Nel nome di Dio, clemente e misericordioso – Mahmoud Ahmamda

Mahmoud Ahmamda, pastore, scrive a Lucrezia Marzolo, coltivatrice agricola  e allevatrice). 

Cara Lucrezia,

mi hanno detto che sarebbe stata una donna a leggere la mia breve lettera, una donna che conosce la fatica dell’essere pastore, che si cimenta con la terra e i suoi prodotti. Complimenti!

Sono Mahmoud al-Ahmamda, un pastore palestinese di Mufaqara, e rivolgo un saluto a tutti quanti i pastori in Palestina, all’estero e soprattutto in Italia, paese che ho visitato nel mese di febbraio, insieme a mia figlia, Sawsan, attivista per i diritti umani e studentessa. Siamo stati invitati da AssopacePalestina e da Luisa Morgantini che dal 1999, quando ci hanno cacciato e deportato dalle nostre terre e dalle nostre caverne è sempre stata con noi.

Abbiamo visitato diverse città, compresa Bologna, per raccontare della nostra situazione qui, nelle colline a Sud di Hebron, nel territorio che dovrebbe essere parte dello Stato di Palestina ed invece è occupato militarmente dall’esercito israeliano. Devo dirvi che io come pastore, insieme a tutti gli altri pastori e ai nostri animali, non soffriamo solo del tallone di ferro dei soldati, ma anche della follia e del razzismo dei coloni.

Io e Sawsan siamo stati colpiti dalla bellezza dell’Italia, dall’accoglienza calorosa che abbiamo ricevuto dalle persone che abbiamo incontrato.

Appena arrivato a Supino, in Ciociaria, ho subito chiesto a Luisa di poter incontrare un pastore e di vedere le pecore, sì perché, arrivando dall’aeroporto ho visto la campagna, con tanto verde e delle pecore ben pasciute e mi sono subito detto, pensando ai miei poveri animali sempre alla ricerca di cibo e di acqua, di come sono fortunate le pecore qui.

Salvatore, il pastore ciociaro che ho incontrato, è stato molto gentile, mi ha fatto vedere la produzione del formaggio, il recinto delle pecore, la tosatrice, ed io ho provato – lo confesso – un po’ d’invidia: noi non abbiamo una tosatrice, per la verità nel nostro villaggio non abbiamo neppure la luce, usiamo dei generatori ma il costo è enorme, perfino l’acqua la dobbiamo comprare dai camion pagandola a caro prezzo dagli israeliani, mentre i nostri pozzi sono stati chiusi e dirottati verso le colonie che hanno perfino le piscine. Il recinto per le pecore, non certamente grande e bello come quello di Salvatore, ci viene regolarmente distrutto dall’esercito, e quando non è l’esercito sono i coloni dei vicini insediamenti di Maon o di Carmel, che una volta mi hanno avvelenato tante pecore. Che dolore vederle lì morte.

Anche Salvatore mi ha detto di avere dei problemi, il costo della lana è caduto verticalmente, come da noi, e nessuno la utilizza più. Nel passato le nostre donne tessevano, ma era troppo lavoro e si perde anche la tradizione dei nostri bellissimi cappotti con lana di pecora interna.

Anche lui dice che fare il pastore è faticoso e vi è il problema dei costi del foraggio e di tanto altro, ma io però, con tutta onestà, penso che nessuno di voi abbia i nostri problemi, senza togliere nulla alle vostre difficoltà e pene.

Una volta quando ero giovane e non c’erano ancora i coloni, pascolavo le pecore e pensavo, suonavo, inventavo storie e – non ridete – scrivevo anche poesie. In Italia, un giovane mi ha chiesto: “che cosa pensi quando sei al pascolo?” Mi sono ritrovato a dirgli che in realtà l’unica cosa che mi attanaglia la mente è che spero che non arrivino i soldati a cacciarci via dal prato o i coloni mascherati che ci attaccano con pietre e bastoni, e che guardo con apprensione alle pecore che non riescono a trovare un filo d’erba perché dove c’è erba si sono insediati i coloni e così per noi è proibito pascolare.

Vi immaginate? E’ la nostra terra, di nostra proprietà, eppure arrivano persone dall’altro capo del mondo, dall’America, e dicono che la terrà è la loro per diritto divino, perché più di duemila anni fa qui vivevano gli israeliti. Ma anche noi abbiamo sempre vissuto qui, fin dai tempi di Davide, dentro le caverne che ci riparavano dal caldo dell’estate e dal freddo dell’inverno. Ma oggi, dicono i miei figli, noi stiamo lottando e resistendo per avere una casa, “per stare alla luce del sole” dice Sawsan, che è stata arrestata e tenuta in prigione, picchiata e bendata per dieci giorni perché, lei così piccola, si era messa davanti ai soldati che con le ruspe che demolivano la casa che ci eravamo costruiti con fatica.

Ti chiederai, cara, e vi chiederete, perché ci hanno distrutto la casa. Semplice: qui comandano le autorità israeliane, che non ci danno i permessi per costruire le case, ma noi vogliamo vivere e quindi ce le costruiamo anche senza permessi, è parte della nostra resistenza per non essere cacciati dalla nostra terra. Ad ogni modo, non pensate a grandi case, sto parlando di piccole stanze e quattro muri.

Ci dicono che la nostra è considerata area militare, per cui il nostro villaggio e altri 13 villaggi secondo i loro piani dovrebbero essere evacuati: più di 1500 persone allontanate per fare posto prima all’addestramento militare e poi certamente a nuove colonie.

Dovremmo veramente unire tutte le nostre forze e cercare di vivere nella giustizia e nella pace.

Noi vorremmo poter vivere in libertà, vorrei che le mie pecore potessero mangiare e bere e anche noi, vorrei che i miei figli e tutti gli altri potessero andare a scuola senza la paura di essere attaccati dai coloni come succede ai bimbi di altri villaggi che devono passare davanti alle colonie per andare nella scuola di At-Tuwani.

Non pensate però che ci lasceremo distruggere, ci siamo messi insieme pastori dei diversi villaggi, organizzati nei Comitati Popolari, e resistiamo in modo nonviolento, coscienti dei nostri diritti e di essere nel giusto. Anche le giovani donne si sono organizzate e stanno imparando ad usare i media per poter raccontare ciò che subiamo. Alle nostre iniziative partecipano anche cittadini israeliani, che sfidano il loro governo e che non vogliono essere complici di crimini internazionali, e che condividono con noi la durezza dell’occupazione militare, come i giovani di Operazione Colomba.

Abbiamo però bisogno di tutti voi: da soli non possiamo mettere fine all’occupazione militare israeliana delle nostre terre e vivere in pace nel nostro stato.

Sento che questa lettera è già un’azione e sono grato che venga letta all’interno del festival “Cuore di Palestina” e che voi in Italia possiate vedere ciò che i nostri artisti producono, malgrado la repressione e la scarsità di risorse.

Vi lascio facendo un invito, e non solo ai pastori o ai contadini ,ma a tutti e tutte: per capire davvero venite da noi a vedere con i vostri occhi e sentire con il vostro cuore, vi aspettiamo a braccia aperte qui ad al Mufaqqarah.

Sappiate però che se intraprendete questo viaggio non è perché rimanga nella vostra memoria, voi dovrete farlo diventare fertile, dovrete essere la nostra voce per raccontare al mondo del nostro bisogno e diritto di giustizia, di libertà, di pace.

Salam Al ekum – la pace sia con voi.

Mahmoud al-Ahmamda

Al Mufaqqaraq, colline a sud di Hebron, Palestina

 

Nota della redazione

Pubblichiamo volentieri questa lettera ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà a Mahmoud, ma non possiamo fare a meno di notare la similitudine dell’atteggiamento di Israele nei suoi confronti con quello che, citando il filosofo tedesco Max Horkheimer  (Crepuscolo, 1933) la specie umana fa vivere agli animali: “…Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. … Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato”.

 

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