La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita – Recensione di Nanni Salio

cop Mauro Bonaiuti, La grande transizioneMauro Bonaiuti, La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita. Prefazione di Serge Latouche, Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 188

La letteratura sulla grande crisi sistemica globale (economico-finanziaria; ecologico-climatica-energetica; agricolo-alimentare; sociale-esistenziale) è enorme e cresce costantemente, contribuendo a generare un senso di smarrimento di fronte alla complessità, reale o apparente, del sistema, paragonabile a una ragnatela o a un labirinto dal quale fatichiamo a uscire.

Mauro Bonaiuti cerca di districarsi e di offrire una via d’uscita per realizzare “la grande tansizione”, in senso inverso rispetto a quella analizzata da Karl Polanyi nel suo famoso lavoro del 1944, dal quale viene ripreso il titolo.

Dopo l’ampia prefazione di Serge Latouche che precisa ancora una volta cosa intende per decrescita, il libro è articolato in quattro capitoli.

Nel primo, l’autore affronta il tema della complessità, intesa come condizione fondamentale per poter analizzare la crisi sistemica e in particolare la natura entropica del processo economico, a partire dalla teoria bioeconomica di Georgescu-Roegen basata sui principi della termodinamica.

E’ bene notare che l’uso del concetto di entropia e delle leggi della termodinamica in campo economico, e non solo, avviene sovente in modo disinvolto e impreciso. Basti pensare che anche tra i fisici ci sono perplessità e questioni eternamente aperte. E’ noto quanto riferisce Claude Shannon a tale proposito: «La mia più grande preoccupazione era come chiamarla. Pensavo di chiamarla informazione, ma la parola era fin troppo usata, così decisi di chiamarla incertezza. Quando discussi della cosa con John Von Neumann, lui ebbe un’idea migliore. Mi disse che avrei dovuto chiamarla entropia, per due motivi: “Innanzitutto, la tua funzione d’incertezza è già nota nella meccanica statistica con quel nome. In secondo luogo, e più significativamente, nessuno sa cosa sia con certezza l’entropia, così in una discussione sarai sempre in vantaggio”».

Anche per quanto riguarda il concetto di complessità sorgono non poche difficoltà. Qui ci limitiamo a notare che se la complessità è eccessiva non siamo in grado di tenerla sotto controllo. Nella sua ricerca, Einstein mirava a costruire teorie basate sul criterio della sempicità esplicativa, non semplicistiche bensì capaci di interpretare il maggior numero di fenomeni in modo unitario e profondo.

Un esempio che considero felice, semplice e profondo al tempo stesso, è il noto modello

IPAT (I = P x A x T) proposto sin dal 1973 da Barry Commoner, Paul Ehlrich e John Holdren. Con tre sole variabili, popolazione P, affluence A e tecnologia T, si riesce a descrivere l’impatto I sull’ecosistema terrestre in modo chiaro, comprensibile da chiunque.

Ma un’altra questione che occorre affrontare quando comunque si parla di sistemi complessi è la nostra mancanza di conoscenza esaustiva, ovvero la nostra “ignoranza”. Non ne sappiamo abbastanza di questi sistemi e pertanto è sempre possibile che si commettano degli errori, sia nella fase teorica interpretativa, sia in quella decisionale. Ecco allora che occorre introdurre un principio di precauzione e di reversibilità del corso degli eventi, che consenta di apprendere dagli errori. Oggi ci troviamo, a livello planetario, di fronte a un gigantesco “errore di scala”, come fa notare Bonaiuti nella sua analisi dei sistemi complessi. Correggere questo errore è diventato tanto indispensabile quanto difficile.

Il secondo capitolo ripercorre sinteticamente le principali tappe dell’ “età della crescita” utilizzando il termine, proposto da Jeremy Rifkin, di “spartiacque entropico” inteso come periodo di transizione da un ambiente energetico a un altro, reso necessario da un elevato grado di entropia raggiunto dall’ambiente. In altre parole, in ciascuna di queste fasi si viene a creare una crisi energetica che viene superata mediante una innovazione tecnoscientifica. L’ultima è quella della rivoluzione industriale grazie all’utilizzo crescente dei combustibili fossili, in particolare nel XX secolo, con il petrolio che è tutt’oggi il motore per eccellenza della crescita. Ma come ben sappiamo, siamo giunti al “picco del petrolio”, che comporta costi crescenti e rendimenti decrescenti (vedi capitolo tre).

In realtà, è meglio descrivere la crisi energetica come crisi di “potenza energetica”. Il concetto di potenza permette di comunicare meglio il senso di questa crisi e di individuare un indicatore, la potenza energetica pro-capite, come termine di riferimento, così come si fa con l’impronta ecologica, o con il famigerato PIL pro capite e altri indicatori ancora.

Una delle migliori analisi di questo approccio alla questione energetica si trova nei lavori di Luigi Sertorio, sia in quelli a carattere più specialistico (Ecofisica, Bollati Boringhieri, Torino 2009), sia in quelli più divulgativi (Cento watt per il prossimo miliardo di anni, Bollati Boringhieri, Torino 2008). Da questi lavori, come da quelli della scuola svizzera del Politecnico di Zurigo, si deduce la necessità e la possibilità di progettare la transizione verso una “Società a 2000 Watt” di potenza pro capite. E’ un obiettivo concreto, definito, realizzabile, sostenibile, che consentirebbe effettivamente di progettare l’uscita dalla grande crisi, almeno per quanto riguarda la questione energetica.

Il terzo capitolo introduce la teoria dei “rendimenti decrescenti”, a partire dal lavoro di Joseph Tainter, che in realtà fu preceduto, dieci anni prima, da quello di Orio Giarini e Henri Loubergé, “La delusione tecnologica. I rendimenti decrescenti della tecnologia e la crisi della crescita economica”, (Mondadori, Milano 1978). Per quanto riguarda l’energia, è di fondamentale importanza il concetto di EROEI (Energy Return On Energy Investment, ritorno energetico sull’investimento energetico) che è l’equivalente del ritorno monetario di un conto in banca,  espresso però in unità di energia. E’ una valutazione di quanta energia viene ricavata da un impianto nella sua vita media rispetto a quella impiegata per costruirlo e mantenerlo. Ai tempi d’oro, il petrolio aveva un EROEI intorno a 100. È questo che ha consentito di costruire una civiltà che non ha pari nella storia umana. Però, l’EROEI delle fonti fossili non è fisso, cambia negli anni via via che si esauriscono i giacimenti migliori e oggi è sceso a valori intorno a 15-20 e continua a scendere, contribuendo a creare le difficoltà in cui ci troviamo.

Il quarto, e ultimo, capitolo descrive quattro “scenari e prospettive di transizione”:

1. collasso (a partire dai lavori di Tainter e Diamond, ma aggiungerei come caso specifico il lavoro di Johan Galtung sulla previsione del crollo dell’impero USA, The Fall of the US Empire – And Then What?, TRANSCEND University Press 2009);

2. nuova, per quanto improbabile, espansione nella quale credono i fautori dell’ high tech in tutte le sue principali ramificazioni (nanotecnologie, biotecnologie, robotica) con l’aggiunta della smodata, pericolosa e sostanzialmente infondata speranza nel gas e petrolio da scisti;

3. fortezza, ovvero involuzione totalitaria e nuovi fascismi, che secondo alcuni è già in corso;

4. resilienza e “decrescita serena”, ancora in larga parte da progettare e da immaginare.

Si possono riassumere le critiche all’attuale sistema economico dominante, non solo mediante analisi che richiedono competenze specifiche di economia, ma con il linguaggio più semplice e diretto dei “teoremi di impossibilità” (e tali sono anche i principi della termodinamica) , come sostiene Bonaiuti quando afferma “l’impossibilità di estendere a tutti la logica del sempre più, che è già insostenibile anche se praticata da una minoranza” (p. 90-91). E’ a questo punto doveroso il richiamo a Gandhi che, ben un secolo prima, descrisse negli stessi termini la follia del sistema economico capitalista. Lo ricorda J. Charles Koilpillai (“Five Myths About Gandhian Economics”, www.transnational-perspectives.org/transnational/…/article405.pdf ) che propone due “teoremi di impossibilità di Gandhi”:

Primo teorema di impossibilità: Un continuo incremento di benessere materiale non assicura la felicità a causa della tendenza dei bisogni di moltiplicarsi ancora più velocemente.

Secondo teorema di impossibilità: Sarà impossibile per l’industrializzazione fornire una soluzione soddisfacente ai problemi economici dell’umanità.

Nell’affrontare e proporre una visione centrata sulla decrescita e sul superamento del modello economico dominante mi pare utile fare riferimento a chi, prima di noi e forse meglio di noi, ha visto e previsto quanto sta accadendo. Nel suo Hind Swaraj, scritto di getto nel 1909 e ispirato anche dalla lettura di Unto This Last, di John Ruskin, Gandhi ci offre un modello di società basata sull’etica della “semplicità volontaria”, che fu ripreso successivamente, sino ai giorni nostri, da autori come Richard Gregg, Ivan Illich, Ernst Fritz Schumacher, Vandana Shiva, per limitarci ai più noti. Su questo modello si venne a creare una vera e propria “scuola di economisti gandhiani” tra i quali spiccano i nomi di Joseph Kumarappa e Romesh Diwan in India e Roberto Burlando in Italia. Si deve a Diwan una efficace sintesi dell’economia nonviolenta in “sette parole chiave”, che consentono di presentare con il linguaggio semplice, chiaro e diretto, nel quale Gandhi fu maestro, un messaggio rivolto ai più poveri tra i poveri. Se è difficile anche agli addetti ai lavori districarsi negli oscuri meandri dell’economia finanziaria, lo è ancor più per chi non è competente. Ma forse i poveri godono di un vantaggio: per loro l’economia reale è quella della quotidianità e comprendono molto meglio dei super ricchi il messaggio evangelico e quello gandhiano.

Sanno bene, perché lo vivono sulla propria pelle, che i fondamenti dell’economia sono di natura etica: da un lato l’etica dell’avidità senza limiti dello 0’1% (non ne hanno mai abbastanza), dall’altra l’etica della condivisione, della solidarietà e della nonviolenza. La visione gandhiana ci aiuta a rendere più facilmente realizzabili le richieste di giustizia che si levano dai quattro quinti dell’umanità, mediante la settima “parola chiave”, che non si trova in nessun manuale di economia, neppure in quelli sulla decrescita: il satyagraha, la lotta nonviolenta come sostituto della lotta di classe che, come sostiene Warren Buffett, non è affatto scomparsa, ma la stanno combattendo e, momentaneamente, vincendo i super-ricchi. Per realizzare “la grande transizione” e invertire gli esiti attuali di questa lotta, occorre una strategia nonviolenta, nei mezzi e nei fini. E Gandhi ci ha insegnato come fare.

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