Un nuovo paradigma per l’ educazione alla pace – Angela Dogliotti Marasso

Nell’ambito della Peace Research è emersa, nel corso dell’ultimo decennio, una nuova prospettiva nell’educazione alla pace, fondata sul ripensamento critico di alcuni dei suoi fondamentali presupposti, tra cui i concetti stessi di pace e di conflitto.

Secondo il principale esponente di questa scuola, H.B. Danesh, già presidente della Landegg International University (Svizzera), fondatore dell’International Education For Peace Institute (Canada e Svizzera) ed ex professore di Conflict Resolution, Peace Education e Psychiatry all’Università di Ottawa (Canada), tre sono i principali indirizzi presenti oggi nel campo dell’educazione alla pace (EDAP):

  1. l’EDAP come training alla risoluzione dei conflitti, che si propone l’obiettivo della trasformazione costruttiva dei conflitti come condizione basilare per prevenire e contenere la violenza;
  2. l’EDAP come educazione alla democrazia, basata sul presupposto che incrementando la partecipazione democratica, la tolleranza e la responsabilità personale possano diminuire violenza e guerra;
  3. l’EDAP come consapevolezza dei diritti umani, nella convinzione che una pace strutturale sia raggiungibile solo attraverso il riconoscimento e il rispetto dei diritti umani.

A quale tipo di pace fanno riferimento questi approcci prevalenti nell’EDAP? Sono sufficienti per creare effettive basi concettuali e metodologiche per passare da società basate su violenza e conflitto a società di pace?

Secondo l’autore ciò che manca è una comune ridefinizione del concetto stesso di pace; il suo intento è perciò quello di formulare una Teoria Integrativa della Pace (ITP), capace di mettere a fuoco le potenzialità positive e trasformative anziché partire dai comportamenti negativi e dai conflitti:

“…Molti programmi di educazione alla pace assumono il conflitto come elemento centrale del proprio approccio teorico e delle proprie metodologie. Il messaggio che i partecipanti ricevono, in tal modo, è che si deve assumere il conflitto come inevitabile e imparare a massimizzarne i benefici. Ma se l’EDAP deve condurre a una trasformazione qualitativa delle percezioni, dei sentimenti, delle attitudini e dei comportamenti, sia a livello individuale che collettivo, in modo tale che si possano perseguire obiettivi e politiche di pace, allora l’adozione del conflitto come piattaforma normativa per una tale educazione rappresenta una contraddizione concettuale”1

La pace, in una prospettiva integrata con bisogni e conflitti, appare infatti come il risultato finale di un processo evolutivo complesso, l’esito di una transizione dalla insicurezza autocentrata governata dagli istinti di sopravvivenza e dalle tensioni dicotomiche dei processi di formazione identitaria, a uno stato di consapevolezza della nostra fondamentale unità e interconnessione con l’umanità intera, con la natura e con la vita stessa.

Solo uno stato di pace inclusivo, dinamico, consapevole e progressivo, risultato di una visione del mondo fondata sull’unità è capace di soddisfare i bisogni umani fondamentali di sopravvivenza, di associazione, di trascendenza, presenti in tutti i processi legati alla convivenza e alla vita stessa dell’umanità.

Una idea integrata di pace nelle diverse visioni del mondo (tab.1)

Visione del mondo Bisogni Diritti umani Conflitto Pace
Basata sulla sopravvivenza Sopravvivere(cibo,riparo,salute…)

Bisogni di I ordine

Diritto alla sicurezza e al sostentamento Conflitto basato sulla paura e sul potere Pace fondata sulla forza
Basata sull’identità Relazione-associazione (giustizia-uguaglianza-libertà)Bisogni di II ordine Diritto all’uguaglianza, alla libertà personale, alla felicità c. basato sulla competizionevittoria del più adatto/forte Pace basata sul conflitto
Basata sull’unità Spiritualità, trascendenza, ricerca di sensoBisogni di III ordine Diritto alla verità, libertà di convinzione spirituale Unità nella diversitàRelazioni centrate sull’insieme Pace basata sull’unitàDemocrazia consultativa/partecipativa

La tesi di Danesh è dunque che la violenza umana non è inevitabile e necessaria, ma è piuttosto l’esito della violazione della legge fondamentale che governa la vita e le relazioni: l’unità.

La vita si sviluppa in un contesto di relazioni basate sull’unità, intesa non come conformità, ma come “l’integrazione funzionale di due o più entità uniche in uno stato di armonia e cooperazione che sfocia nella creazione di una nuova entità, solitamente di ordine superiore”, e quando questa entità è violata nascono violenze e conflitti.

Come si può vedere, il concetto di unità è insieme semplice e complesso. Molti confondono l’unità con identità o uniformità; invece, per realizzarsi essa richiede la diversità, proprio come nel corpo umano i vari organi e sistemi funzionano solo se sono collegati l’uno all’altro, in una unità integrata e differenziata.

Una visione del mondo orientata alla pace riconosce che, in quanto esseri umani, siamo esseri psicologici, sociali, politici, etici e spirituali allo stesso tempo; che la natura umana è essenzialmente evolutiva e che la sfida della vita è incrementare la nostra capacità di creare unità nelle diversità, all’interno di noi stessi, nelle nostre relazioni e nel mondo”2

Questa prospettiva è quella che Danesh chiama “il paradigma centrato sull’unità”.

A partire da questi principi è stato eleborato un curriculum di EDAP fondato sulle seguenti premesse:

  • a tutti i livelli della vita umana (intra e inter), l’unità e non il conflitto è la forza operativa e creativa per costruire relazioni di pace;
  • la visione del mondo è la struttura fondamentale che segna tutti i comportamenti, individuali e di gruppo;
  • la pace è il risultato di una visione del mondo basata sull’unità.

Le tre principali visioni del mondo identificate da Danesh (basate sulla sopravvivenza, sull’identità, sull’unità) corrispondono agli stadi dell’infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta nello sviluppo psicosociale. La direzione normale dello sviluppo è verso livelli maggiori di integrazione e di unità.

Le tre visioni del mondo e le loro caratteristiche (tab.2)

Visioni del mondo sopravvivenza identità unità
Percezione Il mondo è pericoloso Il mondo è una giungla Il mondo è uno
Principio operativo Potere è diritto Vittoria del più adatto Unità nella diversità
Tipi di relazione Dicotomica Individualistica Inclusiva
Scopo ultimo Sopravvivere e controllare Vincere ed essere superiori Creare unità e pace
Tipo di presa delle decisioni Autoritario/assolutistico Competitivo/relativista Consultivo/integrativo

 

In sintesi, la Teoria Integrativa della Pace (ITP) afferma che:

  • gli esseri umani si relazionano tra loro, con il mondo e con la vita attraverso le lenti della propria visione del mondo;
  • l’educazione ha un ruolo primario nello sviluppo delle visioni del mondo nel contesto familiare, scolastico, sociale;
  • una efficace EDAP deve mettere a fuoco tutti gli aspetti della vita umana: intellettuali, emotivi, sociale, politici, morali e spirituali e deve fondarsi sul paradigma dell’unità.

Un curriculum di EDAP ispirato a questi principi è stato proposto in Bosnia Erzegovina a partire dal 1999 (Education For Peace Program), con lo scopo di sanare le ferite della guerra e imparare a prevenire e risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza.

All’inizio il programma pilota comprendeva 6 scuole (tre primarie e tre secondarie) a Banja Luka, Sarajevo e Travnik, con il coinvolgimento di 6000 studenti e più di 400 insegnanti.

Dal 2006 EFPProgram è stato esteso a 112 scuole, per 80.000 studenti e 5.000 insegnanti e un piano quinquennale di implementazione (tra il 2007 e il 2012) aveva lo scopo di estenderlo a tutte le scuole primarie e secondarie della Bosnia (500.000 studenti e 50.000 docenti)

Nel curriculum EFP la pace non è uno dei soggetti di studio, ma il criterio interpretativo unitario per tutte le materie. Ciò comporta una revisione critica da parte degli insegnanti delle proprie visioni del mondo e del loro impatto sulle pratiche pedagogiche.

Il progetto è stato avviato dopo una attenta analisi della situazione post bellica e contestualizzato per rispondere ai bisogni emergenti da una società complessa e difficile come quella della Bosnia Erzegovina creata dagli accordi di Dayton (2 entità, 10 cantoni federati, una repubblica e un distretto):

  • potenziare la comprensione interetnica;
  • aiutare i giovani a sviluppare un positivo senso di identità sia come cittadini della Bosnia, sia come cittadini del mondo;
  • sviluppare la consapevolezza dei diritti umani universali e il principio della responsabilità individuale e collettiva per la loro applicazione;
  • capire le cause della violenza e le strade per creare ambienti violence-free (liberi dalla violenza);
  • rispondere ai traumi di adulti e ragazzi in modo adeguato;
  • approfondire i principi, le pratiche e i valori democratici;
  • aiutare i giovani ad acquisire le necessarie conoscenze, attitudini, motivazioni e abilità per diventare peacemakers.

Uno degli aspetti più interessanti del EFP Program è quello relativo al trattamento dei traumi e allo sviluppo di un atteggiamento di cura compassionevole (culture of healing).

La novità rilevante è che nel progetto si sostiene la necessità dell’intervento sia verso chi ha subito violenza, sia verso chi l’ha perpetrata, distinguendo le “vittime” in tre categorie:

  • la vittima primaria, che ha subito violenza diretta e intenzionale;
  • l’aggressore, che ha compiuto violenza, ed è profondamente ferito per il fatto di aver egli stesso violato la propria umanità;
  • la vittima non intenzionale (ad es. i civili che hanno subito le conseguenze di un bombardamento)

Uccidere un altro essere umano è un atto de-umanizzante e mette chi lo compie di fronte alla propria malvagità. A questa situazione i perpetratori spesso rispondono con l’auto-distruzione (abuso di alcool e droghe, abbandono…), con la negazione del male commesso (giustificazioni, rifiuto della consapevolezza…), con la ricerca della punizione o, nel migliore dei casi, con la richiesta di perdono.

Una società non può essere in pace dunque finchè tutti i processi distruttivi e autodistruttivi non vengono presi in carico e risanati.

E’ necessario creare un contesto tale per cui sia chi ha subito violenza, sia chi l’ha agita desiderino raggiungere una comune comprensione di quanto avvenuto, ricevano le loro rispettive, e diametralmente opposte, misure di giustizia, per raggiungere una vera e duratura riconciliazione.

L’obiettivo di creare fiducia tra popoli e gruppi con una storia di violenza e di guerra è molto difficile; è possibile solo se si sviluppa la consapevolezza della fondamentale unità del genere umano, che si esprime nella diversità. Una visione del mondo basata sull’unità genera fiducia reciproca e ciò rende possibile nuove relazioni positive, innescando un circolo virtuoso nel quale capacità di cura compassionevole e cultura di pace si intrecciano e si rafforzano reciprocamente.

Tutto ciò favorisce la crescita della speranza e può innescare il processo di effettiva trasformazione dei comportamenti, sia a livello personale che sociale. Diventa evidente una maggiore cooperazione, si incomincia a valorizzare ciò che unisce anziché ciò che divide. Gradualmente si scopre che le speranze e le aspirazioni per sé e per i propri figli sono le stesse, così come simili sono i dolori e le gioie, e anche i riferimenti etici possono essere analoghi.

Dunque si tratta di identificare quelle dinamiche e quei processi che portano a uno sviluppo ottimale dell’unità a tutti i livelli: intrapersonale, interpersonale, intergruppi, internazionale. Lo sviluppo umano sano passa per gli stadi in cui predominano i conflitti (infanzia e adolescenza), fino all’età matura, che opera prevalentemente secondo la legge dell’unità.

Un simile processo di sviluppo si osserva anche nella storia di tutte le società e le culture. Oggi il mondo si divide in società rette in base al paradigma della sopravvivenza (autoritarie e gerarchiche) e in base a quello dell’identità (quelle multipartitiche, democratiche, rette sulla competizione e il conflitto). Ma non possiamo continuare così. Servono modelli di organizzazione che portino alla cooperazione, all’armonia, al rispetto dei diritti di tutti i popoli, compresi i diritti alla sicurezza, alla libertà, alla pace e questo nuovo approccio deve essere basato sulla convinzione dell’unità: c’è una sola razza umana e il benessere dell’intera umanità e dei suoi singoli è totalmente interconnesso. L’unità è un concetto a un tempo scientifico e spirituale e comprende la realtà in tutte le sue espressioni: materiali, biologiche, intellettuali, artistiche, spirituali.

Un ultimo importante aspetto del programma di EFP è quello di creare un nuovo modello di risoluzione dei conflitti, nell’ambito del paradigma dell’unità, identificato come Conflict Free Conflict Resolution (CFCR).

Danesh mette in discussione infatti l’idea della negoziazione come “strumento per difendere i propri interessi”, perché la visione sottostante è quella di parti in opposizione, individualisticamente in lotta per il potere. Lo stesso linguaggio prevalente sottolinea la separazione (parti, posizioni contrapposte).

Il processo di risoluzione del conflitto basato sull’unità (CFCR) aiuta invece i partecipanti a diventare consapevoli dei punti di contatto che esistono tra di loro, perché possano diventare il fondamento della risoluzione e operare il cambiamento delle visioni del mondo degli individui e delle comunità in cui vivono.

In questa prospettiva la CFCR può essere presentata come un esercizio collettivo di ricerca della verità. Nella cultura contemporanea l’idea di verità è stata messa in discussione. L’approccio minimalista equipara verità a “fatto” condiviso. Come minimo si possono incoraggiare i configgenti a cercare una verità fattuale sempre più ampia e condivisa, nella convinzione che la verità non è un possesso monolitico di qualcuno, ma piuttosto una entità composita e sempre in espansione (che il dialogo consente di cogliere meglio nelle sue molteplici sfaccettature).

Il conflitto è visto come il riflesso della mancanza di consapevolezza dei livelli di interdipendenza tra le entità coinvolte, per cui è solo favorendo un più alto livello di integrazione e cooperazione che il conflitto può davvero essere risolto.

Se dunque è comprensibile che nell’ambito della C.R. si sia messo l’accento sul ruolo positivo del conflitto contro le visioni solo negative di esso, che erroneamente identificano conflitto e violenza, la “normalizzazione” del conflitto ha assunto una connotazione di “garanzia positiva” implicita, che non viene messa in discussione.

La pervasività e la positività del conflitto non sono tuttavia una giustificazione della sua inevitabilità, né comportano la negazione dell’esistenza di ambienti in cui il conflitto è ridotto al minimo (vedi le società pacifiche). Se pensiamo che “il conflitto fa parte della vita e gli unici esseri umani privi di conflitto sono esseri umani morti”3, allora pensiamo che l’assenza di conflitto sarebbe un vuoto e la risoluzione dei conflitti un obiettivo indesiderabile o impossibile.

Un diverso orientamento che proponiamo è pensare al conflitto come all’assenza di una condizione di unità. In questo caso, una situazione conflict-free non è il vuoto, ma una condizione che si regge su una forza alternativa che governa la vita.”4 Non una unità illusoria basata sull’uniformità, sulla forza o sulla paura, o una unità apparente fondata su relazioni di disparità o di parallelismo senza contatto, ma una unità come processo creativo che genera vita.

Un riorientamento verso l’unità è proattivo, aiuta gli individui a trovare le abilità per sviluppare relazioni dove le radici potenziali dei conflitti siano riconosciute per tempo e i conflitti possano essere prevenuti e facilmente risolti.

Diventa importante, allora, chiedersi quali processi e comportamenti possano favorire l’unità e quali visioni del mondo facilitino questa prospettiva. La sfida di oggi è, infatti, passare dalle ancora prevalenti modalità e visioni basate sulla lotta di potere a quelle di tipo consultativo. CFCR si muove in questa direzione.

Tipologie e modalità di Conflict Resolution (tab.3)

Basata sulla sopravvivenzaModalità auto centrata

S-Mode (self-mode)

Basata sulla forzaModalità autoritaria

A-Mode

Basata sul potereM. conflittuale

P- Mode

B.sull’unitàM.consultativa

C-Mode

 

infanzia fanciullezza adolescenza Maturità
Il solo obiettivo è raggiungere ciò che si vuole, indipendentemente da bisogni, interessi altrui;questa modalità ha radice nella estrema vulnerabilità e dipendenza (dell’infanzia e di chi agisce come in questo stadio). C’è inconsapevolezza di come tutto ciò possa danneggiare l’altro. Si associa all’uso di forza fisica e psicologica come strumenti efficaci per risolvere i conflitti 

Ha radice nell’insicurezza, che si supera con l’autorità.

In relazione al conflitto interiore identitario e alla competizione per l’indipendenza e l’autonomia. 

Sottolinea la competizione e la vittoria.

Si propone di superare l’idea stessa di “parti”, focalizzare il processo e incoraggiare la fiducia in uno stato superiore di unità come parte essenziale del risultato(CFCR).

E’ una direzione che forse può suscitare qualche dubbio, ma che merita di essere approfondita.

 

NOTE

1 H.B.Danesh, Education for Peace Reader, (vol. 4), EFPPress, Victoria, Canada, pag.41

2 Op.cit. pag.42

3 J.Galtung e C.G.Jacobsen, Searching for Peace: Tha Road of Transcend, London Pluto press, 2000

4 Op cit.pag.220

Una replica a “Un nuovo paradigma per l’ educazione alla pace – Angela Dogliotti Marasso”

  1. e' importante unirsi per creare una sinergia d'intenti che veramente aspiri alla non violenza ed alla PACE
    Siamo in molti a volerlo…riusciremo con il POTERE DEL CUORE
    ADRIANA QUATTRINO

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