms/2009/12/italian-giornalismo-di-pace-cos%E2%80%99e-e-perche-si-contrappone-alla-pratica-corrente ).

Dalla Siria ai NO TAV lo stile è lo stesso: uno schema manicheo amico/nemico, colpevole/innocente; giusto/sbagliato. Il mondo in bianco e nero, senza sfumature, demonizzando l’avversario.

Assad, e prima di lui Saddam Hussein, è il nuovo Hitler. Lo si ritiene colpevole dell’uso di armi chimiche (che pure possiede, come altri paesi, da Israele agli USA che ne hanno fatto ampio uso in Vietnam), senza aspettare prove concrete e senza procedere a una eventuale incriminazione alla Corte Penale Internazionale.

Qualcosa di analogo succede per il movimento NO TAV. Le accuse di “terrorismo” sono grottesche, come ha diligentemente argomentato sul piano giuridico Livio Pepino (http://www.notav.info/top/la-guerra-preventiva/). Ma è un problema più vasto. Noam Chomsky sostiene che negli USA si intende per “terrorismo quello che gli altri fanno a noi”, non quello che “noi facciamo agli altri”. C’è un terrorismo dall’alto (degli stati) e uno dal basso. Entrambi da condannare, se si cercano metodi di lotta e soluzioni che si ispirino alla cultura della nonviolenza.

In ogni situazione concreta di conflitto e di lotta, dal movimento Occupy alle cosiddette “Primavere Arabe”, dalla guerra in Siria ai NO TAV/NO MUOS/NO F35, e via NOdicendo, si ripropone e si riapre il dibattito su violenza e nonviolenza, su quali siano i rapporti tra mezzi e fini, su quali siano i mezzi autenticamente nonviolenti e le strategie coerenti con una concezione nonviolenta della politica e più in generale dell’ “imparare a vivere insieme” in questo mondo.

A questo proposito, pochi hanno letto con attenzione e conoscono le 198 tecniche elencate da Gene Sharp nel suo fondamentale lavoro “Politica dell’azione nonviolenta”, che risale ormai a più di quarant’anni fa (ed. it. in 3 voll. pubblicata da EGA, Torino 1985-1997; l’elenco è riportato in: palabre.altervista.org/fare/198.shtml?). Tra queste tecniche rientra sicuramente il boicottaggio, uilizzato sia da Gandhi durante le lotte in India, sia nelle lotte conro l’apartheid e per i diritti civili negli USA (Martin Luther King), in Sudafrica (Nelson Mandela) e in Israele.

E il sabotaggio? La risposta è più sfumata, perché dipende dal significato preciso che si dà a questo termine e dal modo con cui è impostata l’azione. Sono azioni di sabotaggio quelle compiute dal movimento antinucleare “plowshare” fondato dai fratelli Berrigan negli USA e attivo tuttora? Entrare in una base nucleare, tagliando le recinzioni o scavalcandole, come fecero i movimenti femminili antinucleari a Greenham Commons o gli attivisti italiani a Comiso, e a Niscemi (NO MUOS), distruggendo, anche solo simbolicamente, apparecchiature militari destinate allo sterminio nucleare, come ha fatto anche Turi Vaccaro nella base olandese di Eindohoven, rientra o meno nelle tecniche di azione nonviolenta?

Nel rispondere a questo interrogativo, occorre precisare che queste forme di boicottaggio, sabotaggio, azioni dirette nonviolente vengono compiute a “viso aperto” e gli attivisti non fuggono, ma si lasciano arrestare, per fare anche del momento processuale una occasione di protesta, propaganda, informazione, denuncia. E’ la nonviolenza del forte, del coraggioso, di chi è disposto a pagare di persona per una causa che ritiene particolarmente importante.

Come si può ben capire, altra cosa sono le azioni di distruzione e sabotaggio avvenute ultimamente in Val di Susa, attribuite frettolosamente, quasi sempre senza prove e senza che le indagini si siano concluse, al movimento NO TAV nel suo insieme, con lo scopo di delegittimarlo. Ma di questo parla ampiamente e meglio Livio Pepino nei suoi articoli (“La suggestione del ‘terrorista’, Il Manifesto, 20 settembre 2013).

La lotta nonviolenta è una operazione strategica, che mira a coinvolgere settori sempre più ampi dell’opinione pubblica, per riequilibrare i rapporti di potere e innescare quello che Gene Sharp chiama “ju-jitsu politico”. E’ il “potere dei senza potere” di cui parlava Vaclav Havel, che ha permesso di operare la più grande transuizione nel sistema di relazioni internazionali, culminata nel 1989 nell’Europa dell’Est, senza sparare un solo colpo di fucile.

Per far questo e ottenere risultati concreti e duraturi occorre operare con intelligenza, evitando derive verso forme di azioni facilmente classificabili, a torto o a ragione, come violente, che rischiano di delegittimare, agli occhi di molti, i movimenti. Sono cose ben note alle forze di polizia e ai militari, che si trovano molto più a loro agio di fronte a lotte violente che di fronte a lotte nonviolente. La violenza è “pane per i loro denti” e quando non c’è cercano di crearla con infiltrati, provocatori, violenze gratuite sui manifestanti (vedi il lancio di lacrimogeni CS e non solo).

E’ probabile che ufficali di polizia e dell’esercito abbiano letto con molta attenzione i manuali di lotta nonviolenta. Forse conoscono i lavori di Gene Sharp molto meglio di quanto non li conoscano gli attivisti. E per questo troppe volte le lotte dei movimenti di base non hanno successo.

La nonviolenza si impara, ma occorre anche studiare e sperimentare.

 

 

 

 

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