La conta dei salvati.Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato – Recensione di Angela Dogliotti Marasso

cop anna bravo la conta dei salvatiAnna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Bari, 2013

L’ultimo libro di Anna Bravo, La conta dei salvati, appena pubblicato da Laterza, è stato presentato lunedì 3 giugno al Centro Studi Sereno Regis.

Il sottotitolo già dice che cos’è il libro: uno sguardo sulla storia del Novecento dal punto di vista del mantenimento della pace, alla ricerca del “sangue risparmiato”. Un vero ribaltamento di prospettiva. Non il ridimensionamento della guerra nella storia, ma nemmeno l’accettazione acritica della sua presenza come fatto ineluttabile, pervasivo, periodizzante, “come se la pace fosse un dono della fortuna o un vuoto tra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un lavorio umano, è quel lavorio stesso” (pag.14). Lavorio che non solo è essenziale vedere, ma al quale è importante dedicarsi. Anche con una ricerca come questa. Secondo una visione del mondo che non attribuisce alla violenza il primato nelle civiltà umane, perché, se così fosse, come scrive Gandhi, non ci sarebbe più un solo uomo vivo oggi.1

 

Nella sua ricerca su questa strada, Anna Bravo evidenzia due modelli, così semplificati:

la nonviolenza gandhiana, che non fugge il conflitto, non esclude il sangue, guarda lontano; la scelta di salvaguardare l’esistente – persone, rapporti, cose – nell’immediato, dandogli priorità sull’avvenire “ (228).

Due opzioni che, pur non contrapponendosi, coincidono solo in parte, ma che, insieme, contribuiscono a costruire il racconto di una storia “invisibile”, da mettere in luce.

Sarei felice se questi racconti servissero a ribadire due preziose ovvietà: che fare qualcosa o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore, e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato” (17)

 

Il tema del “fare qualcosa” mi sembra il filo rosso che connette tutte le narrazioni e porta in primo piano il ruolo della soggettività nella storia, nella convinzione che “la storia non è il prodotto di forze impersonali, ma del fronteggiarsi fra natura, struttura, soggetti (e caso), dove i soggetti sono il fattore principe” (54).

Siano essi i soldati che fraternizzano nelle trincee della Grande Guerra o gli abitanti dei due villaggi bulgari che proteggono i propri vicini appartenenti alla minoranza cristiana o turco-musulmana, dagli eserciti della propria parte, maggioritaria (capitolo secondo); oppure le donne che in Italia dopo l’8 settembre 1943 praticano un “maternage” di massa procurando abiti civili ai militari dispersi e ricercati dai tedeschi occupanti per spedirli nei campi di prigionia in Germania, o i contadini che nascondono nelle proprie case prigionieri alleati a rischio della vita (capitolo quarto); o ancora i resistenti civili danesi che riescono a far fuggire quasi tutti i “loro” ebrei, sottraendoli alla Shoah (capitolo quinto); o personaggi come il mite Rugova nella resistenza nonviolenta del Kosovo contro l’oppressione serba (capitolo sesto) o il Dalai Lama e i monaci buddisti nella lotta per liberare il Tibet dall’occupazione cinese (capitolo settimo).

 

Il terzo capitolo, interamente dedicato a Gandhi, è una rilettura insieme appassionata e critica della figura e dell’operato del Mahatma come fondatore di una nuova politica, che sfugge alle regole del gioco fissate dai colonizzatori e ne inventa di nuove, che fanno della nonviolenza una rivoluzione spirituale, sociale, morale: fatti capire con il tuo stile di vita e il tuo linguaggio; non obbedire a leggi contrarie alla tua coscienza; rifiuta di umiliare l’avversario; dai alla controparte, con il tuo comportamento, il coraggio di cambiare…

 

Liberando l’iniziativa e il coraggio dal vincolo della violenza, Gandhi ridefinisce così anche i modelli di genere, facendo incontrare “la virilità con la mitezza e l’energia combattiva con la femminilità” (62)

 

Stupende le pagine nelle quali l’autrice racconta la lotta di Gandhi “contro l’India, per gli intoccabili”, nella quale egli cerca di rimuovere uno dei flagelli storici della società indiana, l’esistenza dell’intoccabilità, e quella“contro l’India, per l’unità”, lotta che culmina nel cosiddetto “miracolo di Calcutta”, l’accordo di pacificazione tra indù e musulmani, siglato pochi mesi prima dell’assassinio del Mahatma ad opera di un fondamentalista indù.

Ma, sebbene il modo nel quale Gandhi ha condotto l’India alla conquista dell’indipendenza dall’Impero britannico abbia consentito di risparmiare molto sangue, sia indiano, sia inglese, Anna Bravo non nasconde i lati oscuri presenti anche nella nonviolenza gandhiana quando, anziché risparmiare il sangue Gandhi accetta non solo l’autosacrificio fino alla morte (scelta estrema, e tuttavia in certi contesti comprensibile), ma anche la scelta del satyagrahi di versare il sangue inerme, come potrebbe essere quello del proprio figlio, per la causa.

 

Molti sarebbero ancora gli spunti e le riflessioni da riprendere. Mi limito a due: una in riferimento al caso danese, l’altra sull’esperienza del Kosovo.

Cosa ha reso possibile, in Danimarca, il salvataggio di quasi tutti gli ebrei presenti nel paese, nonostante l’occupazione nazista?. Certo il fatto che la Danimarca fosse un paese con una democrazia matura e coesa, la presenza di un patriottismo costituzionale e l’adesione al primato dei diritti umani. Ma tutto ciò non sembra sufficiente. Anche qui va rilevata la presenza di una personalità originale come quella del pastore luterano e pedagogista Nikolai Frederik Severin Grundtvig, che a metà ottocento è stato all’origine di un movimento culturale-politico-religioso capace di salvaguardare una cultura popolare autonoma e di concepire una comunità che non prevale sull’individuo ma ne stimola la consapevolezza e la responsabilità.

Anche grazie a questa cultura i danesi sono stati capaci di resistere nel Nordschleswig sotto la Prussia, ricavandone due precisi insegnamenti: “il nazionalismo culturale può avere successo dove l’esercito ha fallito; la lotta senza armi deve essere onorata con fierezza come (o al posto di) quella armata”….”E’ una valorizzazione pubblica della combattività nonviolenta e una strada per l’identificazione fra ebrei e danesi. Che con l’occupazione si trovano virtualmente senza territorio, minacciati nella loro esistenza autonoma, con la sola risorsa delle loro tradizioni e del loro spirito di gruppo. Massimo esempio di un popolo che ha mantenuto le sue culture, la sua religione, le sue lingue grazie a una millenaria resistenza inerme, gli ebrei sono la prova vivente e confortante che si può. Per questa via entrano a pieno titolo nel cerchio del noi”(145).

E’ così che si salvano gli ebrei danesi e che la resistenza civile punta soprattutto a limitare la sofferenza della popolazione, a risparmiare quanto più sangue possibile. Anche verso il nemico: più che aggredirlo e distruggerlo si cerca di contagiarlo, di guardarlo come una “alterità composita e decifrabile, anziché come massa indifferenziata” (152). Si evitano le generalizzazioni e la polarizzazione, che incrementa la violenza del conflitto. Non stupisce che la soffiata che permette il salvataggio degli ebrei venga dal campo avverso, degli occupanti: Georg Ferdinand Duckwitz, del commissariato del Reich e Helmuth von Moltke, membro dell’intelligence militare ed esponente della resistenza tedesca.

 

Sul Kosovo Anna Bravo mostra e valorizza ciò che la storia ufficiale non ha mai voluto , o non è stata capace, di vedere: la resistenza nonviolenta come alternativa alla guerra.

Fin dal 1990, anno della riconciliazione contro le faide, promossa dall’antropologo Anton Cetta per convincere che solo il perdono può liberare dal peso del sangue e sviluppare una vera coesione, prende piede un movimento di resistenza che ha momenti di alto valore simbolico, come il “funerale della violenza” nel 1991, e culmina nell’organizzazione del governo e delle istituzioni parallele per rispondere alla “serbizzazione” del Kosovo. Solo i movimenti nonviolenti si accorgeranno di questi processi in atto e li sosterranno (Comunità di Sant’Egidio; Rete delle Donne in nero, Campagna Kosovo, presente con una Ambasciata di pace a Pristina aperta da Alberto e Anna Luisa L’Abate nel 1995):

In questo contesto nasce la leadership di Rugova, il politico mite che non ama definire nemici i serbi e vittime i kosovari e punta più che sulla questione “etnica”sulla democrazia e sui diritti umani, su uno stato senza esercito e aperto a tutti.

Nonostante la crisi della nonviolenza dopo gli accordi di Dayton, che non prevedono soluzioni per il Kosovo, le critiche di moderatismo a Rugova, lo sviluppo dell’UCK e l’emarginazione dell’ala nonviolenta a Rambouillet, che avrà come conseguenza la guerra, nelle elezioni del 2000 il partito di Rugova, l’LDK, conquista 26 municipi su 30 e l’anno dopo lo stesso Rugova è riconfermato presidente. Come si spiega questo successo?

Dietro la rinnovata fiducia a Rugova potrebbe esserci proprio l’estremismo con cui lungo 10 anni ha lavorato per un futuro senza sangue – disarticolando il trinomio armi-potenza-potere- ripetendo ai suoi che l’amore al Kosovo non si misura sull’odio per i serbi” (190) e che è necessario criticare anche il nazionalismo albanese.

Chi altri ha avuto il coraggio di dire lo stesso, di opporsi alla mortifera idea di nazione propagandata da UCK, Milosevic, Tudman, Izetbegovic?” (190) e andare oltre le identità nazionali, non erigere barriere tra “noi” e “loro”: forse il consenso dei kosovari a Rugova deriva proprio dall’aver capito che la pace può nascere solo dall’unità e dall’integrazione, nel rispetto delle differenze.

Perché questa storia non era mai stata scritta (al di fuori dell’ambito ristretto dei movimenti nonviolenti)? Forse perché “un successo della nonviolenza avrebbe incrinato la visione del mondo (spesso sofferta, detestata, ma potente) secondo cui solo la violenza può contrastare la violenza. “(192)

Potenza delle visioni del mondo!

Finchè prevarranno quelle basate sulla logica della violenza, della lotta per la sopravvivenza e della competizione e non quelle basate sulla consapevolezza dell’interdipendenza e sulla necessaria unità del genere umano, nella salvaguardia delle differenze (Danesh)2, sarà difficile far crescere una vera cultura di pace.

Per fortuna ci sono dei passi che vanno in quella direzione.

 

Angela Dogliotti Marasso

 

1 “Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità e dell’amore. Dunque la prova più grande e inconfutabile del successo di questa forza deve essere vista nel fatto che malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere” in M.K.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, 1973 e 1996, pag.65

2 H.B.Danesh, Education for Peace Reader, EFP Press, Victoria, Canada

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