Beati i miti, perché avranno in eredità la terra – Recensione di Cinzia Picchioni

cop givone bodeiSergio Givone, Remo Bodei, Beati i miti, perché avranno in eredità la terra, Lindau, Torino 2013, pp. 96, € 13,00

Innanzitutto va detto che il libro appartiene a una Collana – «Le Beatitudini» appunto – che ha già affrontato tre «categorie» (poveri in spirito, misericordiosi, perseguitati), e questa è la quarta (nella Collana, in realtà è la terza beatitudine).

I due autori hanno scritto ciascuno il proprio contributo, perciò il libro risulta diviso in due «parti» (una religiosa, l’altra laica), una che si intitola «Abitare la terra» (Givone) e una che s’intitola «Mitezza e coraggio», perché in effetti la dichiarazione della terza Beatitudine è misteriosa circa quell’«erediteranno la terra» e anche sul significato di «miti». La mitezza va intesa secondo l’«Etica nicomachea» di Aristotele, anche se non sappiamo – dice l’autore – quale parola Gesù abbia effettivamente usato (e sarebbe bello eh? Saperlo…), o secondo il Nuovo Testamento? Lungo le pagine troviamo alcuni passi chiarificatori sia dell’una (terra), sia degli altri (miti):

p. 21 «I miti avranno in eredità la terra in quanto miti. Vale a dire: non c’è altro modo d ereditare la terra che disponendosi verso di essa in un atteggiamento di totale remissione, di totale accoglienza e di totale consenso. (…) p. 23: I miti avranno in eredità la terra signfiica che se ne sono fatti carico. Come se dovessero rispondre di tutto e di tutti dicendo sì, è cosa nostra (…)».

p. 20 (la terra) «riconsegnata a chi sia disposto a predersene cura. Rimessa nelle mani di chi l’abiti con spirito ospitale. Il mite (…) è colui che lascia essere le cose. (…) Sì, sia fatta la tua volontà, è la parola che meglio esprime la mitezza del Cristo».

Cristo

Nel libro ho trovato citato lo scritto «L’imitazione di Cristo» e ho così scoperto che l’autore sembra essere Giovenni Gerson, benedettino di Vercelli, qua vicino!. Una carissima amica, Fausta, me l’ha regalato, un certo Natale. Ed è rimasto lì, accanto al divano, perché è una versione molto carina, piccola e con una sovracopertina rossa. Ogni tanto ne leggo qualche pagina e ora avrà ancor più significato. Grazie Lindau! Ecco qua dove, in «Beati i miti» si tratta del seguire Cristo:

p. 27: «Ma anche un ritrovarsi a casa. La vita del seguace di Cristo (nel caso specifico il monaco, che è anche un mistico e un asceta) è la vita di chi per mezzo di una disciplina rigorosa ma benefica giunge là dove era già da sempre».

Naturalmente ospitiamo nelle «pagine» di questa «newsletter» la recensione di questo prezioso libricino anche perché le sue pagine (senza virgolette perché sono pagine vere) ospitano Tolstoj e Gandhi:

Tolstoj

«Anche Tolstoj si richiama al Discorso della Montagna. Secondo lui, l’intero cristianesimo si risolve nel contenuto di quella pagina evangelica. Tutto il resto è superfluo (…) Dogmi, credenze, pratiche liturgiche: nulla ha valore e nemmeno senso, quando non sia riportato alle Beatitudini».

Riportando alcune parole di Tolstoj, gli autori del libro scrivono del suo essere anarchico, del fatto che (p. 33) «Fra cristianesimo e stato c’è antitesi inconciliabile (perché) Lo stato (…) è violenza, il cristianesimo è nonviolenza. E la nonviolenza, destinata a diventare movimento politico, è però già tutta contenuta nel precetto ddell’amore: ama il tuo prossimo come te stesso. Nonviolenza e cristianesimo coincidono».

Gandhi

Gandhi, leggendo lo scritto in cui Tolstoj concepisce la nonviolenza come incentrata sul «regno di Dio» come principio interiore di verità e di vita, ebbe un’autentica illuminazione (nel 1894). Gli autori, a p. 38, proseguono poi scrivendo che «la nonviolenza, benché comporti una non facile remissività (potremmo aggiungere: un atteggiamento di profonda mitezza) nei confronti di situazioni che appaiono scandalose e chiedono vendetta, richieda tuttavia un carattere eergico, coraggioso, addirittura eroico».

Terra

Proseguendo nell’analisi di quella terra, quella che i miti erediteranno secondo le Beatitudini, rileggerete come si è giunti a chiamare «Gaia» la Terra, ritroverete le parole di Lovelock, Jonas e Bloch e «cadrete» così nella «seconda parte», il cui autore – Remo Bodei – chiama in causa «amici» di oggi, per spiegare parole di oltre duemila anni fa (Giuliano Pontara, Gustavo Zagrebelsky, Enrico Peyretti, Dietrich Bonhoeffer, Albert Schweitzer…).

Come si fa?

Ho trovato utile e bello che il libro si chiuda con una domanda (anzi più d’una, pp. 78-9):

«Come legare allora l’indignazione alla mitezza dettata dalla ragione […]? Come evitare il suo sbocco in un attivismo miope […] o in scoppi di rabbia impotente? […] da dove attingere le energie per acquisire la serenità necessaria a procedere fiduciosamente nel cammino della vita?»

E a questo punto del libro c’è, per chi voglia approfondire, un elenco di note, dove – fra gli altri – è citato il ben più corposo Elogio della mitezza e altri scritti di Norberto Bobbio, insieme ad altre indicazioni di libri e scritti sull’argomento, «per far sentire distintamente la voce degli autori citati».

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