I piani di Israele per la Cisgiordania lasceranno pochissimo ai Palestinesi – Noam Chomsky

I colloqui di pace israelo-palestinesi che iniziano a Gerusalemme procedono all’interno di un quadro che merita un’attenta considerazione.

Una  congettura   prevalente è che ci sono due opzioni: o si raggiungerà un accordo per i due stati o ci sarà uno “spostamento verso un risultato quasi inevitabile dell’unica realtà che resta – uno stato che va ‘dal mare al fiume,’ un risultato che offre “una immediata minaccia esistenziale dell’identità di stato ebraico e democratico” a causa di quello che viene definito “il problema demografico”, una futura maggioranza palestinese in  un solo stato.

Questa particolare formulazione è dell’ex capo della Shin Bet israeliana (l’Organizzazione israeliana per la sicurezza), Yuval Diskin, ma le  congetture  fondamentali sono quasi universali nei commenti e nelle dottrine  politiche.

Sono, tuttavia, fondamentalmente incomplete. C’è una terza opzione, la più realistica: Israele porterà avanti le politiche attuali con il pieno appoggio economico, militare e diplomatico degli Stati Uniti, cosparsi di qualche mite espressione di disapprovazione.

Le politiche sono molto chiare. Le loro radici risalgono alla guerra del 1967 e sono state perseguite con particolare dedizione fino dagli accordi di Oslo del settembre 1993.

Gli Accordi determinavano che Gaza e la Cisgiordania sono un’entità territoriale indivisibile. Israele e gli Stati Uniti si sono mossi subito per separarle, il che vuol dire che qualsiasi autonomia possano guadagnare i palestinesi in Cisgiordania, non avranno accesso diretto al mondo esterno.

Un secondo passo è stato di portare avanti la creazione di una più grande Gerusalemme ampiamente estesa, incorporandola all’interno di Israele, come sua capitale. Questo è in violazione diretta degli ordini del Consiglio di Sicurezza ed è un secondo colpo per qualsiasi speranza di un’entità palestinese  fattibile. Un corridoio a est della nuova  Gerusalemme più grande, include la città di coloni Ma’aleh Adumim, fondata negli anni 1970, ma costruita soprattutto dopo gli Accordi di Oslo, e che praticamente taglia in due la Cisgiordania.

Dei corridoi verso nord che comprendono altre città di coloni, dividono ciò che deve rimanere sotto un certo grado di controllo palestinese — “Bantustan”, come sono stati chiamati da uno dei principali artefici di quella politica, Ariel Sharon, con un riferimento al territorio riservato ai Sudafricani di colore durante l’epoca dell’apartheid.

Nel frattempo, Israele sta incorporando il territorio sul lato israeliano del “muro di separazione” che divide in due parti la Cisgiordania, prendendosi la terra coltivabile  e i villaggi palestinesi.

Vi sono compresi i blocchi di insediamenti che “rimarranno parte di Israele in base a qualsiasi possibile futuro accordo di pace,” come dichiarato dal portavoce del governo israeliano, Mark Regev, quando sono stati annunciati i negoziati attuali.

La Corte Internazionale di Giustizia ha decretato che tutto questo è illegale. Gli Stati Uniti si sono  uniti al mondo nell’accettare quella conclusione nei primi anni dell’occupazione. Quando era presidente Ronald  Reagan, però, la posizione si era trasformata in “dannosa per la pace,” e Barack Obama l’ha indebolita ulteriormente, dichiarandola “non utile alla pace.”

Israele ha anche sgombrato dai palestinesi la Valle del Giordano e fondando nello stesso tempo insediamenti ebraici, facendo sprofondare i pozzi e altrimenti  preparandosi per un’eventuale integrazione della zona all’interno di Israele.

Questo completerà l’isolamento di qualsiasi entità palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo enormi progetti di infrastrutture in tutta la Cisgiordania, dai quali sono esclusi i palestinesi, portano avanti l’integrazione con Israele e presumibilmente un’eventuale annessione.

Le aree di cui Israele si sta impadronendo, saranno praticamente libere da arabi. Non ci sarà alcun nuovo “problema demografico”,  o una lotta per i diritti civili o contro l’apartheid, contrariamente a ciò che molti fautori dei diritti israeliani prevedono in un solo stato.

Restano aperte delle domande. In particolare, i presidenti statunitensi che hanno preceduto Obama, hanno impedito a Israele di costruire insediamenti sul sito E1 – un’area controversa della Cisgiordania, che Israele spera di sviluppare — che completerebbe la separazione della più grande Gerusalemme dall’area controllata dai palestinesi. Quello che accadrà è incerto.

Quando i negoziati sono iniziati, Israele ha chiarito le sue intenzioni annunciando altre costruzioni a Gerusalemme est e insediamenti sparsi, estendendo anche allo stesso tempo la sua “lista nazionale di priorità” di insediamenti che ricevono sussidi speciali per incoraggiare le costruzioni  e incentivi  per i coloni ebrei.

Obama ha chiarito le sue intenzioni, nominando come principale negoziatore Martin Indyk, il cui background è nella lobby israeliana, un intimo del negoziatore e consigliere presidenziale Tennis Ross, il cui principio guida è stato che Israele ha delle “necessità” che semplicemente superano le semplici esigenze palestinesi.

Questi sviluppi portano in primo piano una seconda ipotesi comune: che i palestinesi abbiano ostacolato il processo di pace imponendo delle precondizioni. In realtà gli Stati Uniti e Israele  impongono precondizioni fondamentali. Una è che il processo deve essere nelle mani degli Stati Uniti, che sono partecipanti attivi nel conflitto dalla parte di Israele, non “onesti mediatori.” La seconda è che si  deve permettere che le attività di Israele per gli insediamenti illegali continuino.

C’è uno schiacciante consenso internazionale in appoggio all’accordo dei due stati sul confine riconosciuto a livello internazionale, forse con “adeguamenti minori e reciproci”, alla linea del cessate-il-fuoco del 1949, secondo la formulazione di politiche statunitensi precedenti. Il consenso comprende gli stati arabi e l’Organizzazione degli Stati Islamici (compreso l’Iran). Era stato bloccato dagli Stati Uniti e da Israele fino dal 1976, quando gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione in questo senso presentata da Egitto, Giordania e Siria.

La serie di rifiuti continua ancora oggi. Il più recente veto di Washington a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per il territorio palestinese è avvenuto nel febbraio 2011; la risoluzione richiedeva l’attuazione di una politica ufficiale degli Stati Uniti  – la fine dell’espansione dei territori illegali di Israele. E la serie di rifiuti va molto oltre il Consiglio di Sicurezza.

E’ deviante anche la domanda: l’aggressivo Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu accetterebbe uno “stato palestinese”? Infatti la sua amministrazione è stata la prima a consentire questa possibilità quando è entrata in carica nel 1996,  dopo quella di Yitzhak Rabin e Shimon Peres, che hanno rifiutato questo esito. Il  collega di Netanyahu, David bar-Illan ha spiegato che alcune zone verrebbero lasciate ai palestinesi, e che se volevano chiamarle “uno stato” Israele non avrebbe fatto obiezioni — oppure potevano chiamarle “pollo fritto.”

La sua risposta riflette l’atteggiamento operativo della coalizione Stati Uniti-Israele per i diritti palestinesi.

Nella regione c’è grande scetticismo sull’attuale ripristino di Washington del  “processo di pace”. Non è difficile capire il perché.

 

17 agosto 2013 http://znetitaly.altervista.org/art/12097

http://edition.cnn.com/2013/08/16/opinion/mideast-talks-noam-chomsky/

 

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