Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby – Recensione di Nanni Salio

Michele Roccato, Terri Mannarini, Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby, Il Mulino, Bologna 2012, pp. 170.

Da molti anni, sono in corso conflitti ambientali, centrati sull’opposizione da parte di movimenti di base, al modello di sviluppo imposto dall’alto, da oligarchie economico-finanziarie-politiche-militari-industriali dominanti. Si potrebbe risalire ai luddisti e ancor prima. Così come il luddismo viene tuttora interpretato essenzialmente come un movimento retrogrado, anche gli odierni movimenti di protesta, dal più noto NO TAV della Val di Susa, al No Ponte, ai No Dal Molin e No Muos e via dicendo e protestando, sono etichettati nel dibattito pubblico e in gran parte degli interventi giornalisitici in senso dispregiativo con l’acronimo Nimby (Not in My Back Yard, Non nel mio giardino). Ma, come riferiscono gli autori di questo importante e significativo studio, la letteratura scientifica corrente preferisce riferirsi ad essi “con l’acronimo Lulu (Locally Unwanted Land Uses, Usi localmente indesiderati del territorio), neutra dal punto di vista valutativo (p. 13).

Il fenomeno è in espansione, non solo nei paesi occidentali, ma un po’ ovunque nel mondo, dalla foresta amazzonica alle forme di resistenza delle popolazioni adivasi in India.

Lo specifico punto di vista degli autori di questo studio è quello della psicologia sociale, sebbene la materia sia più ampia e coinvolga tre diversi ambiti: Scienza-Tecnologia-Società, quelli che sin dagli anni 1980 sono stati classificati come problemi STS, complessi, globali e controversi.

Pur entro i limiti imposti dalla loro specializzazione, gli autori giungono a concludere che biogna “prendere sul serio i conflitti lulu”, per almeno cinque ragioni: di ordine scientifico, di efficacia ed efficienza , di giustizia ed equità, di cittadinanza e di benessere sociale. Nonostante i numerosi studi su questi temi, che concordano sulla necessità di un approccio dialogico, costruttivo e creativo alla risoluzione dei conflitti (o meglio alla loro trasformazione, secondo la scuola di Johan Galtung), in Italia ben poco è stato fatto a livello istituzionale per recepire questi suggerimenti.

Il caso più noto e clamoroso, che abbiamo avuto modo di seguire sin dall’inizio, oltre vent’anni fa, è quello dell’opposizione alla linea ad alta velocità (o capacità?) in Val di Susa. Tra i lavori più significativi, per stile e contenuto, su questa vicenda si deve segnalare Binario morto, di Luca Rastello e Andrea De Benedetti (Chiarelettere, Milano 2013), che contribuisce assai efficacemente a smontare le principali tesi sostenute dai fautori di questa grande opera, che non si sono minimamente preoccupati di verificarne l’effettiva importanza su scala europea.

Questa è una prova ulteriore, qualora ce ne fosse bisogno, dell’importanza espressa da Roccato e Mannarini di “prendere sul serio i conflitti lulu”, per non commettere errori grossolani e irreversibili, soprattutto oggi nel contesto della grande crisi sistemica globale.

 

 

 

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