Pace ideale e pace messianica – Piero Stefani

Nel 1795, quando l’Europa era già scossa dai sussulti della Rivoluzione francese, quando ci si spartiva la Polonia e già erano in incubazione le grandi guerre del periodo napoleonico, Immanuel Kant scrisse un opuscolo conosciuto in italiano con il titolo di «Progetto per una pace perpetua». Dopo aver dato alcune linee direttive per la costruzione di un diritto cosmopolitico, il grande filosofo chiude il suo saggio con queste parole:

Se è un dovere o anche solo una fondata speranza realizzare uno stato di diritto pubblico, anche se solo con un’approssimazione progressiva all’infinito la pace perpetua, che succederà a quelli che sono stati sino a ora falsamente denominati trattati di pace (propriamente armistizi), non è un’idea vuota. Ed anzi sarà un compito che, assolto per gradi, si avvicinerà sempre più velocemente al suo adempimento (perché è sperabile che i periodi di tempo in cui avverranno tali progressi si faranno sempre più brevi).

In termini consoni agli addetti ai lavori, a proposito di questo passo, si dovrebbe parlare di un uso noumenico regolativo dell’idea di pace. In base a una più comprensibile metafora di origine matematica, si evocherebbe piuttosto una tangenza all’infinito. Non si arriverà mai a una pace definitiva; tuttavia la tensione per giungervi avvicinerà sempre più gli armistizi a veri e propri trattati di pace. Siamo di fronte a un ideale grande che avvertiamo in larga misura accantonato nella nostra epoca. Nei nostri giorni la guerra ha perso le connotazioni giuridiche che le erano consuete. Oggi, in pratica, non è più dato pensare a trattati che pongano fine a guerre dichiarate. Semplicemente si fanno guerre senza prendersi la briga di dichiararle. Per alludere a Ugo Grozio e al suo capolavoro De jure belli ac pacis, è arduo stabilire le regole della pace là dove non ci sono più le regole della guerra. La guerra civile – e il pensiero va alla martoriata Siria – sembra essere diventata il modello di ogni tipo di scontro bellico. A prolungarsi all’infinito nei nostri tempi non sono le tregue, ma le situazioni in cui non c’è né guerra aperta, né pace vera (l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele dura ormai da quarantacinque anni).

Se è lecito avere nostalgia dei grandi ideali kantiani ancor di più lo è averne per la pace messianica di cui parlò il filosofo neo-kantiano Hermann Cohen (1842-1918). Egli alla fine della sua vita ripensò a fondo alla propria matrice ebraica e scrisse un’opera – uscita postuma nel 1918 – dal titolo che evoca a un tempo tanto Kant (cfr. La religione nei limiti della semplice ragione) quanto l’antica sapienza d’Israele, La religione della ragione dalle fonti dell’ebraismo (S. Paolo, Cinisello Balsamo 1994). Essa – composta nel corso della grande catastrofe della Prima guerra mondiale – si conclude parlando di pace; lo fa però in termini messianici e non già noumenici. Si sarebbe tentatati di sostenere che, se bisogna sognare (I have a dream), tant’è farlo in grande. La pace è il fine assoluto che non può essere mai reso puro mezzo. Eppure in essa muove anche da esperienze assai concrete che riguardano non solo l’interiorità umana, ma anche la passata esistenza ebraica persino nel suo vivere quotidiano:

La benedizione sacerdotale (Nm 6, 22-26) racchiude il compendio della benedizione divina. E la sua conclusione è la pace. Non vi è benedizione che superi la pace. E non vi sarebbe alcuna benedizione di Dio per l’uomo, se egli non avesse posto nel loro cuore la pace. E la virtù procederebbe errando incerta, se la pace non fosse il bastone e il sostegno che accompagna lungo tutta la via della virtù. Secondo la radice ebraica essa significa completezza e questo è il fine, la meta dell’uomo. Dunque anche la pace è il fine dell’uomo Essa rende tutti gli altri fini della natura e dello spirito propri mezzi. Essa è in realtà lo spirito della santità. La pace in quanto fine dell’uomo è il Messia, che libera gli uomini e i popoli da ogni dissidio, che appiana il dissidio nell’uomo stesso e produce infine per l’uomo la riconciliazione con il suo Dio.

La pace nella gioia della festa costituisce un carattere proprio dell’animo ebraico. È certo un miracolo che l’ebreo, nella sofferenza che attraversa la sua vita storica, abbia sempre saputo mantenere una tale imperturbabilità, un tale verace humour senza il quale egli non avrebbe potuto risollevarsi sempre di nuovo dalle più profonde umiliazioni ad altezze superbe. Questo miracolo lo hanno affermato per lui le sue feste (…) La pace dello humour ha esclamato sugli uomini del ghetto, come un tempo fece Isaia: «Consolate, consolate il mio popolo» (Is 40,1) e ha dispiegato le sue ali (…) Il messianismo è e rimane la forza fondamentale della coscienza ebraica. E il Messia è il principe della pace (…) Qual è il compendio della vita umana nello spirito della Bibbia? È la pace. Tutto il senso, tutto il valore della vita risiede nella pace. Essa è l’unità di tutte le forze vitali, il loro equilibrio, è l’appianamento di tutti i contrasti. La pace è la corona della vita. (pp. 636-638).

«Corona della vita» anche perché l’espressione ebraica shalom ‘alekhem (al pari della sua forma sorella araba) resa alla lettera significa «pace su di voi». La pace è una realtà che scende dall’alto e si posa sul capo.

Il libro di Hermann Cohen finisce con queste parole: «La pace è l’emblema dell’eternità, è la parola d’ordine della vita umana, tanto nel suo comportamento individuale quanto nell’eternità della sua missione storica. In questa eternità storica si compie la missione di pace dell’umanità messianica» (p. 640).

In un mondo irredento solo la speranza in una pace messianica, di cui nei momenti felici è dato gustare già qualche briciola (la tradizione ebraica parla del sabato come di un sessantesimo del mondo avvenire), può reggere alle catastrofi del mondo. Forse.

18.05.2013, Il pensiero della settimana, n. 433  – Link: http://pierostefani.myblog.it/archive/2013/05/18/433-pace-ideale-e-pace-messianica.html

 

 

 

 

 

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