Percorrere la nonviolenza – Recensione di Angela Dogliotti Marasso

cop suriamo percorrere la nonviolenzaM.Grazia Suriano, Percorrere la nonviolenza. L’esperienza politica della Women International League for Peace and Freedom (1915-1939), Aracne, Roma 2012

Il lavoro di Maria Grazia Suriano aggiunge un altro importante tassello alla storia invisibile della pace.

Mentre, infatti, nel secondo decennio del Novecento si stavano alzando i venti di guerra che sfociarono poi in quel tragico evento che fu la prima guerra mondiale, e mentre anche da parte di associazioni e partiti “democratici” si affermava la necessità di combattere “l’ultima guerra per porre fine alle guerre”, un gruppo di femministe pacifiste europee e statunitensi1, avverte l’esigenza di affermare una visione diversa delle relazioni interpersonali e interstatali, una visione che contempli l’ambizioso obiettivo del superamento della guerra e lavori per costruire una cultura di negoziazione, capace di affrontare i conflitti in una prospettiva di convivenza e di pace.

Fu così convocato il Congresso dell’Aja (28 aprile-1 maggio 1915), nel corso del primo anno di guerra.

Nonostante gli ostacoli che impediscono a molte di arrivare (es. chiusura del Mare del Nord al transito passeggeri), alla serata di apertura partecipano 1136 donne e al tavolo della presidenza siedono in 13, tra cui l’italiana Rosa Genoni.

Durante il congresso decidono di escludere ogni iniziativa mondana, nella convinzione che lo stare insieme sobriamente avrebbe contribuito di più a creare legami di amicizia e di cooperazione. Presto emerge infatti tra loro una comune identità fondata sulla sorellanza che le porta ad assumere “la loro differenza di genere come mezzo per la promozione di politiche di vita e non di morte e per giustificare la propria iniziativa pubblica a livello internazionale” (pag. 44).

La riformatrice sociale statunitense Jane Addams, in particolare, afferma la funzione politico-sociale della “cura” come antitesi alla deriva violenta della società.

Dalle 20 risoluzioni adottate emerge, tra l’altro, l’impegno a “resistere a ogni tentazione di rancore e di rivincita, nello spirito di mutua comprensione tra le nazioni” e a lavorare per la loro riconciliazione.

Le donne rivendicano un ruolo anche nelle trattative di pace, sottolineando l’inadeguatezza delle proposte della diplomazia internazionale, e la loro titolarità a intervenire per sanare i danni arrecati dalla guerra:

“per la prima volta si chiedeva di porre fine al massacro in corso e di aprire un tavolo negoziale, non per stabilire quali torti sanare, ma per affermare che i paesi in guerra- ognuno dal proprio angolo visuale- combattevano per la difesa propria e della nazione e i loro ideali comuni fornivano la base su cui era possibile stabilire una pace magnanima e onorevole: senza vincitori né vinti” (49).

Al di là delle talvolta differenti posizioni espresse dalle partecipanti, due aspetti balzano subito agli occhi, come tratti comuni di questa esperienza: la scelta convinta della necessità di una politica dal basso, che queste donne fanno, non solo con il loro incontro internazionale, ma anche organizzando, nel pieno della guerra, una delegazione di pace nei diversi paesi europei per sottoporre ai governi il piano in sei punti elaborato per uscire dalla guerra (piano Wales), e la lungimiranza sulle prospettive che possono riportare la pace: nell’immediato, trattati di pace giusti, non una pace punitiva (come sarà, invece, nei trattati post-bellici) e, in prospettiva, lo sviluppo di un lavoro culturale ed educativo capace di costruire una cultura di nonviolenza nelle generazioni future.

Il lavoro delle donne per la pace continua e dopo la guerra, al Congresso di Zurigo (1919) nasce formalmente la Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF); il quartier generale viene trasferito da Amsterdam a Ginevra.

Tra il 1919 e il 1939, mentre l’Europa cade sotto il dominio nazifascista e si prepara ad una nuova guerra, la WILPF si diffonde in molti paesi e organizza congressi ai quali partecipano le delegate di una ventina di sezioni.

Due sono i Premi Nobel per la pace assegnati ad autorevoli esponenti della WILPF: Jane Addams (1931) e Emily Balch (1946). Quest’ultima afferma in un suo intervento la necessità di una totale adesione alla nonviolenza:

“Abbiamo spazio per socialisti e non socialisti, per cattolici e quaccheri, agnostici e liberi pensatori. Non c’è posto nelle nostre fila per coloro che non convengono con noi che la violenza è essenzialmente distruttiva, che costringere gli altri non è un modo soddisfacente né efficace per indurre loro ad accettare i punti di vista o la volontà altrui, che nella casa, nella scuola, nelle corti penali, nei conflitti politici, nelle battaglie sociali la soluzione deve essere raggiunta per mezzo del paziente intelligente sforzo di trovare la soluzione che sia nel complesso la migliore per tutti e che questo venga fatto con uno spirito di onestà e buona volontà nei confronti dell’avversario” (102).

Tale opzione è anche chiaramente sancita dallo Statment del 1934:

“La Wilpf ha lo scopo di riunire insieme le donne di differenti tendenze politiche e filosofiche unite nella loro determinazione a studiare, rendere noto e abolire le cause della guerra, e a lavorare per una pace costruttiva.

Gli obiettivi primari della WILPF rimangono: il totale e universale disarmo, l’abolizione di mezzi violenti di coercizione per la risoluzione dei conflitti, la sostituzione in ogni caso con forme di soluzione pacifica, e lo sviluppo di una organizzazione mondiale per la cooperazione politica, sociale ed economica dei popoli.

Coscienti che questi obiettivi non possono essere ottenuti e che una effettiva e duratura pace e una vera libertà non possono esistere sotto il presente sistema di sfruttamento, privilegio e profitto, esse (le wilpfers) considerano loro dovere facilitare e accelerare attraverso metodi nonviolenti quella trasformazione sociale che permetterà di inaugurare un nuovo sistema sotto il quale sarà possibile realizzare l’uguaglianza sociale, economica e politica, per tutti, senza distinzione di sesso, razza, opinione…” (135).

Nel 1936 la WILPF, consapevole degli esiti deludenti della Società delle Nazioni nata nel primo dopoguerra ne propose una riforma che la trasformasse in “forum mondiale dei popoli”, al fine di realizzare una democratizzazione e una reale efficacia delle istituzioni preposte alla regolazione delle controversie internazionali.

Parte di queste proposte troveranno attuazione nello statuto dell’ONU del 1948 (la WILPF ha ancora oggi un suo ufficio nel palazzo delle Nazioni Unite a New York).

Anche nei periodi di crisi che precedono la seconda guerra mondiale la WILPF propone le sue strategie nonviolente: ispettori della Società delle Nazioni in Spagna per fermare il traffico di armi e sottrarle ai franchisti ribelli; denuncia delle pretese naziste su Danzica; boicottaggio dei prodotti giapponesi contro la violenza delle truppe nipponiche in Cina, difesa e protezione dei profughi fuggiti dalle zone occupate della Cecoslovacchia….

Nel secondo dopoguerra la WILPF ha continuato a gettare i suoi semi di pace e tuttora lavora con donne di tutto il mondo per una società realmente pacifica, aperta e democratica.

 

NOTA

1 Sono le donne che confluiranno nello Women’s Peace Party, fondato negli USA da Jane Addams nel 1915.

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