Vertice e crocevia, luogo di incontro di civiltà – Matteo Giacomelli

Il 13 maggio 1984 a Bolognano Joseph Beuys, prima di partire per il suo viaggio, pianta una quercia, incide la crosta terrestetre per inserirvi un germe di speranza, un credito di fiducia nell’uomo e per l’uomo, espresso in un gesto che si carica di amore e di attesa di una generosa fioritura per l’intera vita cosmica.

Da allora la crescita di questo seme si fa complessa organicandosi, aggiungendo cellula a cellula.

Dall’agricoltura, all’etica, alla politica, un lavoro in costante progressione: osmosi dalla terra all’uomo nel segno del rispetto e della cura reciproci, continua rigenerazione e gemmazione di pensieri, formule, architetture.

Le linee stesse come frutti della ragione hanno emulato la crescita verticale della pianta e si sono estese incrociandosi come perpendicolari generando uno spazio culturalizzato resosi concreto e visibile il 13 maggio 1999 nella forma storica della Piazza..

Una piazza come una rosa. luogo di incontro di civiltà. Convivenza di momenti di vita universale e individuale, democrazia e libertà personale. Un luogo di incontro che si riempie di voci, di suoni che si mescolano, di quotidianità e di percorsi che si incrociano, ma anche occasione di insegnamento.

Un documento da rendere attuale attraverso la lettura degli elementi e delle idee che ne organizzano la struttura rendendola organismo vivo attraverso l’unione col borgo, le strade, le case. Un unico cuore pulsante. Come la natura accresce i propri tessuti e poi li rapporta gli uni agli altri conferendo funzionalità all’insieme e armonia al corpo, sono le relazioni che organizzano lo spazio, non le architetture che a esse seguono.

Uomini come mattoni, condensazioni di idee, formano i muri perimetrali dell’edifcio adiacente alla Piazza. Una costruzione dettata dagli affetti familiari, dall’intimità, e da gestii quotidiani che si ripetono. È la consuetudine a determinare l’apertura di un nuovo vano o l’inserimenlo di una

porta come fece Pistoletto, il cancelletto della biblioteca voluto da Beuys o la scala in evoluzione verso l’infinito di Salvadori.

Queste sono solo alcune delle presenze che le stanze de La casa di lucrezia custodiscono, tracce intelligenti di transiti passati e presenti, certezze di essere al tempo stesso ospiti e familiari.

L’orografia naturale della valle dell’Orta, dove si staglia netto il borgo di Bolognano, sul cui fondo scorre il fiume omonimo tra nude pareti rocciose, condotta fino allo stato della coscienza si sovrappone all’immagine significativa di utero in gestazione, alveo destinato alla nascita dell’uomo.

La lontananza dal clamore non ne pregiudica l’efficacia isolandola, ma le conferisce il privilegio del silenzio, della pausa ritmica deputata alla riflessione. Possibilità fuori programma, foriera di nuove configurazioni e forme di comunicazione.

Un punto che raccoglie in sé la natura dicotomica di vertice dove tutto converge e crocevia per mettersi in cammino. Possibilità da intraprendere e nuovi percorsi.

Nel V secolo a.C. Tucidide scrive La guerra del Peloponneso e nel “Dialogo dei Meli” riferisce di una legazione inviata da Atene a Melo, tradizionalmente alleata degli spartani, che si era resa neutrale al conflitto. Atene al tempo era impegnata contro Sparta in una guerra non di difesa. ma di conquista, finalizzata al raggiungimento dell’egemonia sul Mediterraneo.

Gli ambasciatori ateniesi, in nome della violenza che sovverte il diritto, intimarono alla comunità dei Meli, numericamente esigua e polilicamente marginale, di sottomettersi al più forte’, pena l’annientamento.

Piuttosto che cedere alle intimidazioni, gli abitanti scelsero di combattere e pagarono col sacrificio estremo la disperata difesa della libertà.

Il valore di quell’esperienza conduce ad affermare che l’esemplarità di un’azione non si risolve nel proprio contesto geografico e storico né tantomeno nel successo della stessa. Il suo valore risiede tutto nella capacità di continuare a vivere nel ricordo e di ispirare altri, venuti dopo, affini nei bisogni e nel sentire, ma portati ad agire differentemente per mutale esigenze e situazioni.

Bolognano principalmente è un segno, un fulcro sul quale applicare una leva per esercitare una forza.

Attraverso gli anni la soglia di questo luogo è rimasta libera, disponibile al confronto e all’avvicendarsi degli studiosi, degli artisti o semplicemente·dei curiosi giunti per apprendere e osservare fino ad assimilare e introiettare quanto visto e percepito per poi portarlo altrove sotto forma di immagini, scritti, pensieri. Una rete neuronale di informazioni, di incontri reali, di relazioni.

Si può forse riassumere quest’attitudine in una disposizione neoumanistica sottesa a una modalità operativa basata principalmente sulla centralità dell’uomo e sul rispetto per esso nelle sue componenti fisiche e spirituali opportunamente affiancate da un efficace sistema comunicativo e mediatico. Un atteggiamento antitetico rispetto alla differenza di una certa posizione mentale di carattere positivista, volta a spiegare e a giustificare·il mondo tramite l’analisi quantitativa e particolare della materia e delle sue componenti. ricorrendo a categorie e a classificazioni di comodo che equivalgono alla sicurezza e alla stasi, l’elemento distintivo che qui emerge sembra essere affine nelle modalità e negli interventi alla poesia, per la qualità intrinseca di discorso fluttuante, capace di suggerire e di indicare. ma al tempo stesso lontano dalla presunzione dell’asserzione imposta, un fare che si apre alla disponibilità e all’incontro. La risposta ricercata non sarà mai né unica né esaustiva, ma implicherà un processo inarrestabile dove ogni nuova posizione raggiunta si apre il ulteriori intuizioni ed elaborazioni in un crescendo di complessità diametralmente opposta alla semplicità banale e omologante di tante esperienze contemporanee.

L’avanzare in questa avventura. o meglio in questo viaggio che mette in discussione il sé, non segue una traccia lineare ma procede, per utilizzare una metafora musicale, attraverso continue variazioni, di volta in volta adagio, largo, allegro, senza mai perdere la causalità iniziale, la spinta originaria e primigeni,. vigorosa e dinamica. Ciò che ha permesso a questa esperienza, ormai più che trentennale, di attraversare gli anni con rinnovato fervore sembra risiedere nel continuo rinnovarsi delle energie dedicate a un comune intento, in modo tale da non permettere la dispersione entropica caratteristica di ogni sistema isolato.

A questa immagine totale si somma come particella e traccia il vissuto personale. Solo allora, quando arrivai a Bolognano. questo spazio del quale avevo a lungo letto e sentito veniva ad acquistare una forma che nel tempo sarebbe divenuta nota e familiare.

Le notizie talora spezzate e mancanti in mio possesso e le molte domande attraverso la disponibilità e la pazienza del mio interlocutore avrebbero acquisito chiarezza in un incontro che avrebbe innescaato una catena di altri incontri e di nuove conversazioni e di altre domande coinvolgendo nuovi luoghi per poi tornare inevitabilmente al!’Abruzzo e ancora a Bolognano.

Lo studio inteso come cammino conoscitivo riacquistava il significato ormai troppo spesso perduto di crescita. dove la lettura pedissequa e zelante dei libri di testo ritrova la propria ragion d’essere nell’aspetto e nell’arricchimento relazionale dell’incontro e del libero scambio di parole e di pensieri.

Il passato, abbandonato il carattere antiquario e filologico di tanta letteratura, trova così il proprio significato solo nel presente, per essere nuovamente tradotto in vita, o forse meglio in pratica, ancor prima che in estetica

Parimenti il futuro cessa di essere ipotesi in divenire, ma acquisisce il proprio statuto ontologico in quanto presente in fieri o costruzione del futuro nel presente.

Il privilegio di avvicinarsi e di acquisire informazioni e riflessioni in prima persona porta a considerare il significato empatico del rapporto con l’altro parte costitutiva dell’esperienza, che può dirsi reale solo se vissuta attraverso il proprio corpo e non solo nel visto o sentito. Una prassi destinata a tramutarsi poi in segni e scrittura. Il suo significato infatti emerge in nuce nel precedente armonico de Il Clavicembalo. In questo lavoro musicale, testimonianza speciale di un momento storico felice e particolarissimo nel segno della polifonia e della partecipazione, dieci persone di differenti ambiti di ricerca dell’arte e della cultura si esprimono liberamente attraverso il medium della pubblicazione.

Nasce cosi una collezione non solo di immagini ma di sensibilità, alla quale Bagnoli, Seuys, Centi, Chiari, Corà, Job, Pistoletto, Russo, Salvadori e Spalletti contribuisono creando ciascuno un numero della rivista secondo la propria nota, mantenendo quindi inalterata l’individualità e al tempo stesso arricchendo l’insieme delle specifiche qualità di ognuno.

Acquisisce così senso compiutola felice istantanea di un clima di condivisione culturale irripetibile.

Appare significativo ricordare che la nota introduttiva dell’editore poneva l’attenzione su1 fatto che in un futuro prossimo magari qualcuno dei lettori si sarebbe trasformato in autore egli stesso, aggiungendo nuove pagine e nuovi ritmi al palinsesto.

Solo oggi in queste parole, allora nebulose e piene di interrogativi si riscontra, o meglio cominciano ad apparire chiare, l’eccezionalità e la ragione speciale che hanno costruito e fatto conoscere un luogo e le azioni ivi avvenute, non come storia del passato, ma come fonte inesauribile di sapere, di stimoli e di sollecitazioni nel presente.

Spazio della geografia dell’arte destinato ad accogliere e a forgiare, concetti perfettamente sintetizzati nell’atto della comprensione umana che è unione selettiva e cosciente di pensieri e materiali, ampliamento responsabile e contagioso che unisce e distingue, non attesa ma campo disponibile di forze.

Fonte: http://www.emmegiprod.it/index.aspx?Id=8505

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