L’incubo artico che le autorità russe non vogliono si veda – Christy Ferguson

Sono a bordo della rompighiaccio di Greenpeace, Arctic Sunrise, prossima a entrare in un’area dell’Artico che le autorità russe non vogliono che noi vediamo. Hanno violato la legge internazionale negando alla nostra nave l’accesso a un’importante rotta marittima e hanno cercato di chiuderci fuori, di farci tacere. Ma con il mondo che guarda e con milioni di Difensori dell’Artico dalla nostra parte stiamo sfidando le autorità russe, rivendicando il nostro diritto di recare testimonianza e di protestare, e di entrare nel Mar di Kara. Sappiamo più o meno cosa c’è dietro il sipario:

  • Il gigante petrolifero russo di proprietà statale Rosneft: una società di cui pochi hanno sentito parlare fuori dalla Russia, ma che è una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo e uno dei più grandi responsabili mondiali di fuoruscite di petrolio nei terreni
  • Il gigante statunitense Exxon: famoso per il devastante riversamento della Exxon Valdez. Questo mostro affamato di profitti si è associato alla Rosneft per avvantaggiarsi della legislazione carente e dell’assenza di responsabilità nelle acque russe
  • Il Parco Nazionale Russo dell’Artico: un habitat critico per narvali, balene franche, orsi polari e trichechi e ora sito di una concessione illegale di trivellazione detenuta dalla Rosneft e sfruttata congiuntamente con la Exxon
  • Navi che conducono preparativi per queste società, individuando i depositi petroliferi con esplosioni forti abbastanza da uccidere una balena e verificando il fondale introducendo pesanti cilindri di metallo nel letto dell’oceano

E’ un incubo, e se le cose non cambieranno non potrà che peggiorare.

Ma c’è una differenza tra il sapere che qualcosa sta succedendo e vederlo con i propri occhi. Il governo russo e le compagnie petrolifere lo sanno quanto noi; e noi crediamo che sia per questo  che stanno cercando di escluderci. Ieri, avvicinandoci a Novaya Zemlya, l’arcipelago nell’estremo nord che separa il Mar di Barents dal Mar di Kara, banchi di delfini dal becco bianco hanno nuotato e giocato sulla scia della nostra nave su uno sfondo di arcobaleni e montagne dalle cime innevate. Abbiamo visto balene emergere nella distanza, pulcinella di mare e gabbiani volare sopra le nostre teste e spettacolari albe artiche. Se questa è la periferia, posso solo immaginare la magia che ci attende entro i confini del Parco Nazionale Artico. Quale magia e quali tenebre.

Entro tale parco, formalmente riconosciuto dal governo russo come ecologicamente sensibile e bisognoso di protezione, ci sono narvali, balene franche, delfini, orsi polari, trichechi e innumerevoli altre specie artiche. Se ci fosse una perdita di petrolio in quest’area – questo presunto rifugio di creature che non possono sopportare un’offensiva di attività industriale – devasterebbe questo luogo in un istante. Nonostante le leggi russe vietino l’attività industriale in quest’area, il governo ha concesso licenze illegali di trivellazione alla Rosneft e alla Exxon che si sovrappongono ai confini del parco; e tali compagnie non hanno esitato un attimo a prendersi tali licenze e a cominciare i preparativi per la trivellazione. Le compagnie petrolifere ritengono di poter operare in luoghi remoti come l’Artico russo senza essere controllate. Pensano di potersi giocare il futuro di luoghi come questo e condannare ogni abitante del pianeta a un pericoloso cambiamento climatico senza ostacoli o conseguenze. E se taceremo avranno ragione. Ma tre milioni e mezzo di persone si rifiutano di restare zitte. La Arctic Sunrise entrerà nel Mar di Kara nonostante i tentativi del governo russo di tenerci fuori. E assieme a attivisti e sostenitori di tutto il mondo continueremo a combattere le spericolate iniziative petrolifere nell’Artico dovunque le individueremo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/the-arctic-nightmare-russian-authorities-don-t-want-you-to-see-by-christy-ferguson.html Traduzione di Giuseppe Volpe

26 agosto 2013 http://znetitaly.altervista.org/art/12150

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