Il prezzo del pacifismo: il rifiuto di andare in guerra è finalmente riconosciuto come un atto di coraggio – Holly Williams

Dai refusenik della Seconda Guerra Mondiale al diciannovenne israeliano, Holly Williams racconta di cinque persone che patirono vergogna e sofferenze per prendere posizione come obiettori di coscienza.

L’obiettore di coscienza è una figura popolare in ogni rappresentazione che tratti della Prima Guerra Mondiale: Dowton Abbey, Upstairs Downstairs (serie televisive popolari, ndt) e più recentemente The Village (sceneggiato televisivo, ndt) sono zeppi di giovani perseguitati a causa delle loro prese di posizione, le piume bianche con cui sono stati disonorati fluttuanti sullo schermo tv come se fosse una battaglia di cuscini.

Mentre ci avviciniamo al centenario della Prima Guerra Mondiale del prossimo anno, senza dubbio sentiremo molto di più su quelli che hanno combattuto – e quelli che hanno sentito un’ugualmente forte pulsione a non farlo. Ma l’obiezione di coscienza non è iniziata e terminata lì: esiste fin da quando le guerre, inclusa la Seconda Guerra Mondiale e la guerra del Vietnam, hanno comportato la coscrizione, mentre differenti paesi come Finlandia, Israele, Corea del Sud, Grecia, Colombia e Turchia ancora richiedono ai loro giovani di svolgere il servizio militare.

Ottenere un’esenzione per motive di coscienza spesso è, ancora oggi, un processo arduo, che espone potenzialmente alle secolari accuse di codardia. Gli obiettori di coscienza possono andare incontro a pene detentive o pecuniarie, nonostante una dichiarazione ONU del 2012 affermi che “ l’obiezione di coscienza è basata sul diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, enunciato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”.

La Giornata internazionale dell’obiezione di coscienza ha avuto luogo il 15 maggio, e nel Regno Unito, si è svolta una cerimonia presso la lapide commemorativa in Tavistock Square, Bloomsbury e il giorno dopo un piccolo evento si è svolto al Giardino della Pace in Birmingham. Il Regno Unito ha recentemente visto l’inaugurazione di un nuovo memoriale dedicato agli obiettori di coscienza, al National Memorial Arboretum a Staffordshire. Lo scorso mese, i quaccheri vi hanno eretto una struttura circolare di calcare per commemorare, nello specifico, la Friends Ambulance Unit – un corpo diretto dai quaccheri ma aperto a tutti gli obiettori – e il Friends Relief Service, il quale si propone di alleviare il disagio civile in Gran Bretagna.

La prima incidenza registrata di obiezione di coscienza si ebbe nel 296 d.C., quando un romano si rifiutò di servire come soldato a causa delle proprie convinzioni religiose; è stato ucciso, ma successivamente venne canonizzato come San Massimiliano. Il termine “ obiettore di coscienza”, comunque, si è diffuso solo durante la Prima Guerra Mondiale, successivamente all’attuazione della coscrizione nel 1916. In gran Bretagna, oltre 16,000 uomini rifiutarono di combattere. Mentre è risaputo che molti obiettori avevano forti motivazioni religiose, è interessante notare come alcuni si rifiutarono per motivi socialisti: essi non avrebbero combattuto fratelli lavoratori, sentendo che il soldato medio era solo una pedina delle classi dirigenti.

Le leggi sulla coscrizione permettevano alle persone di ricorrere presso tribunal locali – anche se solo pochi ottenero l’esenzione totale. Molti furono costretti ad arruolarsi nell’esercito o nei Corpi non Combattenti (NCC), per servire in un ruolo di supporto alle forze armate. Molti “conchies” (termine popolare per conscience objector, ndt) rifiutarono entrambe le opzioni, e come risultato furono mandati in prigione.

Gli abusi che hanno subito per la loro presa di posizione rendono estremamente truce la ricostruzione storica. I sedici di Richmond erano un gruppo di obiettori inviati al castello di Richmond, base di un NCC, e da lì vennero mandati in vari campi in Francia nel maggio del 1916; quando tutti eccetto uno degli uomini rifiutarono di trasportare rifornimenti, essi finirono sotto corte marziale e condannati a morte per fucilazione, per ordine di Lord Kitchener. Il Primo Ministro Asquith intervenne e la pena fu commutate in 10 anni di lavori forzati, a spaccare pietre in una cava scozzese in condizioni spaventose; un uomo morì di polmonite, e tutti si sentirono traditi quando scoprirono che il granito fu utilizzato per la costruzione di strade militari. Due componenti fuggirono; il resto andò in prigione, dove furono spesso sottoposti agli abusi delle guardie. Un uomo in seguito si suicidò; molti soffrirono di malnutrizione e depressione.

Ernest England, richiamato nel 1917, soffrì enormemente per le proprie convinzioni pacifiste. Fu condannato a due anni di lavori forzati a Wormwood Scrubs; quando si ammalò, si rifiutarono di fornirgli un vaso da notte, e dovette defecare sul pavimento – dopo di ché una guardia gli spinse la faccia nei suoi stessi escrementi. Fu successivamente trasferito a Dartmoor e richiamato in servizio per spalare neve, con una dieta di una fetta di pane al giorno. Stava ancora lavorando, tre mesi dopo l’armistizio, e morì nel marzo del 1919. La sua storia è raccontata da David Boulton, nel suo libro Objection Overruled (Obiezione Respinta), nel quale si riportano le vicende di almeno un centinaio di altre persone che subirono un trattamento simile.

Ma la notizia di tali esperienze si è diffusa – e l’opinione pubblica si è orientata verso il rispetto. È stato riconosciuto che resistere ed essere considerato come qualcuno che non avrebbe combattuto richiede di per sé un altissimo grado di coraggio.

Mentre gli obiettori di coscienza da allora sono stati raramente sottoposti a questo tipo di brutalità istituzionale, la decisione di non combattere è ancora un problema. Parliamo di cinque obiettori – dalla Seconda Guerra Mondiale e del Vietnam fino all’odierna Israele, e persino un soldato britannico che ha mutato convinzione – di cosa li ha spinti a rifiutare il servizio militare, di come sono stati trattati, e di quale impatto la loro decisione ha avuto, e continua ad avere, sulle loro vite.

john corsellis“Mi rifiuto di imbracciare armi e fare del male a perfetti sconosciuti”

John Corsellis, Seconda Guerra Mondiale

Il trattamento degli obiettori durante la Seconda Guerra Mondiale fu generalmente più umano, ma molti subirono ancora lo scherno e gli abusi riservati ai codardi; oggi, naturalmente, la Seconda Guerra Mondiale può essere vista come una rivincita della forza armata, una sorta di banco di prova per pacifisti proclamati: “Cosa avresti fatto se i nazisti vi avessero invaso?”.

Per John Corsellis, non era un dilemma. La sua convinzione come cristiano, membro della chiesa Anglicana, era cristallina: “nella Bibbia, Cristo disse che non si poteva uccidere, e voleva dire che non si poteva uccidere. Preferirei essere ucciso piuttosto che essere coinvolto nell’omicidio di qualcun altro”.

Si recò presso un tribunale, “una giustizia abbastanza approssimativa”, il quale lo assegnò al corpo medico dell’esercito. Lui rifiutò, sapendo che, in caso di crisi, “gli avrebbero messo un fucile in mano e detto, vai e spara”. In sede di appello, gli fu data l’opzione di un servizio alternativo ed entrò nei Friends Ambulance Unit (FAU), un corpo indipendente guidato dai quaccheri in entrambe le guerre mondiali, fornendo assistenza medica e aiuto alle vittime e ai rifugiati in tutto il mondo. Durante la Seconda Guerra Mondiale contava oltre 1.300 membri, la maggior parte dei quali lavoravano come sovrintendenti, ovunque dalla Finlandia alla Siria alla Cina.

Ha mai avuto alcun rimorso nel compiere il suo lavoro, il quale avrebbe potuto indirettamente favorire la guerra? “Niente affatto. Era una questione delicata, ma quello che si è fatto è sempre stato per alleviare la sofferenza, perciò è stato un enorme privilegio poterlo fare. Furono probabilmente gli anni più felici della mia vita” dice Corsellis, ora novantenne di Cambridge.

Si unì al FAU nel 1940, all’età di 20 anni. Ci furono sei settimane di arruolamento in un campo improvvisato fuori Birmingham – dove apprese il primo soccorso, a guidare, a cucinare su larga scala, e anche come marciare (nel caso in cui avessero lavorato a fianco delle truppe dell’esercito) – seguito da un periodo di lavoro come inserviente in un ospedale a Poplar. Da li, Corsellis fu inviato in Egitto, per aiutare i 25.000 rifugiati che arrivarono dalle coste della Jugoslavia. Guidava le ambulanze, trasportando i malati da un campo all’altro.

“Mi fu data un’enorme responsabilità in relazione alla mia età, e naturalmente con quella si cresce. Andai all’estero che ero molto ingenuo, e privo di fiducia in me stesso, e santo cielo si impara ad avere fiducia in se stessi in questo genere di lavoro molto impegnativo. Per molti versi sono stati tre anni meravigliosi”, insiste. In seguito fu inviato in campi profughi in Italia e Australia, ed è rimasto in contatto con molte persone incontrate allora.

L’opera ha avuto un’influenza durevole sulla sua vita anche dopo la guerra: guidò un’organizzazione chiamata Educational Exchange Council, la quale incoraggiava visite di studenti e insegnanti attraverso la Cortina di Ferro, e più tardi divenne un insegnante di lingua. In pensione, ha scritto un libro nel quale raccoglie le esperienze dei rifugiati durante la Seconda Guerra mondiale, e ha inoltre documentato lo straziante crimine di guerra di cui fu testimone.

Mentre era in Austria, 10.000 membri di un gruppo di resistenza anti-comunista sloveno si arresero all’esercito inglese e, lui dice, “spaventosamente, tre settimane più tardi il British Army li mise sui camion, mentendogli – gli fu detto che sarebbero stati trasferiti in Italia in un campo migliore, e infatti furono consegnati ai comunisti che li assassinarono brutalmente. Fui testimone; è stata un’esperienza traumatica. È stato parte della mia missione di vita promuovere la conoscenza dell’accaduto. Ha pubblicato un resoconto nel 2005, intitolato Slovenia 1945.

Il pacifismo che sentiva in quegli anni fu così forte che è con lui ancora oggi. “Ho vissuto e ancora vivo con esso. Il mio coinvolgimento per il pacifismo non fu solo come ragazzo, ma è stato così per tutta la mia vita.”

 

James Tollefson“Se fossi una persona più forte sarei andato in galera”

Professor James Tollefson, guerra del Vietnam

È stata la convinzione religiosa che quella guerra fosse sbagliata a spingere James Tollefson a richiedere lo status di obiettore di coscienza durante la guerra del Vietnam. Anche se cresciuto ed educato come cattolico, Tollefson rifiutò la nozione di “guerra giusta”: “non è stata una decisione difficile per me; non c’era dubbio che non avrei prestato servizio militare in quella guerra”.

La domanda per la commissione di leva richiedeva di rispondere a domande dettagliate, sulle proprie credenze, ma anche sulle proprie azioni, per dimostrare che “non lo si stava facendo per evitare di arruolarsi nell’esercito”. Pur essendo studente a Seattle quando compì 18 anni – e quindi idoneo a rinviare il servizio fino al conseguimento della laurea – Tollefson richiese l’annullamento del proprio rinvio come studente per poter fare domanda come obiettore di coscienza, nel 1969. Voleva rendere pubblico il proprio impegno a non combattere.

La sua richiesta fu approvata; questo era raro, e molti obiettori dovettero scegliere tra arruolarsi nell’esercito o andare in galera. Molti di più fuggirono in Canada – 50.000, è stato stimato, mentre un totale di 600.000 evitò la leva (circa 170.000 ricorrendo come obiettori di coscienza). “Ho passato molto tempo a pensare cosa sarebbe successo se avessero girato (la mia domanda di obiezione) verso il basso”, dice Tollefson. “Presi la decisione che sarei scappato in Canada. Se fossi una persona forte sarei andato in prigione; quella era il percorso moralmente puro e giusto da fare, ma non pensavo che l’avrei potuto sopportare, personalmente.”

Fortunatamente non dovette farlo; e, alla visita medica per determinare se fosse ammissibile al servizio alternativo (generalmente lavorare in un ospedale), Tollefson si dimostrò non idoneo comunque. Fu uno shock, ma lo lasciò libero di tornare ai suoi studi – e alla campagna contro la guerra.

Il padre di Tollefson aveva servito durante la Seconda Guerra Mondiale, e trovava la posizione assunta da suo figlio assolutamente incomprensibile. “Questa è stata di gran lunga la conseguenza peggiore”, racconta Tollefson. “Mio padre e io ci estraniammo per molti anni. Lui era un operaio edile, faceva parte di quella classe operaia che Richard Nixon fu in grado di conquistare. Credeva nel patriottismo: quando il tuo paese ti chiamava a combattere una guerra, tu andavi. Certo che ho provato [a spiegare], ma alla fine divenne impossibile”. Alla fine si sono riconciliati, dopo che suo padre realizzò che “il Vietnam non ere la Seconda Guerra mondiale”.

L’atteggiamento del grande pubblico mutò durante la guerra: la leva iniziò a essere percepita meno come un dovere patriottico e più come un tradimento del governo nei confronti dei suoi giovani. Mentre Tollefson racconta che “era contrario a ogni guerra”, aggiunge che “molte persone che conoscevo vedevano le cose in maniera differente – erano contrarie a quella guerra.” Fu una distinzione importante per lui, personalmente, ma non si è fermato a teorizzare in proposito. “Francamente, molte delle persone che conoscevo non hanno passato molto tempo cercando di distinguere le diverse forme di opposizione. Centinaia di americani venivano uccisi ogni settimana, migliaia di vietnamiti, si percepiva un bisogno frenetico di porre fine a quella follia.”

Tollefson è ora professore di lingue a Hong Kong, ma si è preso una pausa per fare volontariato con i rifugiati in Asia sud orientale negli anni Settanta, e negli Ottanta – a fronte di un nuovo beffardo approccio all’attivismo contro la guerra del Vietnam – ha pubblicato un libro nel quale raccoglie le esperienze degli obiettori di coscienza chiamato The Strenght Not to Fight (La forza di non combattere). Gli è stato poi chiesto di produrre del materiale didattico sulla resistenza alla guerra, come parte del programma di studi sul Vietnam che è stato adottato nelle scuole superiori in tutta l’America.

Più in generale, aggiunge, il suo lavoro “verte sempre su temi di ingiustizia sociale, ineguaglianza e come il linguaggio sia connesso a esso; da allora il mio lavoro ha sempre riguardato la giustizia sociale e la pace”.

 

Noam Gur“Non prenderò parte al terrorismo contro i palestinesi”

Noam Gur, Israele

In Israele, tutti i diciottenni devono prestare servizio militare – le donne per due anni, gli uomini per tre – in una delle situazioni politiche più controverse del mondo di oggi. E ottenere l’esenzione a causa delle proprie convinzioni non è facile.

Noam Gur, che ora ha 19 anni e vive a Gerusalemme, lo sa. Ma lei voleva battersi per quello in cui credeva – una decisione che capiva l’avrebbe portata in prigione.

L’obiezione di coscienza era, per lei, politica piuttosta che religiosa: nella sua dichiarazione di obiezione di coscienza, si oppose al “terrorismo dell’esercito israeliano nei confronti del popolo della Palestina”, impegnandosi in una resistenza nonviolenta.

“Quando avevo 15 o 16 anni, ho iniziato a leggere [opere] politiche su Israele, e improvvisamente realizzai cosa stava succedendo”, lei elaborò. “Per me, entrare in un esercito che occupa un altro popolo, metterlo sotto assedio, che sta creando uno stato di apartheid – persone nello stesso luogo e due leggi differenti. Non è qualcosa a cui voglio prendere parte, e questo è il mio modo di resistere.”

Lei sapeva come evitare il servizio militare in maniera tranquilla. “Sarei potuta andare da un funzionario di [salute] mentale, questa è la via più facile, gli dici che sei depressa. Ho deciso che non sarei andata da un ufficiale medico perché non volevo mentire”.

Invece, ha cercato di andare di fronte al consiglio degli obiettori di coscienza: “è un comitato sostanzialmente stabilito dall’esercito, ma è solo per casi estremi di pacifismo. Mi hanno detto che ero troppo politicizzata, e non realmente pacifista. Che è una specie di verità! Così sono andata in prigione.”

E non le è bastato andare una volta. Lo scorso aprile, in una base militare, è stata condannata a 10 giorni di carcere (un mese è il massimo). “Quando si esce, hai un giorno da passare a casa, e poi devi tornare indietro e affrontare il processo ancora e ancora,” racconta Gur, che ha ricevuto una seconda condanna al carcere. “Secondo la legge, si potrebbe proseguire fino ai 27 anni di età – ovviamente non succede mai. “Alcuni obiettori sono diventati noti per essere stati in carcere nove volte, ma alla terza volta, a Gur è stato ordinato di restare alla base dove era stata condannata invece di andare in prigione.

Sebbene Gur ipotizzi che forse metà dei giovani riesca a evitare l’arruolamento nell’esercito, in un modo o nell’altro, aggiunge che la pubblica disapprovazione del sistema militare tra i giovani in età di leva è ancora rara.

“È molto comune non arruolarsi nell’esercito, ma le persone che attuano una resistenza politica non sono così comuni, forse due o tre all’anno.”

La sua famiglia, in un primo momento, le era “super contraria”, ma una volta realizzato che lei era assolutamente seria – e che la loro figlia diciottenne avrebbe passato del tempo in prigione – la supportarono. E avevano già avuto una figlia che aveva pienamente abbracciato il proprio ruolo nell’esercito. “Mia sorella maggiore era nella polizia di frontiera, che era davvero estrema….. e [lei] divenne un’estremista, [lei] era completamente contraria [alla mia protesta],” spiega Gur.

Lei spera che più giovani in Israele – e negli altri paesi in cui è praticata la coscrizione – “prendano posizione” contro l’oppressione militare, in ogni modo possibile, e continua a essere un’attivista impegnata.

“Per me, il mio modo per resistere fu rifiutarmi di arruolarmi nell’esercito, ma ci sono molti modi di combattere il sistema.”

 

Joe Glenton“C’è una storia di obiettori lunga 99 anni”

Joe Glenton, Afghanistan

Arruolarsi nell’esercito inglese è, ovviamente, volontario; ma lasciarlo prima di aver terminato il servizio — anche se hai completamente cambiato le tue convinzioni morali – non è così semplice.

C’è un prassi ben definita per diventare obiettore, ma molti soldati potrebbero essere inconsapevoli del fatto che sia un loro diritto.

Joe Glenton si è arruolato nell’esercito nel 2004, ed è stato di stanza in Afghanistan per sette mesi, dall’inizio del 2006. Durante quel periodo, iniziò a interrogarsi su cosa loro esattamente ci facessero lì. “Sapevamo che i civili venivano bombardati, sapevamo che questa operazione iniziata sotto la bandiera del peace-keeping, del peace-building, per fornire sicurezza, si era trasformata in una guerra,” spiega, aggiungendo ironicamente che “ abbiamo terminato le munizioni a un certo punto di questa operazione di ‘peace-keeping’…..”.

Al suo ritorno nel Regno Unito, e dopo ulteriori letture, ricerche e riflessioni, divenne sempre più preoccupato che l’Afghanistan fosse “parte di un più ampio progetto in Medio Oriente e Asia Centrale. Prendo in giro le persone che sostengono ‘è tutto per il petrolio’, ma è vero che c’è; ovviamente l’Afghanistan è geo-politicamente importante, e ci sono 90 miliardi di barili di petrolio nel Mar Caspio…”

Glenton soffriva anche di disturbo da stress post traumatico (PTSD), dopo che un colpo di mortaio colpì nelle vicinanze del suo accampamento. “C’era quella roba emotiva, traumatica, ma fondamentalmente io ero contrario alla guerra. Più tardi, ho maturato un’obiezione politica più informata, ma inizialmente avevo la sensazione che ‘quello che sta succedendo qui è sbagliato e io non voglio prendervi parte’ ”. È comunque certo che la sua obiezione era specificatamente contro quella guerra; non si considera un pacifista: “penso ancora che la forza, anche la forza armata, abbia un posto, potenzialmente – ma che non sia tutto”.

A fronte di questa convinzione sempre più forte, pensava semplicemente di tenere la testa bassa; non sarebbe dovuto ritornare in Afghanistan in ogni caso. Ma nel 2007, a Glenton fu detto che sarebbe dovuto ritornare. Si rifiutò, dichiarandosi obiettore di coscienza. Egli dichiara che ciò ha portato al mobbing da parte dei propri superiori. Molto lentamente, a causa della sindrome post traumatica (PTSD), si ritirò in se stesso. E dovendo affrontare il proprio ritorno in Afghanistan, si fece cogliere dal panico e si assentò senza permesso (AWOL). Egli riconosce che “un gran numero di AWOL sono ragazzi che tornano dal servizio con traumi e non vi sono forme di sostegno per loro. Questo fu il mio caso; e me ne sono andato”.

Due anni più tardi, ritornò, e l’accusa di AWOL venne inasprita in una di diserzione e riferita ai media (era diventato un attivista contro la guerra). Alla fine, queste ultime accuse furono lasciate cadere – ma dovette comunque scontare nove mesi di carcere nella prigione militare di Colchester.

Lì, Glenton racconta che ricevette il sostegno di altri detenuti – e anche delle guardie – i quali avevano i propri dubbi in merito alla guerra, più centinaia di lettere di incoraggiamento e proteste bisettimanali tenute fuori dal carcere da persone che presero a cuore il suo caso. Durante la prigionia, lavorò nella biblioteca e imparò come scrivere saggi; all’uscita, iniziò una corso di laurea in relazioni internazionali. Ora scrive per giornali (incluso questo), e ha scritto un libro di memorie, in corso di pubblicazione.

In parte, è stato per accrescere la consapevolezza che si può essere obiettori di coscienza anche nell’esercito inglese. “Quando parliamo degli obiettori di coscienza parliamo di loro nel contesto della Prima Guerra Mondiale. E poi si disintegra in questa cosa eroe-vs-codardo. Ma manca una storia di 99 anni di persone che hanno rifiutato di combattere.

(‘Soldier Box’, di Joe Glenton, è pubblicato da Verso)

 

Charalabos Akrivopoulos“Mi rifiuto di imbracciare armi e fare del male a perfetti sconosciuti”

Charalabos Akrivopoulos, Grecia

In Grecia, portare a termine i nove mesi del servizio militare è obbligatorio per tutti gli uomini tra i 19 e i 45 anni. L’obiezione di coscienza è riconosciuta; in pratica, comunque, gli obiettori hanno vita dura.

Charalabos Akrivopoulos è attualmente in attesa di processo a ottobre. All’età di 37 anni, era vicino alla sospensione della sentenza per insubordinazione (rifiuto di prestare il servizio militare) quando, il 19 marzo di quest’anno, è stato arrestato e accusato di nuovo, il che significa che probabilmente sarà sottoposto a una pena detentiva.

“Sapevo già che sarei stato arrestato. L’ufficio di reclutamento ha continuato a chiamarmi per settimane prima del mio arresto chiedendomi di prestare servizio,” racconta. È rimasto per mezza giornata in un centro di detenzione nella sua città natale di Veroia, poi è stato trasferito presso un tribunale navale nel Pireo, dove è stato accusato di “disobbedienza in tempo di pace”.

“Avevo paura quando mi arrestarono, perché non ero mai stato in prigione prima. Ma i miei genitori e i miei amici dell’Associazione degli obiettori di coscienza greci mi hanno sostenuto,” afferma. Il processo è stato posticipato a ottobre, per dare a Akrivopoulos la possibilità di prendere in considerazione il servizio alternativo.

È quello che dovrà fare. Ogni volta che rifiuterà il servizio militare, sarà mandato in prigione – e multato di € 6.000, cifra che non può permettersi di pagare. Ma il servizio alternativo non è certo un letto di rose. “È punitivo, perché è sei mesi più lungo del servizio militare, ed è controllato dal Ministero della Difesa. Non è possibile svolgere questo tipo di servizio presso organizzazioni non governative, come Amnesty International; attualmente ci impiegano come lavoratori negli ospedali, uffici postali e simili,” spiega Akrivopoulos. “E bisogna superare un colloquio prima di essere accettati come obiettori. Le persone che ci interrogano non hanno idea di cosa sia il pacifismo e la nonviolenza – alcuni di essi sono addirittura ufficiali dell’esercito!”

Akrivopoulos non è religioso, ma è moralmente impegnato con la nonviolenza da molto tempo. “Sono un pacifista; pace, amore e nonviolenza sono quello in cui credo. Io rifiuto di imbracciare armi e fare del male a perfetti sconosciuti. Rifiuto anche di mettere questi sconosciuti nella difficile posizione di dovermi uccidere. Credo che tutte le persone dovrebbero vivere in pace e le nazioni dovrebbero imparare e risolvere le loro dispute attraverso il dialogo e la reciproca concessione.”

E precisa che in Grecia il servizio militare obbligatorio non è popolare tra i giovani. “Non vogliono sacrificare mesi o anni della loro vita, costretti a seguire ordini da persone ridicole,” afferma Akrivopoulos. “È davvero duro per loro perdere la libertà per arruolarsi nell’esercito. La maggior parte delle persone considera il tempo impiegato nel servizio come un spreco totale.”

Non molti, comunque, prendono posizione contro di esso come obiettori; i militari l’hanno reso ancora meno attraente. “Ci sono solo una manciata di obiettori: molti giovani hanno paura di rifiutare il servizio,” dice Akrivopoulos. “Hanno paura di affrontare la prigione, e di non riuscire a trovare lavoro o di ottenere il passaporto – non puoi viaggiare all’estero se sei obiettore totale. Hanno anche paura della multa di € 6,000.”

E Akrivopoulos ha una visione cinica di quelle multe, ipotizzando che il governo attuale, fortemente conservatore, stia non solo portando avanti un attacco contro la sinistra, ma contro la Grecia, e lo stato sia ansioso di raccogliere soldi. Sperano che molti di noi disobbedienti ricorrano all’obiezione al servizio militare come modo per raccogliere denaro: “E’ anche un momento di grande crisi economica per permettersi di non entrare nell’esercito”. Questo può essere fatto solo se hai più di 35 anni – e se sei in grado di pagare €10.000 per il privilegio.

 

The Independent, 20 maggio 2013
Traduzione di Luca Cabras per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: The Price of Pacifism: Refusing to Go to War Is Finally Being Recognised As a Brave Act
http://www.transcend.org/tms/2013/05/the-price-of-pacifism-refusing-to-go-to-war-is-finally-being-recognised-as-a-brave-act/

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