La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi – Recensione di Maria Teresa Mana

cop Vincenzo Bertolone, La sapienza del sorrisoVincenzo Bertolone, La sapienza del sorriso. Il martirio di don Giuseppe Puglisi, Paoline, Milano 2012, pp. 160, € 13,00

Questo libro è il resoconto delle indagini che l’autore, monsignor Vincenzo Bertolone, postulatore della causa di beatificazione di don Puglisi, ha svolto per dimostrare che l’assassinio di don Puglisi è stato un martirio deciso ed eseguito da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, non perché fosse un loro aperto oppositore ma a causa del suo impegno evangelico e sociale come parroco della chiesa di San Gaetano nel quartiere Brancaccio di Palermo, quartiere dove era nato e cresciuto.

Brancaccio è un territorio da sempre feudo della mafia, controllato dalla criminalità organizzata con una rigida struttura verticale e orizzontale dove i boss hanno il potere di disporre a proprio arbitrio della vita di altri uomini.

Infatti don Puglisi appena arrivato a Brancaccio si rivelò fin da subito un avversario pericoloso per Cosa Nostra: l’attenzione particolare che egli rivolgeva ai bambini e ai vecchi abbandonati e l’importanza che attribuiva all’afabetizzazione dei giovani come alternativa alla delinquenza sottraeva alla mafia quei bambini che costituivano una sorta di vivaio dal quale essi traevano la loro manovalanza, soldati al loro servizio.

La formazione di don Puglisi era infatti basata sull’insegnamento del Concilio Vaticano II (inaugurato a Roma da Papa Giovanni XXIII nel 1962 e conclusosi nel 1965 sotto il papato di Paolo VI), «il più grande tentativo di modernizzazione della Chiesa dall’inizio della sua storia», «[…] è espressione di questa pastorale aperta all’esterno, capace di farsi carico anche dei problemi civili […]. Tale impegno non è accanto a quello sacerdotale, ma parte integrante del suo ministero» (il testo di questa citazione segue in questo libro, alla nota 13 di p.106).

La presunta religiosità dei mafiosi era invece esteriore e funzionale al riconoscimento sociale. Questo modo di praticare la religione si accordava con la partecipazione a rituali popolari corali consistenti in processioni per santi patroni, venerazione di immagini, rituali che fino alla fine degli anni Ottanta anche il clero (tranne poche eccezioni) finiva per accettare perdendo di vista il fine principale legato ai principi del Vangelo.

Lo sdoppiamento tra l’identità di facciata aderente alle forme esteriori della religione cattolica e la realtà della loro organizzazione che tuttora legittima omicidi, soprusi, violenze e corruzione di ogni genere, consente ai mafiosi di presentare una normalità: «[…] non trovavano opposizione da parte della società locale e chiarificazione e denuncia da parte dello stesso mondo ecclesiastico» (p. 51).

La semplicità di don Pino Puglisi, la sua coerenza tra princìpi di fede e comportamento, la cura praticata per il benessere spirituale e materiale delle persone erano riuscite a risvegliare la loro coscienza e il loro desiderio di autonomia e libertà. Cosa Nostra tutto questo non ha potuto tollerarlo.

 

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