Il Caucaso lascia la guerra fredda – Johan Galtung

Tbilisi, Georgia

Con la Georgia (4.5 milioni di abitanti) come cliente degli USA (314 milioni) che combatte la sua guerra in Afghanistan; l’Armenia (3.3. milioni) propensa verso la Russia (143 milioni) e l’Azerbaijan (9.2 milioni) coinvolto in un aspro conflitto sull’enclave armena Karabagh in gran parte del suo stesso territorio (meno sull’enclave Azera di Nakhichevan su suolo armeno), il quadro è fatto. Aggiungiamoci le enclave culturali russe in Georgia – Abkhazia e Ossezia del sud – riconosciute da pochi, ma da alcuni, come stati, e le visite al Caucaso sono una macchina del tempo che riporta indietro alla guerra fredda.

Ma questo non è tutto ciò che riguarda la Georgia. C’è anche l’enclave musulmana Adjara al confine con la Turchia, gli Azeris (1), gli Armeni e altri, che vivono nella vera e propria multinazionale Georgia, alcuni con forti connessioni territoriali. Persone di almeno 28 nazioni vivono gli uni tra gli altri nel Caucaso. Ma la modernità richiede chiari confini statuali, anche in quella che nel 1922 divenne l’Unione Sovietica. Il sistema-stato non si adattò allo stato-nazione, ma gli stati devono esserci, dappertutto, e soggiogare dozzine di minoranze alle nazioni dominanti che creano illusioni mettendo il segno sui tre stati col loro nome.

Lo stesso che in Europa. Alcuni sono vicini al mono-nazionale (i paesi nordici, la Germania, l’Austria, l’Italia). Ma i più sono multi-nazionali e portano i nomi della nazione dominante. A eccezione della Svizzera e del Belgio – oggigiorno federazioni multi-culturali (e Andorra?). I nomi possono essere d’ostacolo.

Ma questo non è tutto ciò che riguarda il Caucaso. La regione è circondata dai Grandi Poteri. La Russia al Nord con dominanza sovietica; la Turchia (75 milioni) a Ovest assieme a un’uccisione di massa degli Armeni; l’Iran (79 milioni) al Sud coinvolto in un conflitto con l’Azerbaijan sul “Grande Azerbaijan” (l’aggettivo “grande” è utilizzato, in realtà, da tutti i summenzionati). E infine gli USA, ovunque, che spiano dall’alto essendo il loro concetto di “grande” il mondo intero, alla ricerca di basi e alleati per una eventuale guerra con la Cina, imminente con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO – Shanghai Cooperation Organization).

E tutto questo è, ancor oggi, minacciato da nuove forze (2).

Per loro il vecchio pensare-parlare-agire basato sull’egemonia tra stati e e all’interno di singoli stati – nella compensazione di quanto perdono in autonomia nei confronti di un Grande Potere negandolo ad altri all’interno – è fuori questione. Quello che è ammesso –i dettagli non sono chiari in nessun modo – è l’equità fra gli stati all’interno del sistema statale globale, e l’autonomia all’interno degli stati per le nazioni.

Quindi, in Georgia c’è un grande movimento di veterani, reduci delle aspre guerre con l’Abkhazia e l’Ossezia del sud, che causarono inoltre centinaia di sfollati interni (IDP, Internally Displaced Persons). Essi ricorrono alla diplomazia della gente come a un supplemento della diplomazia governativa, talvolta anche opposta a essa. Essendo bene informati, essi identificano lo status autonomo delle isole Aland dagli anni 1920 (3) come un modello, che combina insieme legami territoriali con la Finlandia, culturali con la Svezia e un chiaro segnale di tenersi alla larga dai Grandi Poteri. Un nuovo modo di pensare.

Questo si riscontra anche nella generazione giovane, meno rigida, addestratasi come mediatori di conflitto in numerosi conflitti, così come i veterani ricorrono al dialogo come approccio per creare nuove aperture. V’è addirittura un villaggio per la pace vicino al punto d’incontro dei tre stati con Georgiani, Armeni e Azeris che vivono insieme, che mira a un’identità caucasica così brillantemente mantenuta viva dalla Casa del Caucaso in Tbilisi.

E tra tutto quanto le donne, compassionevoli, di grande solidarietà tra le madri. Tuttavia la parola patria trova radici nel patriottismo (lealtà allo stato) e nel patriarcato (gestito da uomini), in declino ma ancora potente. Per Gaston Bouthoul, il polemologo francese, la guerra è un modo che gli uomini hanno per sbarazzarsi dei rivali più giovani e per Franco Fornari, lo psichiatra italiano, la guerra è un mandato a uccidere rappresentando uno sfogo dei traumi acquisiti negli stati.

Inoltre, lo stato georgiano ricerca al di là della “reintegrazione” (di un territorio occupato) e “integrazione euro atlantica” (USA-NATO contro SCO). Il Ministro dello Sport e degli Affari Giovanili tiene incontri e dialoghi attraverso linee di faglia, il Ministro della Risoluzione dei Conflitti promuove un processo di pace invece che una posizione stabilita in anticipo.

Cosa ci ricorda questo? Sicuramente i paesi nordici dove la Danimarca dominava la Norvegia e l’Islanda, la Svezia dominava la Finlandia e poi la Norvegia, quando Danimarca e Norvegia erano in lotta con la Svezia, con le popolazioni su entrambi i fronti che si rifiutavano di partecipare in quanto vittime di entrambi gli eserciti – una zona di pace molto importante dal diciassettesimo secolo che svolse un qualche ruolo quando la Norvegia, pacificamente, ritirò la propria adesione dall’unione con la Svezia nel 1905. I confini hanno cambiato posizione, e ancora con i confini aperti dell’Unione o Comunità Nordica ciò divenne meno rilevante.

I paesi nordici sono anche nelle grinfie dei Grandi Poteri: durante la seconda guerra mondiale la Finlandia era in guerra con l’Unione Sovietica, perse il proprio territorio, fu occupata; Danimarca e Norvegia furono occupate dalla Germania nazista; l’Islanda fu un campo di battaglia per i Grandi. Ma questo condusse all’equilibrio nordico della guerra fredda con la Finlandia specializzatasi in Unione Sovietica, Svezia-Danimarca e Germania in varie maniere, Norvegia e Islanda in Anglo-America. La Georgia potrebbe essere la specialista della Russia, l’Armenia della Turchia e l’Azerbaijan dell’Iran; tutte e tre specialiste anche sugli aspetti positivi, che sono quelli in cui si trova la pace.

E tutti e tre alla ricerca sia di un’identità caucasica, lavorando a manuali di storia comuni (nient’affatto facile), imprese comuni per un comune import-export, una comune compagnia aerea, pattugliamento comune di confini interni ed esterni, in collaborazione con russi, turchi e iraniani. E politicamente, creando un Parlamento caucasico con sia stati sia nazioni rappresentati, per articolare e risolvere i problemi, e attenuare i confini. Tutti e tre potrebbero addirittura reinventarsi in quanto federazioni con svariate isole Aland al loro interno, o in quanto confederazioni qualora le parti dovessero insistere sull’indipendenza.

Il Caucaso, inoltre, ci richiama a come la Comunità-Unione Europea abbia creato dei ponti sui confini tra nemici, allargandosi addirittura alle nazioni. L’Est che sta espandendo l’Unione Europea può, un giorno, coincidere, con il Consiglio d’Europa dove i tre stati caucasici sono membri e assumere le sembianze di un ombrello d’attenuazione dei confini. I tre stati potrebbero diventare membri associati o a pieno titolo di un’Unione Europea dove le guerre sono impensabili.

 

Note

1 Gli Azerbaijani turchi.

2 Per approfondire le prospettive di TRANSCEND sul Caucaso dal 1997 vedere il capitolo 39 in 50 Years: 100 Peace & Conflict Perspectives, TRANSCEND University Press –TUP, 2008.

3 Arcipelago della Finlandia di monolingua svedese.

Con profonda gratitudine a Irakli Kakabadze per l’eccellente cooperazione, con così tanta perseveranza, in tutti questi anni dal 1996, quando ci incontrammo alla George Mason University nel Fairfax, Virginia, USA.

 

9 settembre 2013
Traduzione di Silvia De Michelis per il Centro Studi Sereno Regis.

Titolo originale: Caucasus Leaving the Cold War

http://www.transcend.org/tms/2013/09/caucasus-leaving-the-cold-war/

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