10 modi per imparare a essere poveri ma felici – Recensione di Cinzia Picchioni


cop 10 poveriAndrea Pomella, 10 modi per imparare a essere poveri ma felici, Laurana, Milano 2012, pp. 144, € 11,90

Cominciamo dal fondo, e più precisamente dalla Bibliografia, fatta come dovrebbe essere, secondo me, perché non è solo un elenco – in ordine alfabetico, o in ordine di data, o in ordine di argomento poco importa – ma è commentata, tipo: «su cosa sia la cultura della povertà e sulle ragioni di un rifiuto del materialismo occidentale: Ernst. F. Schumacher, La misura della felicità. Ecologia ed economia dalle grandi alle piccola cose» e seguono dati. E così per pochi titoli, ma molto indicativi degli argomenti trattati nel libro. Si trova alle pp. 131-3.

Poco prima della Bibliografia c’è un «epilogo» meraviglioso, che sono stata tentata di trascrivere integralmente, ma poi la recensione sarebbe stata troppo lunga (e quindi illeggibile, io amo la sintesi), quindi chi vorrà potrà leggere la «fine» del libro a p. 126.

Luna-park/Terra-park

Non ci avevo mai pensato che il parco divertimenti frequentato da bambini si chiamasse in effetti così, con due parole, una delle quali è il pianeta-satellite della nostra Terra. Mi ci ha fatto pensare Marco Rovelli, il prefatore, usando lo stesso modo di dire: «Si tratterebbe di capire che possiamo vivere bene senza il mito dello sviluppo, fuori dal’idolatria del Pil, rompendo le vetrine e i labirinti di specchi di questo insulso “terra-park”» (p. 9)

Quanto basta?

Questa domanda, che guida tutte le riflessioni anche a proposito della semplicità volontaria, è benissimo illustrata in poche righe alle pp. 30-1 di questo libro. Si parla di scarpe, ma il ragionamento può riguardare ogni oggetto (e forse anche i non-oggetti?):

«[…]Il risultato è che sono arrivato a possedere qualcosa come venti paia di scarpe, ma indosso regolarmente sempre le stesse due paia. […] In una società equilibrata, che non si fondi sulla disparità dei redditi per cui tutti cercano cose di prima classe per non apparire persone di seconda classe, le mie diciotto paia di scarpe inutilizzate sarebbero finite nel guardaroba di nove persone. Con i soldi che ho speso improduttivamente, dieci persone, me compreso, avrebbero avuto due paia di scarpe a testa da calzare a giorni alterni. Invece io ho venti paia di scarpe, ne uso solamente due paia, mentre nello stesso momento nove persone, in qualche parte della città, frugano tra gli scarti dei cassonetti alla ricerca di vecchie scarpe dismesse perché non hanno abbastanza soldi per potersene comprare di nuove. Questa si chiama disuguaglianza».

Consumare o custodire?

Dopo aver letto il brano precedente si potrebbe smettere di andare avanti nel libro, e si potrebbe cominciare ad applicare la regola contenuta nelle sue righe e rispondere ogni giorno alla domanda in neretto «Quanto basta?» qualche riga più su. In effetti: «L’obiettivo che si propone questo libro è indicare dieci modi per imparare (o re-imparare) a essere poveri, dieci piccole vie che mettano in discussione l’equazione secondo cui a maggiore ricchezza corrisponde maggiore felicità» che «povertà e felicità non sono venute al mondo ineluttabilmente in contrasto l’una con l’altra, che esiste anche la possibilità di essere felici in povertà […] p. 14. Ma invece conviene seguitare nella lettura, soprattutto perché sia chiara la differenza fra povertà (scelta) e miseria (subìta), perché si rifletta sull’inganno di cui siamo vittime: «[…] la società in cui ho vissuto mi ha fatto credere che una felicità a interessi zero, di beni prendi oggi e paghi fra un anno, fosse alla mia portata. Era una colossale bugia, ma me ne rendo conto solo adesso» (p. 20). E non posso non citare mio padre (classe 1924) che mi ha sempre insegnato a stare lontana dalle «rate»: la regola era semplice «non hai i soldi per comprarti quella cosa? Non la compri. Non chiedi in prestito i soldi per comprarla, non la compri a rate, non firmi cambiali; vuol dire che non puoi comprartela».

Semplice. Altrettanto semplice il consiglio contenuto a p. 39, in cui siamo già nell’«allenamento» ad essere poveri. Dopo una frase illuminante: «C’è una differenza importante […] fra un benestante e un povero: il benestante consuma, il povero custodisce», l’autore passa a illustrare come imparare ad essere povero: cambiare il rapporto con le cose, soprattutto perché se ne posseggo di meno saprò trattarle meglio, custodirle, averne cura, ripararle. Ma questa è solo la conclusione di un ragionamento che dura pagine e pagine e che è veramente importante leggere se avete deciso di riflettere sul vostro rapporto con i beni (denaro e altro), anche se non avete ancora deciso di diventare poveri.

Sviluppo o progresso?

Già le sento le obiezioni: e ma se tutti diventassimo poveri come farebbe la società ad andare avanti? L’economia come «girerebbe»? (odio questa storia dell’economia che «gira» e che «dobbiamo far girare l’economia»…). Mi pare carino ciò che scrisse – negli anni Sessanta!!! – un profeta, Pasolini:

«La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di destra. Chi vuole infatti lo sviluppo? […] chi lo vuole […] per ragioni di immediato interesse economico? […] è chi produce; sono cioè gli industriali. […] Chi vuole, invece, il progresso? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare. […] Il progresso è dunque una nozione ideale (sociale e politica); là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico» (da Scritti corsari, citati a p. 49).

Dopo questa citazione degna di essere letta ce n’è un meno degna, che riguarda il ministro Sacconi e la sua tesi circa il fatto che l’uguaglianza è roba vecchia (p. 50), mentre l’autore sta spiegando che la povertà «mette in rete le risorse disponibili, attiva le comunità,sviluppa l’universalismo».

Poveri illustri

Come in ogni manuale che si rispetti, anche in questo «10 modi per…» non può mancare l’elenco dei nomi illustri che hanno già imparato a fare ciò che il manuale stesso ci promette di insegnarci. Naturalmente c’è Gesù («Possiamo soddisfare tutte le necessità del nostro corpo e del nostro spirito con i mezzi morali che la natura ci ha messo a disposizione. È il principio di verità di cui Gesù è venuto a conoscenza […] l segreto a cui bisogna accedere per essere iniziati alla povertà», p. 54); c’è Francesco d’Assisi, secondo cui – abbiamo già incontrato questo concetto – dobbiamo incominciare dal necessario se vogliamo imparare ad essere poveri: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare impossibile», questa frase, attribuita al santo di Assisi, «Nel nostro decalogo sulla povertà […] non può mancare» (p. 58); come non può mancare Henry David Thoreau (ma anche Seneca) che così invita chi voglia sul cammino della povertà: «Coltiva la povertà come un giardino di erbe aromatiche, come salvia. Non ti affannare più del necessario per ottenere cose nuove, siano esse vestiti o amici. […] il recupero di un antico insegnamento di Seneca: dobbiamo sempre considerare le cose di cui ci circondiamo come provvisorie, quasi ci fossero date in prestito (p. 21). Seneca è citato di nuovo, molto più avanti, a proposito della verità: «Nessuno lontano dalla verità può dirsi felice» (p. 118) e «La felicità sta nel raggiungere una verità», non ci viene in mente Gandhi e la sua ricerca della verità, durata tutta la vita?; c’è anche Simone Weil (citata nella quarta di copertina) con la famosa «invettiva» contro il denaro, la sua stupidità e le sue bugie.

Fiabe

All’interno del sesto «modo per…», quello relativo ai giochi di fortuna, ci sono alcuni divertenti rimandi alle fiabe e alla morale che contengono. Naturalmente non può mancare un riferimento a Pinocchio e al suo tentativo di arricchirsi «seminando» i denari nel campo dei miracoli. Nel nostro libro la volpe è lo Stato che invece «di persuadere i cittadini che il benessere va perseguito attraverso il lavoro […]fa credere che basta mettere in una buca del terreno quel poco che si ha, annaffiare, e aspettare che cresca l’albero degli zecchini d’oro»; il riferimento alle lotterie, gratta e vinci, slot-machines (ora persino negli uffici postali!!!) è evidente, ma «un sistema sociale che si regge sulle aspettative di fortuna è un sistema destinato al collasso» (p. 83). Un’altra favola è tratta da «Le mille e una notte» e racconta di un marinaio «Abdallah di terra e Abdallah di mare», il cui destino cambia non grazie alla fortuna, ma grazie alla sua capacità d’introspezione e di trovare risorse nel profondo di sé.

Nonostante il grande contributo, non solo di fiabe naturalmente, che ci viene dagli «altri» Paesi, scopriamo che fra i «modi per…» ce n’è uno che si intitola «Nascere dalla parte giusta del Mediterraneo», vediamo perché.

Né uomo, né povero, né straniero

Che ci fa fra i «10 modi per imparare ad essere poveri», un titolo come «Nascere dalla parte giusta del Mediterraneo»? C’è perché l’autore vi sviluppa, polemicamente, il concetto che «la chiave per capire il fenomeno dell’emigrazione è la povertà» (p. 19), non scelta, tantomeno imparata, ma solo subìta. E poi vi si legge che qualcuno ha tratto giovamento dall’introduzione del reato di immigrazione illegale eccetera e che ciò che distingue un povero italiano da un povero straniero è il fatto che il povero straniero non è autorizzato ad essere tale e che «Il povero straniero non può essere povero perché non può essere in senso lato» (p. 101). Ecco che nascere dalla parte giusta del Mediterraneo conta eccome!

Bastare a se stessi

Il libro è ben scritto, per nulla «mentale», ma anzi pieno di riferimenti al fatto che bisogna partire da noi. Un po’ come dice Alessandro Bergonzoni: «prima evoluzione, poi rivoluzione». Mi sembra un libro utile per meditare, per insegnare, per imparare, per trovare lo stato d’animo del piccolo titolo qui sopra: «Ma bastare a se stessi indica anche lo stato in cui il mio carattere e il mio spirito vincono sul corpo, il momento conclusivo di una lotta che o ingaggiato con una parte di me. È uno stato di pace duraturo, il punto di equilibrio in cui la povertà non fa più paura, ma anzi diventa la condizione in cui tutti i miei bisogni sono soddisfatti, il momento in cui ritrovo l’autonomia perduta, la libertà di essere e di fare che credevo di aver smarrito insieme al denaro, al benessere e alla ricchezza. (pp. 54-5).

 

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